Lidio Aramu

Lidio Aramu

Si è occupato sostanzialmente di agricoltura e di marketing agronomico, ha collaborato con quotidiani e periodici. Ha scritto tre libri

L’odissea dello Sferisterio

Delle tre bonifiche urbanistiche volute dal regime fascista a Napoli (Rione Carità, Cavallerizze a Chiaja e Fuorigrotta), quella del suburbio flegreo nel disegno funzionale della città, oltre che per le ovvie implicazioni propagandistiche, assumeva un ruolo di primo piano.

L’Esposizione Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare ed il porto rinnovato nelle strutture e potenziato con attrezzature modernissime avrebbero dovuto inverare quella mission oltre marina che per tutto l’arco della seconda metà dell’Ottocento si era rivelata una vuota dichiarazione retorica della politica. Napoli, quindi, non più “porto dell’Oriente” ma elevata al rango di “regina del Mediterraneo”, avrebbe trovato nelle nuove infrastrutture e nella “Città dell’Impero di Fuorigrotta” i pilastri fondanti di una rinnovata valenza mediterranea che la miopia ed i pregiudizi dei governi liberali ante “Marcia su Roma” le avevano negato.

° Triennale delle Terre d’Oltremare, 9 maggio 1940

Triennale delle Terre d’Oltremare

A causa degli eventi bellici, il disegno restò incompiuto. Alla fine dell’immane e tragico conflitto a chi proveniva dal tunnel “IX Maggio” (rinominato “delle IV Giornate”), il “Rione Flegreo” si presentava con qualche sporadico edificio di edilizia popolare lungo l’impianto stradale definito nella sua interezza, quello che rimaneva del grande Albergo delle Masse, occupato da un campione d’umanità di hughiana memoria, e la Triennale ridotta a poco più di un ammasso di macerie.
Il Rione doveva rappresentare il primo nucleo di un modello urbanistico di nuova concezione.

L’area flegrea napoletana, infatti, doveva svilupparsi secondo un modello di espansione policentrico, ove ogni quartiere – al pari di una piccola città – doveva essere dotato di luoghi di aggregazione, degli edifici d’interesse pubblico, alloggi popolari e collegato con i mezzi del pubblico trasporto con il centro della città.

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Viale Augusto 1950

Gli urbanisti del tempo evitarono accuratamente ogni prospettiva retorica al viale di Augusto, tracciando per l’arteria del traffico veloce – così com’era definita dal Piano Regolatore – un andamento leggermente curvilineo. In tal modo si evitò l’immediato impatto visivo con il prospetto principale della Triennale d’Oltremare. L’aspetto monumentale lo si sarebbe invece ritrovato nelle due grandi piazze disegnate all’interno dei due tracciati stradali: l’arteria del traffico pesante – Via Giulio Cesare- che raccordava la città col polo industriale occidentale, e quella del traffico veloce.

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Piazza Littorio

La prima, di dimensioni maggiori, ricavata sulla testata delle due grandi arterie, fu dapprima denominata Piazza del Littorio e successivamente, a regime crollato, Piazza Italia. Sul suo lato nord, per l’intera lunghezza del lato doveva sorgere un’imponente caserma della Milizia a forma di L coricata, con una grande scalinata, un lungo atrio con le immancabili colonne di travertino e, al confine col viale, un’imponente torre littoria con l’araldica di regime.
A fronteggiarla avrebbe trovato un esteso sistema di giardini nel cui centro spiccava una fontana circolare i cui scenografici getti d’acqua fuoriuscivano da una grande semisfera di travertino.

sferisterio716La caserma non fu costruita. In compenso la speculazione edilizia del dopoguerra, in evidente contrasto con i dettami del Piano regolatore, cominciò ad elevare sui lotti della bonifica, grazie alla perversa logica delle varianti al Prg, falansteri per civili abitazioni. L’unica testimonianza dell’architettura degli Anni del littorio nella piazza è data dallo Sferisterio.
Una sorta di stadio coperto, progettato dall’ingegnere Franco Tortorelli, per conto della Società Sferisterio di Torino nel 1937, destinato alla pratica della pallavolo e, soprattutto della pelota basca.
Varcato uno dei suoi due ingressi, si accedeva in un enorme “stanzone” diviso in due aree funzionali da un’altissima rete metallica. La prima, retrostante la facciata principale, impreziosita sul fronte strada da due altorilievi, costituiva l’area pubblica con due ordini di gradinate, i box per le scommesse, un piccolo bar con alcuni tavolini vista campo, gli uffici ed i servizi. Oltre la rete vi era il campo di gioco ove si alternavano i giocatori (due nel singolo, quattro nel doppio) con le chistera soppiantate negli anni da una sorta di ibrido tra lo xare ed il nostro tamburello.

plt2Sulla capacità di rilanciare la palla prima che questa prendesse terra, dopo aver picchiato a folle velocità sulle pareti limitanti il campo di gioco, si scatenava il tornado delle previsioni degli abituali scommettitori.
Del polo flegreo delle scommesse – ippodromo, cinodromo e sferisterio – il target di quest’ultimo era senza ombra di dubbio quello più singolare sia per composizione sociale, sia per il rapporto con i protagonisti del gioco, tutti rigorosamente destinatari di un nomignolo evocativo: ‘o mitragliere, ‘o cavallaro, ‘o bersagliere….
Come in tutti gli edifici di culto del gioco d’azzardo, in esso si radunava una piccola folla di scommettitori. Le dimensioni ambientali contenute e gli orari serali/notturni nei quali si svolgevano le gare, tuttavia, ponevano in evidenza la presenza di non pochi soggetti legalmente border line o abbondantemente oltre… Non pochi, infatti, notavano l’incremento di tali soggetti in concomitanza dell’accensione dei pneumatici per l’illuminazione ed il riscaldamento delle bocche di rosa (allora molto numerose) sulla via Domiziana e le relative traverse.

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Pasquale Simonetti, detto Pascalone e Nola

Franco Rosi, da acuto osservatore dei fenomeni sociali e delle attinenti sfumature, nella sua storia di Pascalone ‘e Nola e Pupetta Maresca della fine degli Anni ’50, non a caso utilizzò lo Sferisterio tra le location degli incontri tra Pascalone ed alcuni emissari della “camorra rurale” dell’hinterland napoletano.

La ristrettezza degli spazi, come accennato, determinava un “confidenziale” rapporto tra pubblico e giocatori. Un rivolgersi unilaterale e diretto che, molto spesso, passava repentinamente dai toni dell’incitazione al turpiloquio. Bastava, infatti, una distrazione, un gesto atletico non perfetto di un giocatore a dar corpo all’immanente sospetto di combine e a scatenare la canea sino allo scontro fisico giocatore/scommettitore nonostante la presenza della rete divisoria metallica.
Decisamente era un ambientino singolare e questa sua peculiarità rese vano ogni tentativo di allargare la fascia dei frequentatori.
La parabola discendente delle attività dello Sferisterio subì una forte accelerazione con il manifestarsi del sisma del 1980 che determinò il crollo della parte apicale del prospetto principale dell’edificio e si concluse con l’esplosione a scopo intimidatorio di una bomba davanti ad uno degli ingressi e l’incendio doloso che provocò la distruzione dell’intera struttura. La stampa locale sostenne che entrambi gli episodi fossero da ricondurre ad un regolamento di conti tra clan camorristici.

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Il progetto di recupero dello Sferisterio

Da allora il nudo involucro è oggetto di un confronto tra istituzioni. Forse qualcuno è in attesa che crollino i due pregevoli altorilievi che si trovano sulla facciata del rudere e che, con ogni probabilità, costituiscono parte delle ragioni che hanno indotto la Soprintendenza per i beni culturali ed artistici a porre sotto tutela la struttura.
Vincoli che tutt’ora impediscono la variazione della destinazione d’uso dell’immobile nonostante la giunta Iervolino abbia approvato nel 2007 il progetto della Sacs s.r.l. – proprietaria della struttura – per la trasformazione dello Sferisterio in una pista di pattinaggio su ghiaccio, palestre per il fitness e centro benessere.  In ogni caso, indipendentemente dalla conclusione dell’annosa controversia, della pelota basca a Napoli, è ormai solo un ricordo.

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2 pensieri su “L’odissea dello Sferisterio

  1. Franco Fronzoni

    Bellissima ed interessantissima reprospettiva su urbanistica ed architettura del tempo ed, amare constatazione sulle distorsioni successive, private e pubbliche. Più grave, però, l’inerzia pubblica per le indecisioni sullo sferisterio, sospettate, a ragione, di volontà politiche di cancellazione di interessanti testimonianze del passato: colpevole incultura! Condivido, personalmente, questa accusa, mettendo il fatto in relazione paritetica al destino riservato alla bellissima “ex Colonia montana” di Agerola; bellissima realizzazione,sita in un meraviglioso luogo, ma lasciata deperire, incredibilmente, con trascuratezza gravata da analoghi presupposti di volontà di distruggere un passato, che sarà certamente rivalutato nella giusta maniera, Grazie, Lidio.

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    1. Franco Fronzoni

      Il commento è in attesa di moderazione.

      Bellissima ed interessantissima reprospettiva su urbanistica ed architettura del tempo ed, amare constatazione sulle distorsioni successive, private e pubbliche. Più grave, però, l’inerzia pubblica per le indecisioni sullo sferisterio, sospettate, a ragione, di volontà politiche di cancellazione di interessanti testimonianze del passato: colpevole incultura! Condivido, personalmente, questa accusa, mettendo il fatto in relazione paritetica al destino riservato alla bellissima “ex Colonia montana” di Agerola; bellissima realizzazione,sita in un meraviglioso luogo, ma lasciata deperire, incredibilmente, con trascuratezza gravata da analoghi presupposti di volontà di distruggere un passato, che sarà certamente rivalutato nella giusta maniera, Grazie, Lidio.

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