di Angelo Vaccariello
Serge Latouche è l’inventore della “decrescita felice”. Il guro degli anti euro, gli anti globalizzazione, gli “anti” tutto. Un economista contro. A cominciare dalle leggi ferree del mercato.
Ha lo sguardo ieratico e la barba da accademico di Cambridge. Parla con cadenza e un affascinante accento francese. Ti aspetti che da un momento all’altro dica con voce stentorea: “Indy, la pistola!”. O, magari, che riviva il protagonista della casa Russia. La sua somiglianza con Sean Connery, infatti, è davvero impressionante. Il bastone in legno e il tweed verde lo rendono ancora più “personaggio”. Parliamo di Serge Latouche che ha tenuto una lectio magistralis all’Università del Sannio. I non addetti ai lavori non sapranno forse chi è; per gli economisti, gli anti euro, gli anti globalizzazione; insomma per la frastagliata galassia “anti” di tutto il mondo è un vero e proprio guru. L’inventore della “decrescita felice”.
Il paradigma è semplice e lui, Latouche ovviamente, lo riassume in poche righe. Il mondo non può espandersi per sempre, figurarsi l’economia. “Dobbiamo imparare, allora, a gestire la non crescita. Dobbiamo diventare degli atei della crescita”. Si, proprio cosi: atei della crescita. Che formidabile locuzione.
Tra citazioni divertenti (“Il libero mercato significa: libere volpi in libero pollaio”, Marx); auto celebrazioni (“Il concetto di biodistretto lo avevo teorizzato negli anni Settanta”) e promozione del nuovo vento greco (“Tsipras è l’inizio di qualcosa di veramente nuovo, una Europa latina, finalmente”), l’economista ha tenuto banco per quasi due ore. Tra l’altro in un ateneo amico: gli economisti dell’università del Sannio sono molto vicini alla scuola di Keynes (e in ogni caso non parliamo di certo di ultraliberisti della scuola di Chicago!), Latouche è stato spesso interrotto da applausi a scena aperta.
In fondo chi potrebbe essere contrario a ciò che prospetta? Un mondo più vicino alla persona, meno legato al profitto ma di più alle esigenze di chi vive in difficoltà; un sistema che tuteli la biodiversità e l’ambiente e, soprattutto, un mondo in cui la ricchezza è redistribuita in maniera più equa.
A prescindere dalla realizzabilità delle sue ricette, resta il fascino del personaggio, dell’uomo vissuto che ha il coraggio di mettersi contro “l’Accademia” per indicare una nuova strada.








