di Adolfo Mollichelli
Avrei voluto scrivere di Insigne goleador per fare uno sberleffo ad un mio amico che lo chiama Nunsigne. Avrei voluto ricordare i venticinque minuti perfetti del Napoli grazie ad Hamsik. Avrei voluto parlare di Mertens, per me il miglior acquisto in assoluto.
Avrei voluto consolare Montella che s’è trovato orfano anche di Cuadrado. Avrei voluto celebrare una finale di coppa.
Avrei voluto parlare di calcio e basta. Non m’interessa sapere l’esatta dinamica del terribile fatto di sangue, della sparatoria, degli scontri tra gruppi contrapposti, degli assalti ai poliziotti. Rifletto, ricordando fatti del passato, sulla sicurezza dell’Olimpico. Dall’assurda morte di Paparelli colpito da un razzo lanciato dalla curva opposta alla prima, vera vergogna del calcio nostrano: il derby romano (21 marzo 2004) sospeso per volere di alcuni ceffi che erano sul terreno di gioco. Convinsero i capitani di Roma e Lazio a rientrare negli spogliatoi. Motivazione: un blindato della polizia ha travolto e ucciso un ragazzo.
Non era vero, per fortuna. Prefetto e questore avevano comunicato – ufficialmente – che la notizia era falsa. Non servì a nulla. I ceffi avevano deciso così e così fu. L’Olimpico è uno stadio pericoloso. Per i viali d’accesso che sono luoghi propizi per gli agguati. Non si contano le “spuncicate” – termine romanesco per indicare coltellate inferte sui glutei – effettuate in occasione di partite particolari. Nello stadio della capitale entrano (chissà come) il più alto numero di fumogeni, petardi e bomboni che esplodono regolarmente in ogni partita. Di squalifica del campo neanche a parlarne.
Anni fa, durante una partita di coppa della Roma, l’arbitro svedese (Friks, mi pare si chiamasse) fu colpito violentemente al capo da un accendino che gli provocò una ferita piuttosto grave. L’oggetto, si appurò, era stato lanciato dalla tribuna vip. Dove prendono posto i vari “a fra’ che te serve” di turno. Tavole rotonde, soloni pagati per dire: sono delinquenti, col calcio non c’entrano. E no, basta. C’entrano eccome. O meglio: il fenomeno calcio è specchio fedele della nostra società malata.
Vissuto come pretesto ed occasione per la caccia all’untore. Dove l’untore è l’altro, il diverso. Siamo da sempre una comunità di guelfi e ghibellini, bianchi e neri, nordisti e sudisti. Ci eccitiamo per un Palio. Siamo sportivamente – non solo – incivili. Incapaci di vedere il bello (se c’è) nell’avversario considerato un nemico, a volte acerrimo. Una volta c’erano gli sfottò e, non sempre, una scazzottata. Bologna la dotta era un esempio di civiltà anche sportiva. Ora rinnega il suo Morandi se si smarca da una concezione razzista.
Grande colpa della crescente cancrena che sta distruggendo il fenomeno calcio va ascritta al sistema mediatico. Parrocchie e parrocchielle, pur di far schizzare su l’audience o le copie dei giornali. Cultura sportiva vicina allo zero. Il proliferare di tv e radio private (non tutte per fortuna) ha contribuito al tam tam dell’odio. Ai ragazzini nessuno dice più: tifa per chi vuoi, ma rispetta l’avversario.
Un po’ di tempo fa aiutai un collega inglese che doveva fare un’inchiesta sui media sportivi italiani. Ripartì per Londra confuso. “Ma parlate e vedete trasmissioni di calcio sette giorni su sette, incredibile”, mi disse. Un’ultima cosa: per piacere, non chiamate ultras i ceffi da galera. I veri ultras sono tutt’altra cosa. Sono quei quattro signori sampdoriani che a spese loro hanno raggiunto la Serbia per l’estremo saluto a Boskov.









