di Lidio Aramu
La tempesta mediatica si è placata. Il tragico evento di via Toledo, esaurita la carica emozionale, va in archivio lasciando dietro se una lunga teoria di transenne e nastri bicolori d’interdizione in tutti i quadranti del centro storico. E’ una lenta e disattesa agonia. Dalle stanze del potere non giungono gli echi di un urgente ed irrinunciabile confronto sul futuro, forma e funzione della città, ma quelli ameni e mondani degli incontri ufficiali tra sindaco e v.i.p.
Sulla facciata di Palazzo San Giacomo è apparso uno striscione iridato inneggiante alla pace, forse un invito “freudiano” rivolto da Luigi de Magistris all’incontrastato degrado urbanistico – architettonico che, figlio legittimo di quella “bonaria anarchia”, cara a Gino Paoli e a non pochi napoletani, continua a provocare profonde ferite e lutti insopportabili.
Una guerra che l’Amministrazione comunale dovrebbe doverosamente combattere con ogni arma (tecnica e finanziaria) e con un dispendio inesauribile di energie. Invece… torna ad imperare la grigia routine, gli ordinari ed anarchici ritmi di vita. Sulle pagine dei quotidiani si leggono resoconti, valutazioni e previsioni sullo stucchevole balletto Pd con e contro de Magistris, quasi che i “democratici” fossero il rimedio e non la malattia degenerativa che affligge Napoli da oltre un ventennio.
Il rapporto tra i napoletani e la classe politica è davvero singolare e ricorda molto da vicino la sindrome di Stoccolma giacché pur toccando con mano i guasti prodotti dalle amministrazioni di sinistra, centro-sinistra ed affini, continuano ad affidare ad esse le sorti della città.
La realtà però, come sempre accade per le cose napoletane, è ben più complessa in quanto è la risultante di portati storici, atavici comportamenti servili, della mancanza di coesione sociale, di un’alternativa politica reale e credibile, della corta memoria collettiva. In definitiva, per dirla con Aldo Masullo, “la città è ridotta ad un insieme eterogeneo di ceti, ad un groviglio d’interessi diversi e spesso confliggenti, ad una specie di polipaio in cui ogni polpo agitando i suoi tentacoli tenta di battere l’altro”. Una condizione di “bonaria anarchia” che si traduce nel distacco progressivo della società civile dalla gestione politico-amministrativa della città, nell’attesa messianica dell’uomo del balcone e, nei casi più gravi, sfocia in un ribellismo sterile e strumentale che finisce con l’alimentare il tasso di sfiducia verso le pubbliche istituzioni e quell’anima tardo feudale sempre protesa alla ricerca del protettore di turno.
L’ultima rilevante sommossa che la città ricorda è quella che vide la comunità di Pisani opporsi con determinazione alla riapertura della discarica di Pianura ipotizzata dall’amministrazione di Rosa Russo Jervolino per fronteggiare la crescente massa di rifiuti che tracimava in ogni angolo di Napoli. A sostegno della presa di posizione popolare furono raccontate storie di malformazioni neonatali, di patologie tumorali, di aria a e terreni avvelenati. Una pacifica protesta che ben presto si tramutò in violenti disordini di piazza ed atti di vandalismo. Si raccontarono allora altre storie: di palazzinari fuori legge disturbati nella loro opera di cementificazione selvaggia del territorio, di faide tra esponenti politici, d’interessi occulti. Ma si continuava a tacere sul fatto che, nottetempo, a discarica chiusa continuavano i conferimenti di materiali non classificati. La Procura, tra l’altro, accertò che il percolato che doveva essere prelevato e smaltito secondo le leggi dai cinque diversi invasi che costituiscono l’arcipelago delle discariche di Pisani, in realtà veniva riversato e disperso negli strati più profondi del terreno.
Con la decisione di non riaprire più la discarica sparirono gli squadristi della difesa ambientale, le associazioni civiche di autotutela, gli screening tumorali, le promesse bonifiche. Cittadini ed istituzioni rifluirono rapidamente nell’ordinaria e “bonaria anarchia” nella quale ogni realtà perde i suoi connotati specifici ed assume quelli amorfi del tirare a campare, laddove regole e prescrizioni sono liberamente interpretate in funzione del bisogno soggettivo e la programmazione della gestione amministrativa della res publica assume le sfumature dell’utopia.
La stessa “bonaria anarchia” regna in quel di Chiaiano, quartiere della periferia nord occidentale di Napoli, laddove si decise di trasformare le ex cave di tufo in un’enorme discarica per disinnescare la rivolta di Pianura e a Bagnoli ove. a distanza di un ventennio dalla dismissione, permane l’inquinamento terrestre e marino prodotto dalle lavorazioni dell’ex polo industriale. Tanto per limitare l’orizzonte all’area occidentale di Napoli.
Si certo, di tanto in tanto, si continua a parlare di bonifiche ed inquinamento, ma lo si fa unicamente per gli interventi della Magistratura costretta ad intervenire per difendere il diritto dei deboli ed il bene comune contro i soprusi e l’arroganza delle caste.
Il “rinascimento” bassoliniano è lontano ormai milioni di anni luce, oscurato dall’immobilismo delle amministrazioni Jervolino e dalla restaurazione della retorica folclorica e plebea della “pizza, luna e mandolino sul lungomare libberato” dell’amministrazione arancione. Napoli non è riuscita ad uccidere il Chiaro di Luna della “bonaria anarchia”. Qualcuno si era semplicemente illuso.













il bluff De Magistris, la sindrome
di Stoccolma che sembra aver preso la maggioranza dei napoletani,
la lapidaria fotografia di Aldo Masullo sullo stato della città,
l’accenno ad un Rinascimento bassoliniano (molto esaltato, in
realtà non esistito), danno a Lidio lo spunto per concludere il
tutto con un’ illusione sulle nostre speranze.
Ha perfettamente ragione, ma l’illusione -tutt’altro
che pia – è il risultato della falsità di avere attribuito il vocabolo di
Rinascimento all’operato di Bassolino come Sindaco (e poi anche
come Governatore (rovina di Coroglio, perdita del Banco di
Napoli, BOC, aumento dei debiti delle due amministrazioni
comunale e regionale) ed è la logica conseguenza di quanto sta
accadendo nella città.