Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi, 54 anni, giornalista, scrive di cronaca nera e giudiziaria per Il Mattino. Autore del volume "Napoli è servita" e coautore dei libri "Il Casalese", "Al mio Paese - Sette vizi, una sola Italia" e "Mafie". Dirige il sito della Federazione delle associazioni italiane antiracket la rivista online "Lineadiretta". Collabora come docente al Master di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa.

Un eroe piccolo piccolo

“Mi chiamo Filippo Nocerino, ho cinquantacinque anni e dall’età di quindici sono nel mondo dell’edilizia: fino al 2000 ho sempre pagato il pizzo, consapevole del fatto che, per lavorare nelle nostre zone, devi considerare la tassa della tranquillità un’uscita fissa nel bilancio della tua azienda”. Quando il presidente della sesta penale del Tribunale di Napoli ha rivolto l’invito a declinare le generalità e a leggere la formula di rito, il testimone ha risposto così. Proprio così, con queste parole: e a quel punto è come se avesse già detto tutto. O quasi. Sul banco dei testimoni era salito un uomo coraggioso: uno di quegli imprenditori che ha trovato la forza di parlare, senza rimangiarsi una sola virgola delle cose già raccontate ai carabinieri durante le indagini preliminari che avrebbero portato all’arresto di una trentina di camorristi. In genere nelle aule di giustizia succede il contrario: e i “non so”, “non ricordo”, “non confermo” rappresentano la triste regola del codice morale di chi, col passar del tempo (e con i pensieri che popolano notti insonni, in attesa del momento del processo), finisce poi con l’annacquare la propria deposizione. Invece no. Filippo Nocerino – senza voler diventare un “eroe” dell’antimafia delle chiacchiere e dei convegni – è venuta a raccontarla tutta, la sua verità. Il suo coraggio di uomo e di napoletano lo sta pagano a caro prezzo: perché, da quando è diventato un testimone di giustizia, vive sotto protezione giorno e notte. Il suo nome, credeteci, è sicuramente su una delle tante liste nere scritte dalla mano analfabeta di qualche boss che lo vorrebbe già sotto terra. Ricordiamocelo bene questo nome: Filippo Nocerino. In tre ore questo imprenditore edile nato a Ercolano, emigrato a metà degli anni 2000 in Liguria e Versilia per poter lavorare senza essere taglieggiato dagli emissari del “pizzo” che gli avevano reso la vita impossibile, ha messo spalle a muro tre clan di camorra attivi a Napoli: i Mazzarella, i Rinaldi e i Formicola. Gente abituata a campare succhiando il sangue altrui: proprio come fanno le piattole. Li ha fatti arrestare tutti, iniziando con la Fai di Tano Grasso quel percorso di coraggio che lo ha trasformato in uno di quei napoletani che ai proclami, alle chiacchiere, ha preferito metterci la faccia. Quella che segue è la sua deposizione in Tribunale, che non ha bisogno di altri commenti. “Nel 2000 denunciai per la prima volta il clan Ascione, ma dopo quell’esperienza, finita con la condanna di due estorsori, decisi che non l’avrei rifatto: anche perché venni lasciato solo. Nove anni dopo, quando a Ercolano era ormai nata l’associazione antiracket e le istituzioni erano ormai vicine a chi trovava il coraggio di mettersi contro la camorra, ebbi il coraggio di ribellarmi al “pizzo. Ma so anche che, se non lo avessi fatto, probabilmente sarei morto. A metà degli anni 2000 fui costretto ad allontanarmi da Ercolano, dove vivevo, per via delle continue minacce: prima ci misero una bomba nel cantiere, in un’altra occasione spararono dei colpi di pistola ad altezza d’uomo contro gli operai, ferendo di striscio un mio nipote. Fu così che decisi di spostare i miei interessi professionali sull’area orientale di Napoli”. Succede così che nel 2009 Nocerino si aggiudica l’appalto dei lavori per il rifacimento della scogliera di Pietrarsa, a San Giovanni a Teduccio. E qui, in meno di un mese, viene avvicinato dagli emissari di tre cosche, ciascuna delle quali pretende una somma altissima per la “protezione” criminale. “Anche a San Giovanni fui subito avvicinato da una persona che parlava a nome di un boss della zona; un quarto d’ora dopo si presentarono a nome dei Mazzarella: la loro richiesta era di 70mila euro, avremmo dovuto pagare 20mila euro subito e poi 4mila euro al mese per tutta la durata dei lavori. In quel frangente cercammo di trattare: e per tutta risposta spezzarono un dito a mio fratello”. I camorristi conoscevano perfettamente l’importo dell’appalto di cui Nocerino era aggiudicatario, per questo gli imposero il tre per cento sulla somma complessiva. E da allora fu costretto a pagare contemporaneamente a tre clan. Ma a incastrare le sanguisughe ci pensò una cimice. Una microspia che i carabinieri, ai quali Nocerino e Grasso si rivolsero qualche settimana dopo, gli installarono nell’orologio da polso. Registrò tutti i colloqui, le minacce di morte e di vendette trasversali sui suoi figli che la camorra gli faceva. Scattò il blitz, le manette si strinsero ai polsi degli estorsori. E presto arriverà la sentenza.

 

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