di Gianpaolo Santoro
Vecchi cari compagni, la verità è una sola. Non c’è più una lira. Si vabbè un euro, naturalmente. Tanto cambia poco. Forse conta di più che anche i compagni non ci sono più nel Pd. E’ l’evoluzione del partito, la Margherita che sfoglia la Falce & il Martello.
Per il Pd il 2013 si è chiuso con un passivo di 10 milioni di euro, ed il futuro finanziario si profila inversamente proporzionale a quello elettorale. Crescono i voti, finiscono i fondi: è un mondo che muore. L’Unità non è più in edicola, il vecchio giornale di Gramsci aspetta ancora di sapere che fine farà. E la stessa fine ha fatto anche Europa, il giornale nato col Pd, il giornale-testimonianza, tremila copie al giorno nella migliore delle ipotesi, più un salotto di idee che altro. E’ tutto l’apparato che rischia di saltare, le sedi non riescono a mantenersi più sul territorio, mancano i soldi degli affitti, ci sono le bollette da pagare, e i lavoratori?
Il finanziamento pubblico si avvia all’esaurimento, crollano le tessere, la vecchia pasionaria (Livia Turco) si mette anche a piangere in televisione, il pianto turco, per l’eutanasia del suo partito, le vecchie feste dell’Unità, salcicce e marchette, vanno diradandosi sempre più: resta il nome (per concessione divina) ma lo spirito è diverso. A Brescello, il paese di Peppone e don Camillo, il parroco porta il “Cristo parlante” sul Po per fermare l’ira del fiume. E i compagni della Casa del Popolo che fanno? Niente. Ed è questa la fotografia migliore di come stanno le cose in Italia. Del resto quando vedi i sindacati proclamare lo sciopero generale contro il compagno primo ministro che cos’altro deve succedere per farti capire che, ormai, a sinistra il mondo va alla rovescia? C’è una balena rosa che cerca di posizionarsi al centro, può piacere o meno. Ma questo è un altro discorso. Torniamo al punto di partenza, le casse del partito languono, anzi diciamolo chiaramente non c’è un euro. E la politica costa, costa tremendamente e non c’è riforma che possa cambiare le cose.
Certo ci sono i risotti di Renzi, le cene col Premier a mille euro a coperto, vuoi mettere il piacere di essere ufficialmente nelle pagine gialle renziane, il Gotha dell’imprenditoria della rottamazione, il carico di immagine di poter essere lobbisti del pensiero dominante, la Firenze da bere che prende il posto della Milano da bere di matrice craxiana, chissà l’anno prossimo un posto riservato non solo al tavolo delle cene finanziamento ma anche ad un tavolo della Leopolda, per discutere sul futuro del Paese?
Ma è evidente che tutto questo non basta. Il grido d’allarme l’ha lanciato ufficialmente il tesoriere nazionale Francesco Bonifazi, un grido d’allarme, vista la situazione, rivolto soprattutto a quello zoccolo rosso, che sono le Fondazioni ex Pci. A cominciare dalla Fondazione Elio Quercioli, quella che è una vera e propria immobiliare, proprietaria di gran parte delle sedi del partito, che risulta essere degli ex Ds, il Partito che ha dato vita al Pd: tutto in famiglia, insomma sembrerebbe, il problema dov’è? Decine sezioni Pd in difficoltà chiedono di non pagare l’affitto al proprietario: “Visto che le fondazioni non sono delle immobiliari, ma un pezzo della nostra storia”. Del resto anche il capo primo ministro, segretario e boy scout la pensa così riportare il patrimonio – creato negli anni dalle sezioni del Pci con le donazioni e il lavoro dei militanti – al suo naturale erede, il Pd.
E già, troppo comodo, troppo facile… Quando si dice fare i conti senza l’oste. Le 57 fondazioni ex Ds sono soggetti giuridici diversi e indipendenti dal partito democratico e poi visto che sono guidate da ex diessini, antirenziani, sarà davvero difficile far spillare loro un solo euro. Le Fondazioni sono decise e tutte schierate a tener ben separato il patrimonio (più di 2mila immobili) dal Pd di Renzi. Tutti consiglieri e presidenti di fondazioni, tra l’altro, sono nominati a vita, nessuno li può mandare al diavolo, è una classe dirigente esente da rottamazione: Chissà come se avessero avuto una premonizione, uno scudo contro l’incognito.
Solo a Milano il Pd è inquilino della fondazione ex diessina in 50 circoli e la situazione si ripropone in tutta Italia. Lo scontro è muro contro muro. Almeno al momento. Se per il tesoriere toscano Stefano Cioffo “L’idea che la minoranza interna possa tenere le fila del patrimonio immobiliare è una posizione senza senso perché quei luoghi sono stati costruiti dai militanti, dal sacrificio, non appartengono a qualcuno, ma alla storia Pd”, per l’associazione Enrico Berlinguer, che riunisce i dirigenti di tutte le fondazioni, le cose non stanno così. E’ molto chiaro, come nel suo stile, il senatore Ugo Sposetti, storico tesoriere Pci-Pds-Ds e ora senatore Pd non renziano che guida l’associazione Berlinguer. “ Non daremo un euro al Pd. I beni degli ex Ds sono degli ex Ds”. “Si finanzino con le loro cene vip – rilancia Onelio Prandini, responsabile della Fondazione Modena 2007-. Cosa vuole il Pd? E già che ci siamo, se proprio qualcuno vuole, siamo disponibili e rinfrescare a tutti i sacrifici dei militanti e la storia delle case del popolo…”. Avanti popolo alla riscossa, bandiera rossa, bandiera rossa. Sono gli ultimi “partigiani”, quelli del conto in banca.











