di Franz Krauspenhaar
Sarà la malinconia dell’estate, ma pensando a Laura Antonelli mi viene il magone. Fuori il caldo, dentro il freddo di un’ennesima conferma. La vita, se non ha senso, ne ha forse solo uno: siamo nati per morire, e sparire.
Il bello si trasforma in mostruoso, il buono in cattivo. Non c’è pace, non c’è spiegazione certa, non c’è salvezza. Lo stomaco morde, la bellezza – un campione della perfezione peraltro impossibile- si frantuma contro il vetro dell’apparenza – di tutte le apparenze – e a noi arriva il contraccolpo di uno schiaffo alla nostra finzione quotidiana, il pensiero consolatorio che il cielo lassù in alto brillerà per sempre.
Intanto, muore anche Remo Remotti, a 90 anni, cantore folgorante e sapientemente sgangherato di Roma. Un poeta, attore e pittore che impersonava Roma come il vestito della nostra capitale valido e portabile in tutte le stagioni. Laura Antonelli di anni ne aveva 74. Se Remo era sopravvissuto a se stesso con il brio del vecchio mai veramente invecchiato – se non nell’anima – nelle reazioni spassose e in qualche modo rivoluzionarie, Laura Antonelli era sopravvissuta a se stessa indossando la caduta, o la propria e di tutti caducità.
E’ morta senza un vero e proprio volto, senza un corpo, nascosta sul litorale laziale, povera e sola. Apparteneva ormai, da tanti anni, alla morte, un po’ come noi umani ne “La livella” di Totò. Apparteneva a un lunghissimo “dopo”: dopo la bellezza, dopo la fortuna, dopo la giovinezza, dopo il successo. La fragilità è del mondo, piattaforma che va oltre la luna e ci traballa sotto i piedi come un ponte mobile nella giungla, la giungla d’ogni ambiente, d’ogni città. Ecco perché dobbiamo sperare di divenire forti fino alla fine: perché rischiamo e rischieremo di cadere a ogni secondo, e dobbiamo avere gambe ancora forti o persone che ci amino soprattutto per quello che non siamo più. Possono capitarci sull’ultima strada, ma sono rare.
Mentre scrivo queste righe, che il direttore amichevolmente m’ha chiesto, mi viene in mente che ormai riesco a scrivere soltanto della morte. Fermo da mesi e mesi con la prosa narrativa, fermo con la poesia, bloccato da una delusione tremenda per la letteratura e i suoi meccanismi fiacchi e mortali, bloccato e ostaggio di una città, cerco di vivere da uomo l’attesa di un nuovo attacco creativo, se ritorneranno le forze di un po’ di entusiasmo. Parlare della morte – di un personaggio famoso e decaduto come Laura- è un po’ esercitare la pietà, un po’ allenarsi a guardare la vita negli occhi.











