di Angelo Vaccariello
Fate Presto! Sono passati 35 anni dai quei giorni dell’ira e della paura. E della morte. E della speranza. E, paradossalmente, dello sviluppo. I paesi presepio sbriciolati come se fossero di sabbia. La “torre” via Stadera inginocchiatasi all’improvviso. Novanta secondi di brivido. Era una domenica anche quel 23 novembre del 1980. Una tragedia. Ci furono 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti. Ogni anno speriamo che sia cambiato qualcosa, che per occuparsi del Mezzogiorno non debba per forza succedere qualcosa di drammatico, che non debba tremare la terra per ricordarsi che c’è anche il Sud. Ed ogni anno, invece, ci ritroviamo allo stesso punto, perché nulla è cambiato, basta guardare la legge di stabilità. E così riproponiamo questo-articolo accusa.
I Comuni colpiti furono 687 (542 in Campania, 131 in Basilicata e 14 in Puglia). Di questi circa 70 “disastrati” e circa 200 “danneggiati”. In totale, l’8, 5 per cento degli 8086 comuni italiani. Le abitazioni distrutte o danneggiate dal sisma furono 362.000. I contributi pubblici dello Stato italiano, secondo la Commissione parlamentare d’inchiesta (prima dell’approvazione della legge finanziaria 1991): 50.902 miliardi di lire (circa 26 miliardi di euro). I contributi pubblici dello Stato italiano, all’anno 2008: 32.363.593.779 €, circa 66 miliardi di euro. Ancora oggi in vigore un’accisa di 75 lire (4 centesimi di euro) su ogni litro di carburante acquistato, imposta dallo Stato per il finanziamento del terremoto in Irpinia. Ne parlammo con Paolo Cirino Pomicino, uno dei viceré di Napoli della prima Repubblica.
“Ero a casa mia, steso sul letto a guardare la televisione. Avvertii subito il pericolo, mi fiondai da mia moglie e le dissi di correre fuori. Fui il primo a scendere in strada. Dovetti poi rientrare perché mia moglie si era bloccata dalla paura”. Paolo Cirino Pomicino, l’ex ministro del Bilancio, tra i protagonisti della stagione politica post-sismica, ricorda “come oggi” quel 23 novembre, quando la terra tremò in Campania e scosse Napoli dalle fondamenta. Nei suoi giudizi sul tragico evento va controcorrente: “Al di là del dramma delle famiglie – afferma – ha rappresentato una svolta delle politiche economiche verso il Mezzogiorno, ripagandolo in piccola parte di un enorme debito storico”. Infine un giudizio senza appello: “L’attuale classe dirigente non riuscirebbe a gestire una simile emergenza: non sono capaci nemmeno di togliere i rifiuti dalle strade…”
Dove si trovava il giorno del terremoto? Guardi ho avuto un atteggiamento animale…
Mi scusi… Sì. Mi spiego. Ero steso sul letto a guardare la televisione. Non so come, ma avvertii subito il pericolo, mi fiondai da mia moglie e le dissi di correre fuori. Fui il primo a scendere in strada. Dovetti poi rientrare perché mia moglie si era bloccata dalla paura.
Coraggioso... No, semplicemente istintivo.
Cosa ha rappresentato il terremoto dell’Irpinia per Napoli e la regione? Una delle tante tragedie, una catastrofe che ha scosso le famiglie e le istituzioni. Ha rappresentato, è bene ricordarlo, anche una forte testimonianza di solidarietà popolare. Sembrava quasi che l’Italia si sentiva una nazione unita.
Cosa risponde a chi vede in questo evento l’inizio dei tanti problemi per Napoli? Lo pensa chi non conosce la storia, chi parla per luoghi comuni senza essere informato sui fatti.
Perché? E’ stato grazie agli interventi per il terremoto che abbiamo avuto, ad esempio, la riduzione degli abitanti su Napoli. Sempre grazie all’intervento dello Stato fu possibile creare 20 mila alloggi per quasi cento mila persone, una piccola città del Nord, insomma. Non dimentichiamo i grandi investimenti: l’asse mediano, il palazzetto dello Sport di Ponticelli, alcuni assi della tangenziale a Napoli Est.
Furono solo interventi straordinari? No, accanto a questi bisogna aggiungere altri come il Centro direzionale e le migliaia di opere che hanno messo le basi affinché Napoli e la Campania guardassero al futuro.
Quindi lei considera il terremoto un evento positivo? Non per il dramma umano, non sia mai. Per l’economia, invece, il discorso è diverso. Gli investimenti successivi al terremoto hanno rappresentato il pagamento, in piccola parte, dell’enorme debito storico che lo Stato unitario ha nei confronti della Campania.
Eppure nella concezione comune il terremoto è visto come l’inizio del malcostume al Sud… Chi lo dice lo fa senza cognizione di causa. In verità, molto si deve alla sinistra che ha alimentato furiose campagne di stampa contro la gestione del terremoto.
Nessuna recriminazione? Gli errori ci sono stati e chi non li ammette non è serio. Ma io lancio una sfida: si vedano le opere realizzate dal 1982 al 1992 e quelle che sono state nel successivo decennio. Si vedrà allora come fino al 1992 ci sono stati grandi investimenti nel Mezzogiorno e in Campania. Successivamente la classe politica è stata, per essere buoni, un po’ distratta verso il Sud.
Se, malauguratamente, dovesse ricapitare una simile catastrofe, pensa che l’attuale classe dirigente sia in grado di gestirla? Ma sta scherzando? Non sono capaci nemmeno di togliere i rifiuti dalle strade, figurarsi una sciagura di quelle dimensioni.










