di Ottorino Gurgo
Quanto durerà la tregua raggiunta da Matteo Salvini e da Luigi Di Maio dopo che i veleni di una campagna elettorale particolarmente turbolenta, con reciproco scambio di violente accuse, aveva fatto pensare che la coalizione gialloverde fosse ormai giunta al capolinea e si affacciava minaccioso lo spettro delle elezioni politiche anticipate.
La rottura, dunque, non c’è stata e la crisi di governo, al momento, almeno, sembra scongiurata. Ma emergono due interrogativi tra loro connessi: quanto durerà l’armistizio tra il leader della Lega è quello dei cinquestelle? E che cosa ha indotto Salvini e Di Maio a deporre le armi?
Al primo interrogativo, ovviamente, non è facile dare risposta visti gli altalenanti umori dei due alleati. Ma proprio la ragione che ha indotto i due litiganti a cessare le ostilità o, quantomeno a sospenderle, fa pensare che, per qualche tempo, il governo rimarrà in piedi.
Determinate è stata, al riguardo, la paura che si è impossessata di loro proprio quando erano ormai giunti sulla soglia di una divisione che, all’apparenza appariva inevitabile. Lega e Cinquestelle sono state sopraffatte dalla paura.
Nella prima che pure ha conseguito nelle elezioni del 26 maggio scorso un incontestabile è clamoroso successo e che i sondaggi danno in ulteriore crescita, è prevalso il timore che, in un anticipato ricorso alle urne, possa non riuscire a raggiungere, insieme con Fratelli d’Italia, suo alleato ideale è senza l’ormai malsopportato Berlusconi, quella fatidica soglia del quaranta per cento che le garantirebbe l’assoluto dominio della situazione.
Meglio, molto meglio, allora – deve aver pensato Salvini – anziché avventurarsi per strade che potrebbero rivelarsi pericolose – mantenere in vita l’attuale coalizione che, stante la condizione di estrema debolezza dei pentastellati, dà modo al Carroccio di spadroneggiare. Di imporre la propria volontà (come dimostra l’adesione di Di Maio alla grottesca proposta dei minibot formulata da Salvini).
Ancor più evidente è la paura di Di Maio e dei suoi che da elezioni anticipate avrebbero tutto da perdere e, nella migliore delle prospettive, vedrebbero i loro voti dimezzati.
A maggior ragione, dunque, per loro è auspicabile che la legislatura duri il più a lungo possibile, meglio se si alla sua scadenza naturale.
Al tirar delle somme, perciò, il cemento che riesce ancora a tenere unita la scassatissima coalizione gialloverde non è il famoso contratto sottoscritto al momento della costituzione del governo, né una visione comune di ciò che servirebbe al nostro paese, ma la paura. E si tratta, proverbialmente, di una “cattiva consigliera”. Ma è un motivo più che sufficiente per tenere in piedi l’alleanza. Quanto questo possa giovare al paese, è un altro discorso.









