di Daniela Iorio
Una lunga resa dei conti, quella del Partito democratico. Una resa dei conti che parte da lontano dalle prime primarie per la leadership, quelle vinte dai Bersani, e che di volta in volta ha visto tappe determinanti e decisive nella mancata elezione di un nuovo capo dello Stato e la proroga a Napolitano, nel fallimento dell’incarico a Bersani di formare un governo, nelle successive primarie e in quell’#Enricostaisereno trampolino di lancio del renzismo.
Tutti zitti tutti all’indomani dell’exploit delle europee 2014 sotto la figura roboante di Matteo Renzi. Una concordia però solo apparente, generata da un risultato storico che, secondo alcuni, erano i primi passi di quel partito della nazione di cui per primo parlò Alfredo Reichlin e che Renzi aveva rilanciato a modo suo, cercando di sfondare al centro e perché no, anche a destra. E così ha prima governato con Berlusconi, poi con Alfano. Una serie di politiche, dal Jobs act alla riforma della scuola, dall’Italicum ai rapporti conflittuali e di scontro con i sindacati, considerate all’interno del partito di maggioranza poco di sinistra. Un rapporto altamente conflittuale con la minoranza interna sempre più conflittuale che ha visto le dimissioni di Cuperlo da presidente del Partito, di Speranza da capogruppo alla Camera, di Fassina da viceministro alle Finanze. Uno strappo che ha portato una dopo l’altra una serie di addii.
L’ultimo quello di Stefano Fassina, ex segretario nazionale della sinistra giovanile. Bersani lo volle come responsabile nazionale “economia e lavoro” del partito; in quel periodo fondò i “giovani turchi”, una corrente interna al pd, stringendo una collaborazione sempre più fitta con Orfini. Erano diversi, ma molto complementari, il tattico e l’istintivo ma non è durata molto. Diverse sono state le scelte politiche su Renzi. Orfini accettò la nomina di presidente del partito al posto del dimissionario Cuperlo e di collaborazione con il Premier-segretario, Fassina preferì, invece, la sfida sociale e politica. Alle primarie dei dem a Roma per i candidati al Parlamento: fu il primo eletto e divenne deputato nel 2013 e poi viceministro. Una presenza al governo che durò sino a quel fatidico “Fassina, chi?” (al quale seguirono le dimissioni irrevocabili) con il quale Renzi archiviò la richiesta avanzata di un rimpasto di governo con l’avvento di un nuovo segretario del Pd.
Comprensibilmente Fassina se l’è legata al dito e per sempre quella vicenda e non ha voluto saperne più niente della rottamazione di Renzi. E fin quando ha potuto è restato fedele al partito, questo sì, e pare abbia lasciato con grande dolore il suo posto e il nido della sua provenienza. Bersani, che aveva da sempre creduto in lui, ha detto che il pd è molto più povero senza Fassina. Più pragmatico e meno circostanziale il vicesegretario Guerini che ha sottolineato che non c’è fuga dal partito democratico dove “è possibile il dialogo e la condivisione”. E infatti la deputata dem Monica Gregori non ha esitato a seguire Fassina.
La stagione delle foglie che cadono dura nel Pd da più di un solo autunno: Pippo Civati, il primo compagno di Leopolda, ha salutato tutti e nel frattempo ha anche dato vita a Possibile, un nuovo progetto politico nella scia di Podemos, gli ex Indignados, che hanno letteralmente conquistato la Spagna. Si spera di poter prendere le distanze dal pd per fare vera sinistra. “La vera sinistra è quella europea di Syriza e Podemos”: Civati e Fassina sembrano non avere dubbi. Possibile ha già una presenza nell’europarlamento: Elena Ethel Schlein, eletta nelle liste pd, ha deciso di lasciare tutto e seguire il sogno civatiano iscrivendosi al neo movimento. Anche Benedetta Lorenzi, ex piddina, ha aderito al progetto.
Pastorino e Cofferati sono altri fuoriusciti del pd, grilli parlanti della coscienza del Pd. Poi ci sono i senatori Mineo, Tocci e Casson, che non hanno votato la riforma della scuola al Senato e che da tempo si trovano in posizioni molto critiche nei confronti di Renzi e della sua politica sempre più liberista. “In Italia l’unico che dice cose di sinistra è solo Bergoglio”. Un Fassina papalino era l’ultima cosa che ci saremmo aspettati di vedere…











