di Franco Esposito
Vent’anni senza Massimo Troisi. Vent’anni di solitudine. Massimo è sempre con noi e noi con lui.
Quel giorno di metà giugno dell’82, ad un tavolo del ristorante Bella Napoli, davanti al porto di Vigo, in Galizia. Il mare e le navi, le barche da pesca, e noi a cenare e discutere di vita, calcio, musica, teatro, donne e di temi banali. Molto per ridere e un po’ per non soffrire, Noi, un gruppo di giornalisti inviati al seguito della nazionale italiani ai campionati del mondo in Spagna. A Vigo l’estate, la vera estate, si presenta di rado; noi vestiti da autunno, il pullover leggero o il giubbino, e gli spaghetti all’aragosta. Pasta nostra, italiana. Un gentile quotidiano prezioso regalo di Lorenzo Lorini, lo chef fiorentino della nazionale in ritiro a Pontevedra, venti minuti in auto e di autopista da Vigo. Ai fornelli il nostro cuoco preferito, insostituibile quando si tratta di cucinare spaghetti di marca e di produzione italiane. Il giornalista e grande storico mio amico, Antonio Corbo, napoletano intelligente, sveglio, poliedrico. Un giornalista vero, di grande talento.
La prima verità è questa: i ristoratori stranieri all’estero non hanno avuto mai un gran rapporto con la pasta, non sanno come va cucinata. Questione di dimestichezza, un problema di costume, tradizione, storia. Perdi il fiato chiedendo l’impossibile, per loro. “Al dente, mi raccomando, che la cottura non duri più di otto minuti”.
Gli spaghetti in tavola, ottimi e abbondanti, Antò, sei un grande, sei un babà. “Posso, Ciccio?”. Certo che puoi, Beppe, dì pure. “Secondo te, Massimo Troisi è il nuovo Eduardo?”. Beppe Viola, indimenticabile e indimenticato, mi prende in contropiede. Sono imbarazzato: lui non è solo un grande giornalista, un gioiello della Rai, è pure una persona colta, piena d’interessi, uomo di teatro, autore di canzoni e di lavori teatrali, scrive e recita con Iannacci, eccelle in cento cose. Classe e ironia. Ti prego, Beppe, non toccarmi Eduardo, è il mio mito. “Eduardo o Totò, da qui non si scappa. Troisi è destinato a riscrivere la storia del teatro comico. Penso sia un grandissimo”.
Vent’anni senza lui. E oggi non ci resta che ricordare, e non per fare il verso ad uno dei suoi innumerevoli successi. E ricordarlo con passione, ammirazione e amore, compagni dell’enorme rammarico di aver perduto Massimo troppo presto. Beppe Viola non si sbagliava, aveva visto giusto, e gli occhi dei suoi gaudenti commensali caciaroni aveva aperto in quella sera galiziana, abitata da bave di vento fresco, quindici gradi di temperatura, il 20 giugno dell’82.
Il rimpianto ci rende nervosi, proprio come quel suo caffè cinematografico.
Quattro giugno 1994, vent’anni oggi. Vent’anni che Massimo Troisi non c’è più. La memoria si perde in un vuoto incolmabile, pieno di ragionata delusione e misurata disperazione. Vent’anni colmi anche di una strana ironia, come sarebbe piaciuto a lui, ineguagliabile immortale Pulcinella. Attore comico, autore, regista, l’erede diretto, per li rami artistici, di Eduardo De Filippo e del principe Antonio de Curtis, in arte Totò.
Un grande napoletano, Massimo. Un artista sensibile e raffinato, proprietario di una straordinaria napoletanità, che lo innalzò al ruolo di cittadino del mondo amato nel mondo. Una maschera meravigliosamente chiara, la faccia vera di Napoli. Successi umani e artistici Intensamente goduti, in uno spazio e un tempo però troppo brevi. Se ne è andato a 41 anni, beffa e schiaffo di un destino segnato purtroppo fin dalla giovinezza. Dolorose febbri reumatiche produssero lo scompenso cardiaco alla valvola mitralica. Lo scompenso fatale, appena dodici ore dopo aver completato le riprese del suo film più ambizioso e impegnativo, “Il postino”. Una fatica tremenda per lui; avrebbe fatto a risparmiarsela con quel cuore balbettante, sofferente.
La morte se lo prese nel sonno, lentamente, nella casa di sua sorella Annamaria, a Ostia, dove si riposava dalle fatiche di un set che non avrebbe dovuto affrontare, mai. Il doppio sforzo di ideatore-interprete nei panni di Pablo Neruda, e regista: decisamente troppo per il suo cuore malandato. Da non molto era tornato dagli Stati Uniti, reduce da una visita dal chirurgo De Beckey, l’idraulico del cuore, che già una volta lo aveva operato in grande segretezza. Ma lui era battute fulminanti, Napoli nella faccia e nella voce, nei racconti brevi e al cinema, e tante grandi cose e anche questa: giocava a nascondino con la morte, sul filo dell’ironia di alcuni suoi personaggi che scompaiono prematuramente. “No, grazie, il caffè mi rende nervoso” e il film Tv “Morto Troisi, via Troisi”, del 1982. In Tv l’hanno ricordato commossi, in seconda serata, l’altra sera, i colleghi addolorati, gli amici veri, gli artisti suoi ammiratori infiniti, e il barbiere personale con aneddoti e inedite brevi rivisitazioni. Nathalie Caldonazzo, la donna del cuore, Renzo Arbore, Giuliano De Sio, Marisa Laurito, e tanti, moltissimi innamorati della sua arte lieve e insieme profonda.
Figlio di un ferroviere macchinista e di una casalinga, Il Pulcinella senza maschera nasce il 19 febbraio del ’53 a San Giorgio a Cremona, alle porte di Napoli, zona di Regi Lagni e di militari della Scuola trasmissioni, periferia disastrata della città, la Reggia di Portici, il mercato Resina e gli scavi di Ercolano a meno di un sospiro. In una casa piccola, papà, mamma, due nonni e cinque fratelli. Massimo nasce combattente, e nella vita, ahinoi troppo breve, combatte contro l’anonimato, le febbri reumatiche, l’emarginazione tipica delle province. Lotta contro tutti, e vince. Proprietario di una comicità irridente e dolente, un diverso sentire della nuova Napoli di Roberto De Simone e di Pino Daniele, s’imbatte nella signora in nero, nemica dell’omologa con la benda, e solo da lei viene sconfitto.
Il vernacolo torrenziale e vivacissimo è il suo primo compagno a teatro. “L’unica lingua che conosco e so parlare, a dire il vero”. Il gruppo “I Saraceni” e gli inossidabili, sodali, indivisibili de “La Smorfia, Enzo De Caro e Lello Arena. Gli applausi dei frequentatori raffinati e affezionati del mitico San Carluccio, piccolo grande regno delle avanguardie cabarettistiche, e non solo, poi l’approdo trionfale sulle reti televisive e al cinema, Come Eduardo e Totò. Quel vernacolo comprensibile e godibile, sinonimo di un universale sentire. Un successo clamoroso, ancorché inatteso, e un’empatia istintiva. Storie comiche giocate sul paradosso, esilaranti viaggi anche nella memoria. La critica non fu sempre generosa con lui, salvo poi tributargli grandi encomi a margine delle quattro nomination de “Il Postino”, Oscar del cinema 1996 per la colonna sonora di Luis Bacalov. E il rammarico enorme per quello che sarebbe stato e in seguito avrebbe dato, prima che scorresse l’amaro titolo di coda. Massimo doveva evitarcela questa sofferenza, un colpo basso, d’incontro, beffardo e irreparabile. Comunque, dirgli grazie di tutto e come dire niente. Massimo è sempre con noi e noi con lui.













