di Gerardo Mazziotti
Fin da quando nel lontano 1980 venne emanata dai burosauri europei ho sempre ritenuto una grande sciocchezza la normativa sul cosiddetto “impatto ambientale”. Diciamolo senza infingimenti, una cazzata.
Perché si tratta di un insieme di criteri basati sul nulla. O, meglio, di criteri estremamente soggettivi al punto da giustificare tutto e il contrario di tutto. Portai una serie di esempi. Il Partenone sull’acropoli di Atene non sarebbe mai stato approvato da una commissione incaricata di far rispettare la normativa sull’impatto ambientale.
La stessa sorte sarebbe toccata al Golden Gate di San Francisco che i burosauri europei avrebbero giudicato uno sfregio ai valori ambientali della baia californiana.
Di contro hanno superato l’esame di “impatto ambientale” una infinità di opere oscene e devastanti. Hanno detto che il progetto del ponte sullo stretto di Messina “non rispetta i requisiti di una direttiva europea del 1979 sulla protezione delle rotte battute dagli uccelli migratori “. Che, secondo i burosauri europei, scelgono proprio lo stretto messinese nelle loro migrazioni tra l’Europa e l’Africa.
Pur avendone a disposizione una infinità. Per nulla disturbati, evidentemente, dall’elettrodotto che unisce la costa siciliana e quella calabrese con giganteschi piloni di acciaio che nulla hanno da invidiare a quelli del ponte sospeso. E se l’Italia non avesse dimostrato, e nel tempo massimo di due mesi, che gli uccelli migratori non avrebbero subito alcun danno, l’Unione europea non avrebbe partecipato al cofinanziamento dell’opera. Un diktat di cui i vari governi italiani si sono giustamente infischiati.
Non voglio fare la storia del ponte sullo stretto perché sarebbe troppo lunga. Basterà ricordare che il concorso internazionale fu bandito oltre quarant’anni fa, che vi parteciparono centinaia di architetti e di ingegneri di mezzo mondo (e io ero tra questi), e che tra i progettisti che si sono misurati con quest’opera ciclopica (una campata di un kilometro e trecento metri, la più lunga del mondo) c’è stato il maggior costruttore italiano, Pier Luigi Nervi, con una proposta semplicemente geniale. Due piloni a fuso alti trecento metri, quanto la Torre Eiffel, e una rete di cavi di acciaio a reggere il lungo impalcato.
Ovviamente, fin d’allora sono levate le grida degli ambientalisti contrari all’idea di unire le due sponde dello stretto di Messina anche in nome della “insularità” della Sicilia da salvaguardare. E nell’arco di decenni si è parlato di correnti, di venti e di sismicità della zona (e anche di mafia) ma mai di rotte degli uccelli migratori.
Ha ragione Angelo Panebianco quando scrive che “ in questo strano Paese se una cosa è giusta è destinata a non essere fatta “. Però è dell’altro ieri la notizia che il pool di imprese che hanno vinto la gara d’appalto sarebbero disposte a rinunciare a incassare la penale di 1,5 miliardi di euro se il governo italiano decidesse di dare inizio alla costruzione dell’opera. E Sergio Romano ha così commentato la notizia” Se il ponte si farà, come si augurano gli italiani di buon senso, i treni del futuro, come quelli che già sono in servizio in Francia, in Spagna e in Giappone, accorceranno la distanza tra Palermo e Milano e Monaco e Berlino e le altre città europee. Altro che opera faraonica. Il Ponte potrebbe essere la grande occasione per l’intera Sicilia. Per questo, temo, non verrà mai costruito”.
Se il ponte si farà, come si augurano anche i siciliani di buon senso, i treni del futuro, come quelli già oggi in servizio in Francia e in Giappone, accorceranno la distanza tra Palermo e Milano e Monaco e Berlino e le principali città europee. “Altro che opera faraonica — ha scritto Angelo Panebianco – il ponte potrebbe essere la grande occasione per l’intera Sicilia. Per questo, temo, non verrà mai costruito”.
Ma voglio sperare, insieme a Panebianco e a Romano, che il governo Renzi non lascerà cadere l’offerta del pool di imprese. E che deciderà di costruire il ponte di Messina.











