Adolfo Mollichelli

Adolfo Mollichelli

Giornalista. Ha lavorato con il Roma ed il Mattino. Ha seguito, tra l'altro, come inviato speciale cinque Mondiali, altrettanti Europei, nove finali di Campioni-Champions e l'Olimpiade di Sydney

Perché amo quella palla storta

di Adolfo Mollichelli

C’è chi ha detto che il rugby è la metafora della vita: per poter andare avanti bisogna guardarsi dietro. È stato anche detto che è sport di facchini giocato da signori. In contrapposizione al calcio: sport di signori giocato da facchini. Aggiungo: è sport per gente leale. E forte. Che se stramazza a terra è perché ha incassato un colpo terrificante in raggruppamento o in mischia o in seguito a placcaggio.

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Amo il rugby da sempre, dai tempi del liceo. Il “mio” Genovesi aveva una squadra formidabile che si faceva valere nei campionati studenteschi. Numerosi i “genovesini” che contribuirono a fare grande la Partenope (due titoli italiani conquistati, trasferte in treno, colazione a sacco): Ambron, Fusco, Vellecco, Gelormini, Perrino.

Amo il rugby perché l’avversario non è mai un nemico da odiare. A fine partita i vincitori fanno ala agli sconfitti. Poi, il terzo tempo. Tutti insieme, in un bar, in un pub, in un ristorante. Respect è parola di significato e antica per ogni rugbista.

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Amo il rugby (ho commentato diverse partite per il giornale in cui ho lavorato) perché ha un pubblico che non ha bisogno di barriere, tutti insieme. Da quando si gioca il Sei Nazioni, Roma è stata “invasa” (e sarà invasa) da inglesi, irlandesi, scozzesi, francesi e gallesi. Nessun danno. Nella fontana di Trevi hanno lasciato (e lasceranno) monete in quantità, magari qualcuna in meno gli scozzesi. La felicità di esserci.  L’orgoglio dell’appartenenza. La leggerezza della sconfitta. Tutto qua.
Certo, l’appassionato dal cuore azzurro deve avere anche un’altra dote: la pazienza. Deve saper aspettare quella vittoria che prima o poi arriverà, ma sì che arriverà! E allora si vive un’emozione indicibile, felicità allo stato puro, beatitudine.
È arrivata, sapete, in un pomeriggio freddo e piovoso nel tempio di Edimburgo: Murrayfield. La prima vittoria dell’Italia in un torneo che ci aveva riservato, sin qui, soltanto delusioni e batoste sonore, punteggi umilianti patiti da Irlanda e Inghilterra. È la seconda fuori casa, in assoluto, nel Sei Nazioni. La Scozia ci dice bene. Il primo blitz esterno, sempre ad Edimburgo, nel lontano 2007. Se allora si visse l’ebrezza della prima volta che non si scorda mai, il successo di sabato a Murrayfield ha un gusto perfino più dolce.

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Martin Castrogiovanni, Braveheart,

Un’estasi infinita. Perché l’Ialia, nei pronostici della vigilia, era data ancora una volta per spacciata, votata inesorabilmente alla sconfitta. Accompagnata dalla derisione del Times e del Daily Mail. I soloni del primo giornale avevano ventilato l’ipotesi di sbatterci fuori dal Torneo, quelli del secondo s’erano sbilanciati in un pronostico secco: italiani non all’altezza, perderanno in Scozia e avranno anche stavolta il cucchiaio di legno.

Per chi sa poco di rugby, il cucchiaio di legno – in inglese wooden spoon – è il “premio” che si dà agli ultimi classificati, simbolico titolo che gli universitari di Cambridge consegnavano ai colleghi che avevano ricevuto i voti più bassi, in segno di scherno. Che buontemponi gli inglesi.
Era già stato tutto deciso, sabato a Murrayfield: pioggia, freddo, cornamuse, gonnellini e cucchiaio, vittoria della Scozia neppure messa in discussione. Certo è che soltanto una fede incrollabile ha indicato la via del Tempio a migliaia di italiani. Personalmente, mi son detto: non può essere tutta da buttare via una squadra che – pur battuta di 30 punti – aveva comunque segnato tre mete ai maestri inglesi.

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Italia vs Francia - Rugby RBS Sei Nazioni

Ma c’era un però che gravava come un macigno: i sette titolari bloccati da infortuni vari, tra cui il nostro Braveheart, Martin Castrogiovanni, il pilone dai capelli fluenti, costole incrinate e un morso sul naso dal suo cane, tanto per non farsi mancare nulla. E poi, quel sorriso mefistofelico della tifosa speciale della Scozia assisa in tribuna, Joanne Kathleen Rowling autrice della saga di Harry Potter, che gioiva per il cospicuo vantaggio dei suoi che, pronti via, dopo otto minuti erano già avanti dieci a zero! Ma come si fa. Una meta regalata per un intercetto sbagliato, no il cucchiaio no. Non starò a tediare l’inclito con descrizioni tecniche. Ricorderò soltanto che ho visto negli occhi degli azzurri il volto della tigre.

Sergio Parisse

Sergio Parisse

E che abbiamo spezzato sotto il naso degli scozzesi il cucchiaio che ci avevano preparato. Con una meta tecnica allo spirare del match.
Fantastico. Sfatati tanti luoghi comuni, compreso quello che ci vuole fisicamente inferiori. Non si vince con un “carretto” – la mischia che avanza verso la meta travolgendo gli avversari – dopo ottanta minuti di battaglia autentica, se non sei un Apollo tosto come Sergio Parisse, il capitano azzurro, o un pezzo di strafico estremo come Mc Lean, o un furbastro come Giovambattista Venditti, o un pilone determinante come Alberto De Marchi, o un richiamato di qualità come
Lorenzo Cittadini, o un mediano di mischia attento come Edoardo Gori.
Ora ci attendono le ultime due sfide del Torneo, entrambe a Roma: il
15 marzo contro la Francia ed il 21 marzo contro il Galles. Prevedo un’altra vittoria, perlomeno. Cucchiaio di legno, a chi?

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