di Ottorino Gurgo
Abbiamo sempre avuto qualche perplessità di fronte al disprezzo con il quale una parte dell’opinione pubblica, rivolgendosi a questo o a quell’esponente politico, lo ha tacciato di essere un professionista della politica, quasi che l’esercitare la politica da professionisti dovesse essere considerato una colpa.
Una critica di questo tipo ci è sembrata, in realtà, ispirata a quel qualunquismo che, giustamente, Umberto Eco ha bollato come “la tecnica della demagogia”. E non riusciamo a comprendere per quale ragione la politica dovrebbe essere esercitata in modo “non professionistico”, a differenza di ogni altra attività, da quella dell’idraulico a quella del giornalista, da quella del falegname a quella del medico ai quali chiediamo proprio di esercitare il loro lavoro “da professionisti”. Di “dilettanti allo sbaraglio” ce ne sono, nel nostro paese, fin troppi. Bastano e avanzano.
Ci induce a queste considerazioni il declinare del “fenomeno Grillo” che, per qualche tempo, è sembrato destinato ad invadere a valanga l’Italia e che appare ora avviato verso un inarrestabile ridimensionamento.
Dicono, coloro che pur continuano a sostenerlo e a restare al suo fianco, che Beppe sia stanco e non lo nasconda. E, parlando con loro, lontano dai microfoni e dai notes dei cronisti, riconoscono che sia maturo il tempo per una diversa gestione del Movimento. Gli stessi mass media, del resto, che ne avevano fatto il loro beniamino, hanno preso da un po’ di tempo a trascurarlo: con le sue performances, con i suoi insulti, con le sue invettive, con i suoi annunci roboanti, Grillo non fa più notizia.
Tra l’altro, il nuovo corso della Lega di Matteo Salvini, sembra avergli tolto spazio attirando l’attenzione di quell’esercito, le cui file, in Italia, sono sempre assai folte, di coloro che non sanno quel che vogliono, ma lo vogliono subito e hanno nella parolaccia il loro principale strumento politico.Ora l’ex comico è a un bivio perché sia lui, sia il suo mentore Gianroberto Casaleggio non sanno come debbano utilizzare le residue forze del loro movimento che, per quanto ridotte, hanno pur sempre una non indifferente consistenza.
Il quesito è questo: insistere nei vecchi anatemi, nella politica del “vaffa”, rilanciando gli slogan di una contestazione globale che non è riuscita, però, a dare alcun frutto concreto e a trasformare in proposta una protesta fine a se stessa o cercare di inserirsi nel dibattito politico cercando di diventare un partito come gli altri ?Difficile, nell’uno come nell’altro caso, riuscire a riacquistare la credibilità perduta e, probabilmente, lo stanco Grillo non è l’uomo adatto né per l’una, né per l’altra impresa.
Non a caso, nei giorni scorsi, Juan Pablo Mondero, ideologo di “Podemos”, il movimento che qualcuno aveva accostato ai grillini e che ha riportato un considerevole successo nelle recenti elezioni spagnole, ha voluto prendere le distanze dal vecchio Beppe affermando che non può esistere un partito che dipenda da una sola persona e che i Cinque Stelle “hanno fallito nel processo di costruzione di un ideale e di un’azione concreta perché non si può pensare soltanto a distruggere”. Una conferma in più di quel che abbiamo detto all’inizio: la politica non è cosa per dilettanti.











