Quando l’uomo del Colle dice basta

di Gianpaolo Santoro

L’uomo del Colle ha detto basta. Il supplemento d’avventura al Quirinale ormai è agli sgoccioli, ancora un paio di mesi e poi ricchi balli e cotillon. E questa volta non sono spifferi di fine anno, i quirinalisti più informati hanno confermato l’addio. Re Giorgio abdica, ormai è deciso. E’ andato a sussurrarlo anche a Papa Francesco, teniamo famiglia una benedizione non fa mai male.

Le dimissioni saranno ufficializzate o a fine dicembre, durante l’incontro con le alte cariche dello Stato o nel messaggio agli italiani di fine anno. Poi nel giro di qualche settimana arriveranno le dimissioni formali. Da quel momento i 15 giorni previsti per la convocazione delle Camere. E poi sarà quel che sarà.

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Cossiga e Napolitano, Presidenti

Una situazione che ci riporta indietro di ventitré anni, 1992 anno bisestile, ma chi mai avrebbe potuto ipotizzare quello che sarebbe successo? Il pentapartito viveva le contraddizioni di sempre, i comunisti non erano già diventati ferventi post comunisti, la caduta del Muro ancora non era stata del tutto metabolizzata ed archiviata. Calava il sipario sul maxi processo a Cosa Nostra: una sentenza delle sezioni unite della Cassazione condannava un esercito di 360 mafiosi (19 ergastoli) con pene da espiare in carceri di massima sicurezza e con relativo sequestro delle ricchezze accumulate. Intanto dopo aver esaurito tutte le riserve della Banca d’Italia, in un’ostinata difesa di un’insostenibile parità monetaria, la lira ebbe un vero tracollo. Il marco tedesco, sempre lui, passò da 750 a quasi 1300 lire in cento giorni, una waterloo per la vecchia lira, con una svalutazione del 40 per cento. Ma a quei tempo non sapevamo che cosa fosse lo spread. Berlusconi si divertiva ancora col Milan, comprò Papin, un timido impalpabile francese, se pur pallone d’oro. E mentre Sanremo rassicurava tutti, con una canzone dei buoni sentimenti di Luca Barbarossa “Portami a ballare” dedicata alla mamma, Franco Battiato cantava “Povera Patria”, schiacciata dagli abusi del potere di gente infame… Qualcosa già allora, cominciava a scricchiolare.

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Forlani e Andreotti, la Dc

Francesco Cossiga, il presidente della Repubblica picconatore, la sciamano con la K, decise di assestare l’ultimo colpo a sorpresa, non a caso, il 25 aprile, giorno della liberazione. Con un interminabile messaggio televisivo, quasi un’ora, annunciò le sue dimissioni con sei mesi d’anticipo aprendo di fatto la corsa al Quirinale. Le elezioni per il nuovo presidente (in genere più lunghe di un conclave vaticano) vennero fissate per il 13 maggio. Giulio Andreotti, puntava ad essere il nono uomo del Colle, ma neanche sotto tortura l’avrebbe ammesso. Il problema è che anche il segretario del suo partito, Arnaldo Forlani, aveva la stessa aspirazione. Ma non lo confessava neanche a se stesso.

Ma torniamo ai giorni d’oggi. Alcuni bene informati dicono che a Palazzo Chigi, in un cassetto della scrivania del Premier, quella sovrastata da un falso dipinto del Tiziano (il cui originale si trova al museo del Prado di Madrid, ma chissà poi perché il capo del Governo italiano debba avere alle spalle un quadro farlocco, mica mi sembra tanto logico) sia gelosamente conservata una cartellina con la scritta in pennarello rosso “Quirinale”, contenente tre dossier. Tre potenziali identikit del futuro presidente della Repubblica. Già, come se servisse a qualcosa.

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Carlo Donat Cattin

Chi non hai mai “vissuto” il corridoio dei passi perduti nei giorni del Colle, non può capire. Sosteneva Carlo Donat Cattin (il partigiano bianco, l’ex sindacalista capo della corrente Forze nuove, più volte ministro, padre di Marco Donat-Cattin, detto Comandante Alberto, terrorista di spicco di Prima linea) che esistono solo tre modi per chiudere la strada al Quirinale. “Il pugnale, il veleno e i franchi tiratori”. Solo che in quella primavera romana del 1992 “per Salvo Lima è stata fatta un’eccezione: venne usata una pistola mitraglietta” sussurravano gli uomini dell’allora presidente del consiglio. “Una esecuzione per far fuori Andreotti”.

A Montecitorio quando si deve eleggere un nuovo Presidente della Repubblica si respira sempre un clima da congiura. Solo al provvisorio governo di Enrico De Nicola (1947) e a Francesco Cossiga (1985, unico scrutinio) fu risparmiato di “giocare a moscacieca coi traditori”. Chissà, forse si dovrebbe chiedere a Marini e Prodi, le ultime vittime predesignati dei cecchini dell’urna, storia solo di pochi mesi fa.

In aula aleggiano i fantasmi di Giuda, Bruto, Cassio: le icone del tradimento. Per garantire e proteggere la segretezza del voto, venne costruita dagli ebanisti del Palazzo una cabina al centro dell’aula, che subito venne ribattezzata “il catafalco”. Ma anche questa a qualcuno non andava bene, ed allora fu sostituita da una, più sobria e meno austera con due paraventi, passata alla storia, per la somiglianza, come “ le buche del suggeritore”. Ma più si è tentato di garantire la segretezza del voto, più il sospetto ha regnato sovrano.  E questa volta, non sarà diversa da nessun’altra, potete scommetterci. E non ci sono Patti che tengano. In quella primavera del ’92, ad esempio, il duello era tutto in casa democristiana, Arnaldo Forlani, l’allora segretario dc, contro Giulio Andreotti, l’allora presidente del Consiglio. Dichiarazione di veti, dichiarazioni di voto da parte delle varie correnti, l’accordo non venne trovato. E si decise allora di fare segretamente le Primarie (si proprio quelle che vengano sbandierate come una novità più di venti anni dopo…), i grandi elettori dc vennero chiamati a scegliere il loro candidato a scrutinio segreto. Ma prima della “conta in famiglia” a sorpresa chiese la parola Andreotti. “Visto che c’è la candidatura del segretario, la mia non esiste più. E chi lavora a sfavore pecca contro lo Spirito Santo”. E così Forlani ottenne un plebiscito, (anche se Mattarella distrusse lo stesso le schede con un trita carte, secondo la saggia tradizione dc che mai bisogna lasciare tracce).

Ma la mattina dopo, il 16 maggio, quando si doveva fare sul serio, il mondo crollò addosso al quasi-presidente Forlani, che fu impallinato da 70 franchi tiratori e per 39 voti si vide negare il Quirinale. Trentanove voti che cambiarono la nostra storia. Forlani, imperturbabile come sempre, commentò: “Meglio d’ora in poi lasciar fare lo Spirito Santo, se muove il creato, riuscirà anche col Quirinale…”

Si navigava a vista, i candidati venivano impallinati uno dopo l’altro: Giuliano Vassalli, Leopoldo Elia, Gino Giugni. Pannella candidò Scalfaro, che si aggiudicò i sei voti radicali. Ne mancavano appena cinquecento… E intanto, fra un giochetto e l’altro, si era già arrivati alla quindicesima fumata nera. Le schede bianche avevano raggiunto la ragguardevole cifra di 397.  “Scheda bianca”, “scheda bianca”, “ scheda bianca” era una litania. Ai microfoni del giornale radio, una anziana contadina della campagna emiliana, la signora Bianca Scheda lanciò un avvertimento: “Sorbole, se non la smettono, mi metto in treno e vado a Roma, voglio proprio vedere che faccia fanno quei signori che continuano a scrivere il mio nome…”.

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La strage di Capaci

La rosa dei papabili si componeva e si scomponeva. Si cominciò a sussurrare di nuovo il nome di Andreotti, sembrava dovesse toccare proprio a lui. Ma il destino aveva fissato un appuntamento con la nostra storia. Era il 23 maggio, l’Italia del Palazzo era rinchiusa da dieci giorni a Montecitorio attorcigliata su se stessa, in attesa di decidere quale uomo mandare sul Colle. E quello che non riuscirono a fare mille grandi elettori, riuscirono a fare, come scrisse Montanelli, mille chili di tritolo. A Capaci, sull’autostrada Punta Raisi-Palermo, una tremenda esplosione. Morirono Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, gli agenti Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo. Si salvò l’autista Giuseppe Costanza e parlare di miracolo non parve inopportuno.

Venne eletto il giorno dopo Oscar Luigi Scalfaro. Ma questa è un’altra maledetta storia…

 

 

 

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