Daniela Iorio

Daniela Iorio

Filosofa, giornalista, webmaster e web content manager

Quando punge la zanzara…

di Daniela Iorio

Diciamocelo: al piacere “pettegolo” di chiunque abbia ascoltato gli scherzi radiofonici della Zanzara, un po’ tutti noi abbiamo sempre una doppia reazione. Di divertimento, nel constatare come qualcuno sia caduto platealmente in trappola e nello stesso tempo una reazione stizzita, un interrogativo inquietante: ma se lo facessero a me uno scherzo del genere come la prenderei?

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Cruciani e Parenzo

Un quesito ancor più sfrontato ed irritante se ci rendessimo conto che saremmo capaci di lasciarci andare, facilmente e di parlare troppo. Al punto di svelare informazioni private, “estorte” con un ridicolo, stupido inganno. E al danno si aggiunge anche la beffa di esserci cascati come pere cotte.

Ma al di là delle riflessioni sui pensieri onestamente ammessi, che smascherano i pensieri secondari, resta un dato inconfutabile: il duo Parenzo-Cruciani più o meno inconsapevolmente commette un reato, quello della sostituzione di persona. Già, perché prima delle vittime, sarebbero dovuti essere i vari personaggi imitati a rivolgersi alla magistratura per la violazione,  dell’articolo 494 del codice penale. E’ punito “chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici”.

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Vale a dire anche rubando un’identità. Si tratta di chiunque intenda arrecare danno alterando o sostituendo la propria identità con un’altra. Una discussione in piena evoluzione, quella sul furto d’identità,  ai tempi di diffusione dei social è di grande ed interessante attualità, un fenomeno  molto dibattuto che riguarda il celarsi dietro sistemi di telecomunicazione e internet. La discussione è sempre accesa, precedenti interessanti se ne sono già creati.

Nonostante il reato, i personaggi pubblici imitati non avranno tanto sentito il peso della violazione della loro identità; nell’epoca esasperata delle tante maschere di Pirandello, a che pro preoccuparsi per il furto di una identità già di per sé multiforme?

Ma non tutti affrontano le vicende e gli scherzi con un sorriso. Soprattutto se, come accennato, ti sei accorto di aver detto qualcosa di troppo, informazioni   riservate, miste ad altre confidenziali. E qui esplode anche un altro aspetto che dovrebbe far riflettere, quando leggiamo una delle tante intercettazioni telefoniche che finiscono sui giornali. E cioè la palese differenza tra linguaggio pubblico e linguaggio privato, senza mezzi termini e senza giri di parole. Una franchezza che a volte rischia, in taluni di casi, anche di travisare l’effettiva realtà delle cose che si sono dette. Di tutto questo se n’è sicuramente reso conto Fabrizio Barca, ex ministro del governo Monti, che, cascato nella ragnatela infida della trasmissione di Radio 24, ha creduto di parlare con il suo amico Vendola (il solito imitatore Andro Meku). Barca è un politico sempre molto rigoroso, attento, misurato, non facile alle polemiche, non alza mai la voce. Ma, come dicevamo, c’è una logica differenza fra pubblico e privato.

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Vendola e Barca

Nel corso di telefonata maligna, l’ignaro economista esponente del Pd ha disquisito tranquillamente sul fatto che vi fossero state continue sollecitazioni di Carlo De Benedetti, l’ingegner editore di Repubblica, per la sua candidatura   a Ministro dell’Economia del governo Renzi. Insomma una forte sponsorizzazione.

Nella rete del finto Vendola era caduto tempo prima anche il senatore Fontanella, il sempre inquieto grillino, che rivelò di aver votato Grasso al Quirinale, come scelta onesta e responsabile. E poi, di fronte all’invito dell’improvvisato leader di Sel a raggiungerlo tra le fila del suo partito, profetizzando che Grillo lo avrebbe liquidato in poco tempo, il senatore rifiutò nettamente. Ne nacque anche un battibecco mediatico tra i due, con accuse precise. Fu solo l’ammissione dello scherzo da parte della trasmissione a placare gli animi.

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Ma gli “sgambetti” radiofonici della Zanzara sono stati tanti. Il costituzionalista piddino Onida, tra i dieci saggi nominati da Napolitano, in un dialogo con la Hack,  di un “altro pianeta”, definì Berlusconi un anziano bisognoso di attenzioni che avrebbe fatto meglio a lasciare in pace gli italiani. E alla Presidenza della Repubblica ammise che avrebbe preferito di gran lunga Amato; non perse tempo a ironizzare sull’efficacia della consulta dei saggi definendola “inutile” e solo una fase necessaria. Insomma, alluse ai giochi inutili della politica.

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Zoff e Berlusconi, calcio e polemiche

E che dire dei chiarimenti di Berlusconi con un finto Dino Zoff ? Il Cavaliere in quell’occasione stemperò diplomaticamente i disguidi passati affermando di non aver mai definito Zoff un “ct indegno”. Tanti, tantissimi scherzi. I luciferini Parenzo e Cruciani hanno falsificato anche il Papa.

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Magdi Allam e Papa Bergoglio

Un falso Bergoglio ha accolto a telefono la confessione delle insane debolezze di don Mauro Inzoli. Magdi Allam, invece, promise allo stesso falso pontefice di rinunciare a denunciare Napolitano per il colpo di Stato finanziario che nel novembre 2011 aveva portato alle dimissioni di Berlusconi, qualora ciò avesse potuto mettere “in difficoltà” Bergoglio.

Tutto procedeva, tra qualche veto del garante della privacy, ma procedeva, fino a quando Pannella non distrusse lo studio a Radio24,  denunciando che quello non era giornalismo né informazione. Ma solo stupidi scherzi di Carnevale. Fabrizio Barca fu un altro che non prese bene il tiro mancino del finto Vendola. E portò tutti in tribunale. Qualche giorno fa il Tribunale civile di Milano ha dato ragione all’esponente del Pd condannando la trasmissione e convalidando la cancellazione della registrazione da ogni link e archivio.

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Fabrizio Barca, la zanzara in tribunale

L’impossibilità dell’esercizio informativo per altre vie, ribattuta da radio 24, non annulla il reato secondo il giudice Flamini e inoltre non chiarisce il motivo per il quale la trasmissione radiofonica non avrebbe potuto fare informazione corretta con un’inchiesta regolare: “l’interesse pubblico alla conoscenza di fatti di rilievo collettivo, va tutelato e perseguito nel rispetto del trattamento dei dati personali, e non può rappresentare un’esigenza superiore in nome della quale acquisire e trattare dati personali in spregio delle regole che disciplinano l’attività giornalistica”.

In ultimo si è lamentato pure Vendola. “Nessuno mi risponde più a telefono oppure mi dicono ti richiamo io”.

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