Lidio Aramu

Lidio Aramu

Si è occupato sostanzialmente di agricoltura e di marketing agronomico, ha collaborato con quotidiani e periodici. Ha scritto tre libri

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Io, il Professore
e la convitata di pietra

 di Lidio Aramu

Avevo giurato a me stesso che non me ne sarei occupato più. Ritenevo che oltre mezzo secolo d’infaticabile impegno, provato e sostanziato da numerosissimi articoli, dibattiti e documenti istituzionali, per la salvaguardia ed il rilancio di quella che era stata la Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare, fosse stato sufficiente a smuovere le coscienze dei partenopei e a salvare così una preziosa opportunità di crescita economica per Napoli. Ma mi sbagliavo.

Lidio Aramu

Lidio Aramu

La nostra è una città abitata da gente astrusa. Gente che lamenta, a ragione, l’indifferenza del potere politico alle mille problematiche – a volte anche drammatiche – che la tormentano nel quotidiano, dalla sicurezza alla profonda crisi del commercio. Ma la stessa gente si guarda bene dal mettere in piedi iniziative per mutare lo stato delle cose. “Lacreme napulitane”, lacrime da sceneggiata dietro cui si celano una miriade d’interessi personali ripartiti essenzialmente in tre categorie: legali, ai confini della legalità, criminali.

Tuttavia i primi sono espressione di una minoranza sostanzialmente estranea, pur facendone parte a pieno titolo, al corpo sociale e che non riesce ad incidere sui comportamenti generali.

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Usare l’accetta tuttavia potrebbe indurre all’errore in quanto il popolo partenopeo non esiste, è una figura retorica e mitologica. Napoli è costituita da una congerie di comunità che spesso coincidono con i confini delle dimensioni familiari ed i cui interessi non corrispondono o confliggono con quelli generali della città.

Ed in questi non c’è posto per la valorizzazione delle opportunità di sviluppo economico ed occupazionale che ancora si presentano sul territorio cittadino: il patrimonio storico-archeologico, il porto, il turismo, la riqualificazione dell’ex polo industriale di Bagnoli, la Mostra d’Oltremare…

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Nessun fermento popolare, un silenzio profondo accompagna la privatizzazione dei pezzi pregiati della città. Eppure, a Napoli, lo stato dell’occupazione rappresentato dall’Istat (2014) è di quelli che mettono i brividi: a Napoli il tasso di disoccupazione raggiunge il 24,6 per cento mentre prosegue il calo degli occupati. Infine, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) tocca il 42,7 per cento, mentre per le giovani donne del Meridione il 58,5 per cento. Senza voler commentare l’aumento del numero di chi, ormai sfiduciato, non cerca più lavoro.

Malgrado ciò, in città tutto procede come da tradizione consolidata. Certo l’argomento viene toccato, ma è percepito quasi come un pretesto per giustificare la propria condizione di senza lavoro. Di fronte a cotanto sfascio socio-economico – immagine imbruttita di quanto accade anche a livello nazionale – la reazione dei napoletani si limita a fissare le radici di tale drammatica condizione nei ladrocini che seguirono l’Unità d’Italia e ad affidare all’angelo vendicatore vestito d’azzurro la missione di battere in 90 minuti gli odiati nordisti.

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Caso unico, credo. in tutto il territorio nazionale, dove una società sportiva viene considerata alla stregua di un valore identitario. Gli stessi napoletani mentre scatenano una vera e propria jihad per le decisioni di un arbitro, al contempo si distraggono su altre questioni fondamentali: la privatizzazione della Caracciolo, le mire sugli edifici dell’ex base navale e del molo San Vincenzo, di alcuni fabbricati e superfici dell’Oltremare, dell’ex Costanzo Ciano, di numerose strutture del demanio comunale, edifici concessi ai democratici gruppi dell’ultra sinistra fiancheggiatori dichiarati del peggior sindaco che Napoli abbia avuto.

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Gerardo Mazziotti

Dover trattare dell’Oltremare, dato questo contesto, si rischia ancora una volta di rivelarsi, come sempre, un’esercitazione retorica e per pochi iniziati.

Quella di cui parliamo, per la miopia della casta politica, oramai non è che un ricordo; uno dei tanti miti della terra flegrea.

Ma come si fa a negare all’ultimo dei moicani, al fiero combattente di un razza in via di estinzione – alias Gerardo Mazziotti – il mio modesto contributo di idee?

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Sostanzialmente la proposta avanzata dall’esimio professore d’inglobare quella che un tempo fu la Città dell’Impero nel tessuto urbano dell’Occidente partenopeo, proprio per il contesto socio-politico di Napoli, costituisce un azzardo ed un input all’accelerazione progressiva ed irreversibile del degrado.

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Cosa ben diversa sarebbe stata la formulazione di tale proposta a Goteborg o Stoccolma. Provate a rappresentarvi cosa diventerebbero i giardini ed i viali alberati nelle ore notturne. Non occorre fare grandi sforzi cerebrali per immaginarlo, lo stato dei parchi e dei giardini cittadini è quello che, basta fare una passeggiata nella storica villa comunale per rendersi conto in che stato versa, nonostante i vincoli e l’alta sorveglianza della Soprintendenza.

Il nostro, è bene ricordarlo, è il Comune che: rischia di perdere i fondi Unesco per il Centro antico/storico; di una riqualificazione dell’ex polo industriale di Bagnoli/Cavalleggeri ancora tutta nel divenire; della bonifica fantasma delle discariche abusive e non dei Pisani di Pianura…

Esposizione triennale delle Terre Italiane d'Oltremare - Padiglione della Libia, cortile con vasca maiolicata (Vietri sul mare)

Esposizione triennale delle Terre Italiane d’Oltremare

Definitelo pure pregiudizio, ma resto pienamente convinto che l’abbattimento dei muri perimetrali costituirebbe di per sé una pietra tombale, un’ennesima, bruciante sconfitta della città. Proiettare Napoli, oltre ogni provincialismo, al di là del Mediterraneo quale sbocco naturale di una reale crescita economica e sociale.

Napoli Regina del Mediterraneo, seppur inquadrata in un colonialismo decadente, un tempo costituiva l’imperativo categorico per accomunare interessi, sforzi di crescita e aggregazione in un unico  insieme delle molteplici comunità partenopee.

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Padiglione dell’Albania

La proposta del cattedratico, apparsa sul Roma di qualche tempo fa, mi trova concorde con la necessità di ristrutturare il patrimonio strutturale storico. Troppi manufatti versano ancora in uno stato di degrado strutturale: dall’ex Padiglione di Rodi a quello dell’ex Mostra dell’Espansione Italiana in Oriente, dalla chiesa di S. Cabrini all’ex padiglione dell’Albania nella Civiltà del Mediterraneo.  A proposito di quest’ultimo mi sono sgolato per far comprendere a chi di dovere che sotto il velo di vernice che ricopre le pareti interne potrebbero tuttora ritrovarsi i due grandi affreschi sull’Albania, di Gianni Vagnetti e Primo Conti.

Non credo! Per i signori della politica la cultura non paga… Qualcosa intanto, grazie ai fondi europei – vero obiettivo delle iniziative –  è stato restaurato senza però dare una funzione precisa ai manufatti. Mazziotti, da urbanista di vaglia qual è, conosce bene questo aspetto basilare del restauro, pertanto, indica una serie di funzioni pubbliche/private: uffici comunali, biblioteca, ristoranti e qualche edificio per civili abitazioni, posto di Polizia…

Marcello Canino

Marcello Canino

I manufatti edilizi per non degradare devono essere “vivi”. Devono rappresentare un riferimento per attività sociali al passo con i tempi. Il suo progetto tuttavia ripresenta il limite che ha consentito la privatizzazione e l’alienazione a titolo definitivo di alcune superfici e strutture interne al muro di cinta e di quelle esterne destinate agli ampliamenti nel tempo. L’atomizzazione della funzione.

Quando si decise di far sorgere a Napoli l’Oltremare, nell’affidare a Marcello Canino la progettazione, s’intendeva rispondere sostanzialmente a quattro esigenze di diversa natura ma complementari tra loro: politico-propagandistico, culturale, ricreativo ed economico. Visitandola si aveva l’impressione di vivere uno spaccato di storia pulsante oltre il tempo e lo spazio.

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Einaudi inaugura la Mostra d’Oltremare

Venute meno le ragioni coloniali, restavano comunque motivi sufficienti per tentare di rimettere in piedi quella che fu l’Esposizione Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare. Il primo e anche unico valido tentativo fu quello compiuto da Luigi Tocchetti con la sua trasformazione in “ I Mostra del Lavoro Italiano nel Mondo”, inaugurata l’8 giugno 1952 dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Dopo di che, a dispetto dell’enfasi con cui era stata presentata, la Mostra dl Lavoro Italiano chiuse i battenti e da quel momento iniziò – quasi si trattasse di una maledizione – l’inesorabile decadimento.

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E furono anni di lotte condotte da minoranze illuminate per la difesa dell’integrità strutturale e del lavoro (nei ‘primi Anni ’70 la pianta organica dell’Oltremare contemplava oltre duecento lavoratori). L’obiettivo era di trasformarla in una “Mostra Permanente dei Prodotti del Mediterraneo”. «Una sorta di luogo organizzato dove si analizzano e raccolgono domande ed offerte delle loro (Popoli mediterranei, ndr) produzioni e, al contempo, della cultura, dell’arte, della conoscenza dei beni storici, architettonici, ambientali cosicché siano cementificati i vincoli della “comunità mediterranea”».

Antonio Parlato

Antonio Parlato

L’idea geniale e un po’ amarcord fu formulata come tante altre brillanti idee circa mezzo secolo fa da Antonio Parlato. Purtroppo anche a Destra questo tema era riservato a pochi intimi come dimostrano gli Atti Parlamentari.

Tuttavia anche questa compagine politica commetteva l’errore di identificare l’Oltremare con i paesi del Sud – Mediterraneo non potendo allora immaginare che sarebbero diventate delle vere e proprie polveriere. Lo stato di guerra permanente, infatti,  avrebbe vanificato tutti gli sforzi per realizzare il progetto parlatiano. Altro che “comunità mediterranea” e cementare vincoli…

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Il festival dell’Oriente alla Mostra

Un suggerimento sulla necessità di tenere non solo nella ragione sociale l’Oltremare ci proviene, comunque, dall’osservazione delle manifestazioni fieristiche tenute in essa.

Senza alcuna ombra di dubbio, sebbene fortemente connotata da aspetti commerciali, la Mostra dell’Oriente è stata la manifestazione più partecipata. Ha dimostrato l’esistenza di una reale esigenza, in modo particolare tra le nuove generazioni che forse non avranno mai nella loro vita l’occasione per osservare con i propri occhi le particolarità ambientali-architettoniche, la storia, i costumi, le danze colori ed odori di quei paesi lontani. Dopo questo enorme successo, si profilano all’orizzonte la Mostra sugli Indiani d’America e quella sul popolo irlandese. Un domani potrebbero organizzare quella sui Maori e i polinesiani,  sui vichinghi, sui  Celti delle Highlands …

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Luigi De Magistris

No, decisamente no! L’Oltremare non solo non deve sparire dal logo ma occorre che diventi la mission stessa del polifunzionale flegreo. Con Mazziotti condivido l’asserzione che «Continuare nelle “enclavi” di varia colorazione politica (democristiana, berlusconiana, diessina e ora arancione) sarebbe un errore imperdonabile. Il loro sessantennale fallimento lo dimostra», di converso occorrerebbe trovare il modo di estromettere la politica dal Consiglio di Amministrazione. Cosa quanto mai ardua, considerato che le società partecipate costituiscono un’ottima soluzione per placare la sete delle clientele.

Non facciamoci illusioni il destino dell’Oltremare potrà mutare soltanto se lo vorrà la politica oramai sempre più autoreferenziale. Intanto io e il professore, dopo oltre dieci lustri e con un’età oramai diversamente giovanile, tuttora pienamente convinti delle potenzialità dell’ente fieristico flegreo, continueremo imperterriti ed invisibili, in qualche angolo della nostra cara Napoli a discutere sul suo futuro.

 

 

 

 

 

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5 pensieri su “Io, il Professore
e la convitata di pietra

  1. RedazioneRedazione

    Giuliano Contreras –
    Puntuale come sempre Lidio Aramu. Per poter rivivere, la Mostra d’Oltremare ha bisogno di una città intorno, città intesa non solo come agglomerato urbano nel quale vive una popolazione (concetto molto diverso da quello di popolo), ma come comunità di valori e di intenti. La Napoli dei nostri giorni è vittima di uno sciacallaggio perpetrato dai suoi stessi gerenti, i quali dimostrano sempre di più che il loro unico obiettivo è quello di campare alla giornata, afferrare quello che si può, e cercare di vendere al peggior offerente il maltolto. Una ex capitale meriterebbe ben altro

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  2. RedazioneRedazione

    Franco Fronzoni – una ex Capitale, ma la Mostra stessa meriterebbero ben altro; ma appare chiaro il disegno politico di distruggere le prove di un passato nobile e dignitoso, svilendo, depauperando e disfacendo quanto c’è

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  3. RedazioneRedazione

    Franco Seccia – L’idea e la fedeltà verso progetti di rilancio di opere monumentali vincono la giusta rabbia e rendono inefficaci giuramenti per restare appartati. Hai ragione Lidio, questa è Napoli e questi sono i napoletani purtroppo.

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  4. RedazioneRedazione

    Gerardo Mazziotti – proprio per garantire la tutela dei viali, delle fontane e degli edifici 24 ore su 24 ho proposto che l’ex padiglione albania sia assegnato alla polizia, ai vigili urbani e ai carabinieri e che il rione sia inibito alle auto e ai motorini; continuare a gestire questo patrimonio come una enclave significa decretarne la scomparsa definitiva; e poi smettiamola di considerarci inferiori agli svedesi e ai finlandesi….è una scommessa e la vogliamo fare sicuri di vincerla….

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    1. Lidio Aramu

      Prima di risponderti nel merito, carissimo Gerardo, lasciami confessare che invidio molto il tuo ottimismo. Forse sei a conoscenza di parametri di civiltà e vivibilità che io ignoro. Che i paesi del Nord abbiano un alto tasso di vivibilità, non sono io ad affermarlo ma le statistiche ufficiali. E poi, come cancellare dagli occhi l’immagine di degrado che offre il nostro patrimonio storico ed architettonico e il verde urbano. I risultati delle calate barbariche di Genserico ed i suoi Vandali hanno lasciato ferite profonde e incancrenite, impossibili da non vedere. La Villa comunale può essere senz’altro assunta quale archetipo di un verde urbano devastato dall’incuria e dagli interessi dei soliti noti… Sarei tentato di stilare un elenco di tutte le malefatte compiute nell’ultimo mezzo secolo, ma ne avrei corso il rischio di affaticarmi oltre il sopportabile.

      Gerardo carissimo, ma davvero pensi che un posto di Polizia all’interno dell’Oltremare possa preservarla da un’ulteriore devastazione? Le forze dell’Ordini sono la proiezione dello Stato. Uno Stato che non riesce a garantire né un giusto processo in tempi rapidi, né la certezza della pena.

      Circa la necessità di rivitalizzare l’ente fieristico flegreo, frantumando la dimensione ghetto, concordo pienamente con te. La divergenza delle nostre tesi è data dalla diversa funzione. Io preferisco la dimensione internazionale, tu quella d’inglobarla nella trama urbana destinando le sue strutture ad attività pubblico-private e a qualche pericolosa apertura ad un’ulteriore cementificazione.

      E mentre tu scrivi « è una scommessa e la vogliamo fare sicuri di vincerla» a pochi metri dall’oggetto del nostro discettare, un esteso e venefico deserto – del quale hai avuto modo di occupartene ripetutamente e di scrivere in proposito qualche documentato volume – si è impossessato delle superfici dell’ex polo industriale occidentale.

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