Istruzioni per l’uso della lettura: liberate la vostra mente dai cliché sedimentati nella vostra memoria.
Abolite ogni riferimento – voluto o casuale – che vi riporta alle finzioni sceniche o alla filmografia hollywoodiana. Limitatevi all’attuale e al “locale”. Controindicazioni: la lettura è sconsigliata ai “nostalgici” cultori della cronaca nera e a quanti ancora ricordano certa epica della camorra ai tempi dei vari Pasquale Simonetti, Peppino Navarra, Antonio Spavone… And now, open your mind…
Come ve lo immaginate un boss? Qual è l’aspetto di un capofamiglia? I panni che indossa, le auto che guida, i gioielli che ostenta, i ristoranti nei quali va a mangiare a sbafo accompagnandosi ai brutti ceffi della suburra? E ancora: come, dove vive un boss? Uno dei margini che la cronaca nera sfiora di continuo senza mai penetrarne veramente l’essenza è il ritratto dei criminali che si mettono alla testa di un gruppo di mascalzoni analfabeti che poi – per esemplificazione giornalistica – finisce per essere chiamato “clan”.
A Napoli e provincia, oggi, se ne contano 112. Cifra ufficiale stimata dal Viminale, dunque credibile. E questo già basterebbe a capire che non stiamo parlando di mafia o di ‘ndrangheta, che sono cose tragicamente serie. Non che la camorra sia una barzelletta, beninteso. Ma se non fosse per i morti ammazzati, per i lutti e per il sangue versato, a me verrebbe da ridere quando si parla di criminalità organizzata napoletana. Sì, ho scritto proprio “ridere”. Oggi Napoli è ostaggio di bande nelle cui fila vengono reclutati personaggi che uno come don Vito Corleone nemmeno prenderebbe a schiaffoni per non sporcarsi le mani.
Nomen omen: nel nome c’è la verità, dicevano i romani. Giuseppe Marfella, che per decenni ha terrorizzato Pianura conquistandosi l’appellativo di boss, nella vita tirava il carrettino con la frutta e non a caso è conosciuto con il soprannome di “‘O percucaro”; Salvatre Torino alla Sanità lo chiamavano “‘o gassusaro”, e non servono didascalie; Domenico Russo, terrore dei Quartieri spagnoli nel periodo della strage del Venerdì Santo (1991) si faceva chiamare “Mimì d’e’ cani” perché faceva i bagnetti e le toelettature a barboncini e bassotti; si potrebbe continuare all’infinito: Nicola Pianese: “ ‘o baccalà”, Dario De Simone, ” ‘o nano”, Gennaro Licciardi ” ‘a scigna”, Lello Amato ” ‘a vicchiarella”, Antonio Di Biasi “pavesino” (pare che sgranocchiasse i noti biscotti tra un omicidio e l’altro). E via così.
Personaggi spazzatura della peggiore Napoli. Ma il peggio del peggio è offerto dalle nuove leve di un potere criminale che oggi ha assunto il comando camorristico, soppiantando i vecchi ras decimati dalle pallottole, dagli arresti e dal 41 bis.
E siccome al peggio non c’è mai fine, eccoli i nuovi capi. Giovanissimi, cocainomani persi e pronti a scatenare l’inferno per un nonnulla, per ciò che un tempo si liquidava – semmai – con la discesa in campo del capo che, preferibilmente di domenica mattina, e magari fuori la chiesa, davanti a tutta la comunità rionale, lanciava il suo sinistro messaggio a chi aveva sgarrato regalandogli una sonora “paccariata” (gli faceva una sventagliata di schiaffi in faccia, e se l’avvertimento doveva essere particolarmente severo non si toglieva dal dito medio nemmeno l’anello di brillanti). Oggi no. Oggi bene che vada i nuovi pazzi al comando dei clan decidono che a suonare serenate di fuoco siano direttamente le calibro 9.
I “Girati”, quelli che hanno fatto le scarpe nientemeno che agli Scissionisti di Scampia, indossano come segno di riconoscimento solo ed esclusivamente capi d’abbigliamento Golce&Gabbana (ovviamente pezzottati), oppure Tshirt con l’immagine di “Che Guevara”. Si alzano tardi la mattina, iniziano a carburare mai prima delle 17 – più o meno quando in Gran Bretagna è l’ora del tè – e alle nove, dieci di sera iniziano ad ammazzarsi. Bella, la camorra dell’area nord di Napoli. Durante la seconda faida mi capitò – in una notte passata a raccontare i posti di blocco di polizia e carabinieri nell’inferno di Secondigliano – di ascoltare i racconti di due giovanissime “sentinelle” che vegliavano sui traffici di droga delle Case Celesti. Tra loro c’era uno che per arrotondare di pomeriggio faceva il tatuatore.
“Loro ordinano il disegno e io eseguo”, disse ai carabinieri, entrando in dettagli inediti: “Gli scissionisti vogliono tutti il kalashnikov tatuato. È il loro segno di riconoscimento. A quegli “altri” (non li nominava mai, ma era evidente il riferimento ai seguaci del clan Di Lauro, ndr) piace invece la “P38”. Una lectio magistralis di imbecillità applicata a quella monnezza che continuiamo a chiamare “camorra”. Quel ragazzotto spiegò poi che alla Sanità i nipoti di Peppe Misso pretendevano sulla nuca il mastino con la scritta “Mastiffs”, o – in alternativa – l’icona di una Madonnina. Roba da far rabbrividire i “vecchi” boss della Nco e della Nuova Famiglia. Uno per tutti, un certo Carmine Alfieri. Prima di pentirsi si era macchiato le mani ordinando qualcosa come un centinaio di omicidi. Lo chiamavano, chissà perché, “‘o ntufato”, e passò alla storia – absit iniuria verbis – per l’ordine impartito nei giorni in cui a Napoli e in provincia scorreva tanto sangue per gli omicidi di camorra: “Guagliù – intimò ai suoi durante un summit a Piazzolla di Nola – menate scoppetate sotto sotto”. Un altro luminoso esempio di coraggio.






