Adolfo Mollichelli

Adolfo Mollichelli

Giornalista. Ha lavorato con il Roma ed il Mattino. Ha seguito, tra l'altro, come inviato speciale cinque Mondiali, altrettanti Europei, nove finali di Campioni-Champions e l'Olimpiade di Sydney

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Il Napoli corre, la Juve Immobile

di Adolfo Mollichelli

Fuga per la vittoria nel derby che una volta era chiamato del sole, descritto con folklore poetico nel film “La domenica della buona gente”. Non avrebbe mai potuto prevedere Anton Giulio Majano che un giorno un colpo di pistola avrebbe ucciso un ragazzo nel corpo ed una madre nell’anima. Sbancato l’Olimpico con un colpo di bigliardo in cui entra la stecca di De Rossi. Centesimo gol in carriera e primo in assoluto alla Roma di Lorenzinho Insigne. Otto su otto, sull’otto volante. Il campionato si tinge di azzurro. 

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Sta per smettere la pretesta Luca Pellegrini, oramai è uno sul quale farà bene a puntare anche la Nazionale. Oh, la pretesta per chi non lo sapesse era la toga che indossavano i giovani fino ai 17 anni nell’antica Roma. La toga pura, tutta bianca senza orli di colore purpureo, costituiva il segno distintivo dell’età adulta ed è probabile che festini si facessero per l’ingresso in società. Finché è stato in campo è stato il migliore dei giallorossi, o il meno peggio, fate voi. Mi sento un po’ lepido e mi vien da dire che la cosa più bella per la creatura di Di Francesco che per sua sfortuna si chiama Eusebio è stata la zoomata su Totti alle cui spalle faceva bella mostra di sé una hostess scosciatissima. Più due legni spuri.

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E veniamo al gioco dei colori. A Lorenzino han sempre detto: guarda che i colori di Napoli sono il giallo ed il rosso. E lui ha sempre replicato: ma sono quelli della Roma. E allora gli hanno spiegato che il giallo ed il rosso sono i colori della Spagna che sono rimasti nel nostro guiderdone. E Lorenzino ha sbottato che non ci capiva più nulla. E che, fosse dipeso da lui, avrebbe uniformato i colori, partendo dalla maglia amata e allora azzurro anche nella bandiera che sta fuori al balcone della stanza liberata del sindaco che il corno gigante non sa dove metterlo e, dicono, che tutti i giorni si faccia preparare spaghetti col peperoncino che ha forma somigliante al corno ed è tutto felice.

Tornando a Lorenzino, ‘sto fatto dei colori gli ha creato imbarazzo pur non essendo daltonico e così, niente, proprio non gli riusciva d’infilare la porta della Lupa che fu violentata ma con dolcezza e maestria nell’ottobre andiamo è tempo di scudetto di trent’anni fa. In verità, quel tocco “maligno” del pibe de oro fu una violenza infinita che piacque molto a Weinstein. Tutto ciò novantanove gol fa. Era ora di lupacchiare una rete. E così fu. Scambio con Mertens preceduto da De Rossi nell’assist e Alisson non ha potuto fare altro che lisciarsi la barba folta e nera.

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C’è che questo Ciuccio è un meraviglioso destriero. E gioca come soltanto in paradiso (perché non mi venite a dire che lassù vivono in contemplazione eterna e poi ogni tanto salgono pure a ‘ddoie a ‘ddoje ‘e prufessur ‘e cuncertino).

C’è che fa’ girà ‘a capa e allora gli avversari restano incantati, tutti come Benino sul presepe. C’a vocca aperta. E vorrebbero gli avversari fare qualcosa, ci provano anche ma non sanno da dove cominciare per contrastare gli euclidei. E allora balbettano, cacagliano e gli azzurri li fregano. Perché sono scugnizzi e conoscono l’arte della strada. E sono piccoletti, la maggior parte, ma proprio per questo amano giocare rasoterra e lasciano i cross agli altri, a quelli che ‘a vottano là pecché c”a palla sotto ‘e piede nun sanno ‘o che fa’.

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“Stai senza pensieri…”, la Gomorra del calcio di Sarri-Savastano

E guai a fermarsi, niente. Trottole sono. Anche perché non possono. Si arrabbierebbe ‘o capo che si trasforma quando c’è la pratica da sbrigare e in panca assomiglia sempre più a don Pietro Savastano e pure quando si fa i selfie con le tifose belle alla stazione sembra un Adone, be’ insomma un gentil signore perfettamente sbarbato.

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Maurizio Sarri

Dolce è la sera, Roma non ha fatta la stupida e il treno veloce del rientro è già pieno di pensieri di grandeur, la sfida con il Manchester City di Pep Guardiola che indossa pullover di cachemire con grazia ed ha alle dipendenze belgi che sembrano studentelli, come De Bruyne rosso e pettinato e non come Eusebio che si trova tutti i giorni davanti a Trigoria il Nainggolan che ha aggiunto all’improbabile cresta un improponibile codino. Ed a proposito di sembianze, mi permetto di ricordare a zio Maurizio che David Silva un altro dei folletti del City s’è rapato a zero ed io che lo conobbi ora stento a riconoscerlo. Roma fu. Ora Manchester e poi l’Inter. Trittico da far tremare le vene e i polsi, ma con don Pietro dalla parte nostra…

Il rigore di Buffon su Immobile

Il rigore di Buffon su Immobile

Nel match delle 6 della sera – perché alle 5 è l’ora del torero – la Lazio aveva violato (termine di moda) la casa della Signora dopo due anni e qualcosa. Impresa di Simone Inzaghi che s’è bevuto il dolce calice offertogli dal conte Max che da quando sta con Ambra è diventato ombroso e confusionario. E iellato. E’ il calcio bellezza. Perché la Lazio ha giocato con ordine e furbizia e la Juve con confusione estrema. Ma un palo, una traversa, un rigore sbagliato, il secondo, dalla joya (Dybala) che sta scadendo a chincaglieria, tre parate doc di Strakosha (ma il portiere sta tra i pali per parare) qualcosa vogliono pur dire su quello che molto probabilmente sarà un anno vuoto.

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Strakosha para il rigore di Dybala

E la Signora si porta appresso la zavorra Gonzalo che neanche a tu per tu con l’estremo riesce più a metterla dentro. Ma che il pomeriggio che declinava verso sera sarebbe stato poco bianco e molto nero lo si era capito con quella papera da Gialappa’s di Strakosha – su pressione di Gonzalo che è meno tondo ma più tonto – che ha sbattuto sulla traversa ed è tornata tra le mani del numero uno laziale che ha ringraziato la madonna del buon consiglio patrona degli albanesi. Immagino che cosa avrebbe mormorato il popolo del San Paolo se l’episodio fosse capitato a danno degli azzurri amati. Lo diciamo? ma sì, scherziamo: nun se chiama Strakosha, chist’ è Straculo.

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Immobile, una doppietta alla Juve

E qualcuno avrebbe mormorato: crisc ‘e figli! Riferendosi ad Immobile che era stato cresciuto dalla Signora. A dire il vero, il torello di Torre Annunziata aveva pure portato in dote due tornei di Viareggio.

Poi, qualche presenza nella Juve quando l’allenava Ciro Ferrara e niente più. Non crediamo in te, così aveva detto la Signora facendolo accompagnare dal maggiordomo fuori dal castello con annesso il parco dove pascolano gli agnelli. E ‘o guaglion che c’era rimasto male se l’era legato al dito ed aveva promesso dispetti in serie:la Supercoppa? E’ ‘a mia. L’imbattibilità del castello? Nun ce pensa’, t”a levo io. E così fu che ‘o torrese addiventaje l’incubo d”a Signora che mai s’era sentita accussì brutta e vecchia. E alleato d’o Ciuccio. 

 

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