di Adolfo Mollichelli
‘Na voce, ‘na chitarra e ‘o poco ‘e Mole. Yes, dalle parti del quartiere di Chelsea l’hanno sentito il comandante che cantava. Oddio, con tono più aspirato che ispirato. Ma intanto l’hanno udito. Confermano il piccolo Jorge che sarebbe Jorginho e il Gonzalo rinomato (h)iguana, ‘o traditore. Pure a Londra la canzone napoletana vola per l’aire e se fa sentì. Chisà Sarr(à) che fa.
Intanto Murolo fu poeticamente sublime e coniugò stupendamente parole e musica: Sarrà chisà. Togli l’ultima vocale del verbo e viene fuori: Sarr chisà. Che introduce dubbi atroci. E’ stata sufficiente una voce poco fa – ma no, non c’entra il barbiere di Siviglia – per fare scatenare il tam tam delle meraviglie, i segnali di fumi di parole, le rimostranze del Soviet che non c’è più e che è stato risuscitato a Napoli, patria feconda di musicisti, poeti, geni, giuristi e di nostalgici sarristi.
Sarr(à) chisà, sarrà Pusilleco / ca ce fa suspirà / te vulimm bene… par di sentirli gli orfani di Maurizio riuniti in congresso nell’aula magna della nostalgìa. E si coglie pure un pizzico, per ora, di rancore. Perché un altro alto tradimento sarebbe atroce.
E si discute sul disagio che proverebbe il comandante che aspira vocali e sigarette à gogo e che è nato a Bagnoli e che ha fatto sognare Napoli. Ma come, dicono, chi è nato nella città di Bagnoli ad un sospiro di fumo degli altiforni dell’Italsider potrebbe mai trovarsi a suo agio negli stabilimenti asettici della Fiat che se sciogli l’acronimo viene fuori la fredda Fabbrica Italiana Automobili Torino.
Finirebbe nella città sabauda, che colpo per noi borbonici e pure un po’ “sovietici” per amor suo e va bene che nella madre Russia non esistono più. Sarrà ‘nu calcio mercato che farà scintille. E già: ‘a luce d”e llampare… E tornano brutti pensieri. E sono in molti a giurare di non poter sopportare un simile affronto, l’ennesimo tradimento. Il troppo storpia.
Ed ora che si fa, qua bisogna disdire tutti i voli charter prepagati per Baku, la capitale azera gemellata con Napoli e noi eterni malati di nostalgia che volevamo cantare al comandante: torna, ‘sta casa aspetta a te. Poveri illusi, noi. Oddio, poi c’è sempre chi fa lo spiritoso e sbotta: però potremmo sempre intonargli, al comandante ma che n’ce purtato a fa ‘ncopp Pusilleco se nun ce vuò cchiù bene. E giù ‘na bella risata troncata ‘e subito sotto gli sguardi di deplorazione dei membri del Politburo, insomma dei caporioni del soviet sarrista.
Che periodaccio, finché non sarà sciolto il nodo gordiano dell’atroce attesa che quell’evento possa verificarsi e c’è il solito saputello che ti fa: vivremo nell’attesa di un accadimento eccezionale per Napoli, come nel celebre romanzo di Malacqua.
E qui, fossi stato presente, avrei baciato sulla fronte il saputello per aver ricordato un capolavoro del Novecento, scritto dal mio fraterno amico Nicola Pugliese, scrittore vero e grande e non seriale come i tanti pizzaioli di parole che oggi sfornano a scadenze fisse.
E insomma: canta che ti passa. E però va scelto bene il brano. Magari da tradurre in inglese, in azerbaigiano e pure in torinese falso e cortese. E allora il Pierino di turno prende la parola nella seduta del Politburo napoletano e consiglia Malatia che smania ‘e te vedé. Approvato all’unanimità.
Mentre nel castello di Chelsea don Maurizio smette la tuta e passeggia sui merli e fuma nel fumo di Londra e si chiede Agnelli o non Agnelli mentre gli passa per la testa la formazione da mandare in campo a Baku e nella notte senza stelle e con tanti dubbi canticchia ‘na voce, ‘na chitarra e ‘o poco ‘e Mole. E subito dopo: sarrà chisà.









