di Gianpaolo Santoro
La paura è dentro di noi. Non è certo nata con gli attentati di Parigi, Londra, Madrid, il sangue di Charlie Hebdo e della generazione Bataclan, le esplosioni nelle stazioni della metropolitana di Aldgate, King’s Cross, Edgware Road, lo sbriciolamento del bus numero 30 alla fermata di Tavistock Place o con le bombe e la carneficina di Puerta de Atocha. La paura, la diffidenza se non proprio l’Islamofobia, hanno radici salde e profonde, risalgono ai tempi di quando nel vecchio Continente comparvero gli eserciti dei califfi musulmani in cerca di terre da conquistare nel nome dell’Islam. La paura aveva la faccia degli invasori stranieri, quella dei saraceni per quello che ci riguarda. Poi vennero le crociate, la Reconquista spagnola, la sfida all’Impero Ottomano, sino a quel maledetto 11 settembre delle Torri Gemelle, l’orrore di Ground Zero .
“La società, la chiesa, lo stato – diceva Osho Rajneesh, filosofo e maestro spirituale indiano conosciuto semplicemente come Osho– vogliono che tutti vivano in una condizione di paura costante: la paura del conosciuto, la paura di ciò che non si conosce, paura della morte, paura dell’inferno, paura di non andare in paradiso, paura di non lasciare il tuo nome nel mondo, paura di non essere nessuno”.
Già, paura. Ho sentito per alcuni giorni insistentemente, ossessivamente ripetere che bisogna combattere la paura, vincere la paura, esorcizzare la paura. Che la vita deve riprendere, subito, al più presto possibile, perché neanche per un minuto l’Occidente può piegarsi, farsi condizionare dalle strategie del terrore. Ed allora tutti in piazza della Repubblica senza timore di uscire di casa e di creare assembramenti, perché se questo è uno scontro di civiltà e di modi d’essere, questo è l’unico modo affinché possa vincere il laicismo repubblicano contro l’estremismo islamico. In rue Voltaire, al numero 50, fuori al Bataclan, dove c’è un muro del pianto ricoperto dai fiori, lacrime e dolore, è stato un peregrinare continuo di speranza. E’ stata questa la faccia della paura di Parigi, quella che ha dichiarato guerra all’Isis
Poi il giorno dopo ti svegli e vedi i carri armati alla Grand Place, Bruxelles è in guerra, la capitale della nuova Europa, quella che dicono sia unita, è una città sotto assedio, una città fantasma, i negozi sono sbarrati, le scuole chiuse, i le discoteche ferme, gli stadi deserti perché hanno fermato il campionato. Gli elicotteri sorvolano la città, l’atmosfera è surreale altroché Natale, affianco all’albero ed il gigantesco presepe non c’è nessuno, solo blindati e camionette, polizia in divisa blu e uomini dell’esercito con tute mimetiche e viso coperto da un foulard, mitra pronto a sparare. Ma che cosa è successo, c’è stato un secondo Bataclan, una nuova mattanza, un’altra carneficina di giovani spensierati, nuovo sangue innocente: ma quanti sono questa volta i morti, cinquanta, cento, duecento, forse ancora di più?
No, non è stato sparato un colpo, non c’è stata per grazia di Dio, nessuna vittima, stanno cercando il terrorista fifone, quello che non si è fatto esplodere. E poi pare che abbiano improvvisamente “scoperto” Molenbeek, Eurabia da sempre sotto gli occhi di tutti, a venti minuti dalla sede del parlamento europeo, dall’altra parte del canale, appena sei chilometri quadrati, ventidue moschee (96 mila abitanti, 30 mila sotto i 24 anni, 5 mila sotto i 18 anni, tasso di disoccupazione del 43 per cento), la culla del “Belgistan “ e dei wanna-be jihadist (aspiranti combattenti della Jihad), perché non è un segreto per nessuno che è proprio il Belgio il paese che fornisce al Daesh il più consistente battaglione di tutta Europa: 33,9 combattenti per milione di abitanti, una percentuale che moltiplicherebbe chissà quanto se si calcolasse sui frequentatori della moschea di El Mostakbal la principale di quel ghetto da dove sono partiti gli assassini di Ahmad Shāh Massoūd, il”Leone del Panjshir”, premio Nobel per la pace, quei killer camuffati da giornalisti con una telecamera-bomba e dove sono stati, quanto meno messi a punto, gli attentati di Charlie Hebdo e del treno Thalys.
Ma c’è qualcuno che davvero crede che l’equilibrio sino ad ora non si sia retto, come sostengono in tanti, da una sorta di patto di non belligeranza (“Noi vi lasciamo tranquilli ma voi non fate attentati a Bruxelles…”) fra la polizia, servizi segreti e leader jihadisti, un patto che avrebbe garantito la serenità avrebbe finora salvaguardato la capitale dell’Unione Europea e i palazzi delle istituzioni comunitarie?
Parigi insanguinata riempie le strade, Bruxeless, la capitale dell’Ue, le svuota: ecco la fotografia dell’Europa tenuta insieme dall’euro. Hollande ha dichiarato guerra all’Isis richiamando solennemente l’articolo 42.7 del trattato sull’Unione (“se uno Stato membro è vittima di un’aggressione gli altri Paesi hanno l’obbligo di aiutarlo con tutti i mezzi in loro potere”) ma tutti trovano il modo di girare la faccia dall’altra parte: anzi “l’Italia non è in guerra” si affrettano a dichiarare il Premier Renzi ed il ministro degli esteri Gentiloni, temendo di perdere una manciata di voti. La Francia si ritrova solo Putin che con l’Europa non centra niente, anzi ne subisce le sanzioni. Ed, intanto, la Turchia abbatte un caccia Sukhoi 24 dell’aviazione russa.
Io confesso ho paura. Ho paura di questa Europa, senza storia, senza sangue e senza cervello. A volte mi fa più paura della stessa Isis. E la mia Eurofobia cresce davanti ad un grande vuoto politico, davanti a stati nazionali che inseguono solo il rigore e economie di austerity, che non hanno un progetto comune (perché diverse sono le singole finalità) in grado di affrontare il mercato globalizzato e che sono incapaci di individuare una identità comune basata su valori comuni.
E se neanche la libertà d’opinione, la libertà di culto, la libertà delle arti e delle scienze riescono a rappresentare un valore condiviso, se ancora autolesivamente si continua a non voler riconoscere e difendere le radici cristiane del Continente, se non si capisce una volte per tutte che la nostra tolleranza deve “trovare il suo limite nell’intolleranza degli altri” che senso ha parlare d’Europa? “Ciò che ci unisce è più forte di ciò che ci divide”, amavano sottolineare Konrad Adenauer, Robert Schuman e Alcide De Gasperi. Comincio davvero a credere che non sia così.











