di Franz Krauspenhaar
Così il momento è arrivato, alla fine. Un lungo treno con un ritardo potremmo dire incolmabile. A 41 anni finiva Zoff, finiscono in pochi. Il logoramento delle carriere. Javier Zanetti detto Pupi, o Il Capitano (c maiuscola) finisce proprio a 41. Ma sono dettagli, è avventura e un po’, per noi, disgrazia. Avrebbe potuto smettere di giocare a 45, o forse a 53, come Sir Stanley Matthews, che però stava in un’altra era. Vent’anni con la stessa maglia, quella dell’Inter. La più bella maglia del mondo. La più elegante. La più pesante, spesso.
Vent’anni di fermezza e di lealtà, di amore e di coraggio, di attaccamento a quella stessa maglia, non una qualsiasi. Uno straniero, un argentino figlio di muratori, un ragazzo della Capitale argentina, tifoso, trascinato dal padre, dell’Independiente di Avellaneda, la squadra che ha lo stadio proprio di fronte a quello dei cugini del Racing, la squadra del Principe Milito. Ma nella squadra del cuore non giocò mai, finì presto al Banfield, club soprannominato “El Taladro” (Il Trapano).
E poi, vent’anni fa, fu il primo acquisto dell’allora giovane Moratti, e da quel momento divenne interista a vita. Ha preso l’eredità di Facchetti e l’ha portata fino in fondo, potremmo dire oltre il fondo. Anche lui come il grandissimo trevigliese difensore votato all’attacco, solido incursore, generoso, indomabile. Operaio e nobile nel cuore e nelle intenzioni.
Lo stadio, il catino del Meazza (altra leggenda nerazzurra) che segue rombando nelle grida entusiastiche le sue accelerazioni, il suo passo robusto verso l’area, al cross, fino a sfinire i polmoni. Un atleta vero – che nel calcio ci sono moltissima semiatleti, salvati soltanto dalla giovane età per quel che è il recupero di forze e condizione- e naturalmente un esempio.
Non sto a dire dell’impegno sociale, della pulizia morale dell’uomo. Forse della morale non c’interessiamo più, forse siamo caduti così in basso che nel crogiolo infernale ci sta posto per tutti, c’è “l’avanti c’è posto” autobussista dell’indementicato film di Aldo Fabrizi.
L’argentino sa essere “hombre vertical” come pochi, e già questa espressione rincuora noialtri, pieni di notizie e verdetti ignobili, pieni d’esempi da stracciare come schedine perse. Non rimane nemmeno lo spazio per l’indignazione vera, e forse non sarebbe nemmeno più giusto. Sarebbe una perdita di tempo. Bisognerebbe fare come faceva lui fino a pochissimo tempo fa: ricevere il passaggio dal compagno e filare come un tuono verso l’area avversaria difendendo il pallone con le unghie e con i denti, ma senza la rabbia e la cattiveria dei deboli. Ecco, Zanetti è stato un giocatore forte, un uomo che s’è sempre battuto sui campi e ora si batterà in altre vesti per il bene dell’Inter. Abbiamo temuto per un attimo che potesse lasciarci e andare per altre squadre, ma era assurdo solo il pensarlo. Se c’è un interista vero, placentare, quello è il nostro capitano: per sempre.
L’Album di Pupi










