di Ottorino Gurgo –
Recentemente Nicola Zingaretti, candidato alla segreteria del Pd, ha lasciato chiaramente intendere, in un’intervista, di ritenere che il problema centrale del suo partito, sia la scarsa credibilità di Matteo Renzi.
Non vogliamo qui entrar nel merito della credibilità o meno dell’ex segretario dei democratici, ma francamente ci sembra fortemente riduttivo fare di questo argomento il tema del dibattito precongressuale in un partito che vede a rischio la sua stessa sopravvivenza e che, in un periodo in cui la vita politica è soggetta a violente turbolenze, dovrebbe farsi carico di ben altri problemi, anziché ripiegarmi su se stesso e sulle proprie mediocri rivalità intestine.
Nasce da queste constatazioni un interrogativo: il Pd ha ancora, al proprio interno, uomini in grado di guidarlo sulla giusta strada per tentare non solo di sopravvivere, ma di rilanciarsi?
Questi uomini, probabilmente, ci sono. Ma, nel momento in cui la loro parte politica rischia di precipitare nel baratro di una crisi irreversibile, quale contributo costoro sono disposti a dare per evitare una così disastrosa eventualità?
Ci riferiamo in particolare, per uscir dal generico, a due personaggi che hanno avuto un ruolo rilevante nella storia del Pd: Valter Veltroni e Romano Prodi.
È più che evidente che l’uno e l’altro abbiano, da tempo ormai, assunto un atteggiamento critico nei confronti dell’attuale establishment contestando la sua mancanza di iniziativa e la sua incapacità di elaborare una politica in grado di contrastare efficacemente l’avanzata del duo Lega-Cinquestelle. Ma, quando la casa brucia, non basta predicare – per giusto che sia il contenuto della predica – bisogna rimboccarci le maniche e trasformarsi in soggetti operativi.
Il Pd è ormai vicino al tracollo e le parole di Veltroni e Prodi non sono più sufficienti a evitarne la catastrofe. Che i due (soprattutto Prodi, in verità) abbiano motivi di risentimento per il trattamento che nel Pd è stato loro riservato è anche comprensibile. Ma si può far politica con il risentimento? O non è vero, invece, che proprio in politica, il risentimento è sterile, inutile, improduttivo?
Personaggi autorevoli come Veltroni e Prodi sembrano, insomma, aver scelto di collocarsi “sull’albero a cantare” scegliendo, come abbiamo detto, il ruolo dei predicatori anziché quello degli uomini d’azione. È troppo facile è troppo comodo. Al Pd servirebbe molto di più.
Del resto, Veltroni e Prodi non sono i soli a sottrarsi allo tsunami che ha investito il loro partito Sono stati in molti a tirarsi indietro quando sono stati invitati a partecipare alle prossime primarie. E c’è da augurarsi che Marco Minniti non li imiti, rompa gli indugi e dismetta i panni del “sor Tentenna” decidendo di scendere in campo. Come ministro dell’Interno, ha dato, a suo tempo, buona prova di sé. Che aspetta a impegnarsi ora per il proprio partito?











