di Gianpaolo Santoro
Mi sento come Al Pacino in ogni maledetta domenica, ha detto Matteo Renzi, quello che diceva che ogni maledetta domenica si vince o si perde, resta da vedere se si vince o si perde da uomini. Strano, dovrebbe casomai sentirsi come Vito Corleone in un altro film di Al Pacino il Padrino, quello che diceva gli farò un’offerta che non potrà rifiutare. Già perché lui proprio così ha fatto con l’elezione per il Quirinale, un’offerta che non si poteva rifiutare. O Mattarella o Mattarella.
La strada delle riforme cominciata col Patto del Nazareno e con i voti in cassaforte è ormai un ricordo. Siamo alla guerriglia parlamentare. Assenze, accuse e se ci scappa anche qualche cazzotto. E minacce, proposte, ricatti. Avanti un altro. E questa dovrebbe essere la politica nuova. I rottamattori.
Le riforme sono le riforme. “E, se andate avanti così, io vi mando tutti a casa e si va a votare” ha minacciato il Premier. Già come se a decidere fosse lui, dimenticando che lo scioglimento delle Camere spetta al Capo dello Stato. “Un bulletto sull’orlo di una crisi di nervi” ha replicato Brunetta. Le opposizioni hanno deciso di andarsene sbattendo la porta. Si votino tutto da soli. Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle hanno annunciato di non partecipare più ad alcuna votazione sulle riforme. E sono andate dal Presidente della Repubblica per denunciare l’inagibilità del Parlamento. Mattarella ha ribadito che farà di tutto per fari riprendere il dialogo.
“Non accetto ricatti da nessuno. La riforma sarà sottoposta a referendum. Vedremo se la gente starà con noi o con il comitato del no guidato da Brunetta, Salvini e Grillo”. Ha annunciato petto in fuori il Matteo di lotta e di governo. E così “Renzi l’uomo che ha fretta” come ha scritto Le Monde fa il braccio di ferro per le sue riforme per poi sottoporle a quesito referendario, e perdere il doppio del tempo. “Demolition man” l’ha definito il Financial Times, come dare loro torto?
Dai gufi ai sorci verdi. Da boy scout a bulletto di quartiere, da Renzino a Padrino. Ha scritto Eugenio Scalfari. “Un narciso un po’ provinciale che rasenta il bullo di quartiere.” Aveva scritto Giampaolo Pansa, in tempi non sospetti poco più di un anno fa quando Renzi vinse le primarie e diventò segretario del Partito democratico. “Farà penare il gruppo dirigente democratico perché si comporterà come un leader dal potere assoluto, quasi un dittatore”. Preveggenza?
Eccolo qui, il premier in tutta la sua abilità, la sua scaltrezza, la sua doppiezza, l’uomo che con 80 euro e “dodici milioni di voti” alle Europee crede si possa fare e disfare tutto quello che si vuole. E non col sorriso sulle labbra, ma con arroganza, prepotenza. Quello di #Enricostaisereno, quello di Fassina chi?, “ del Paese non si può lasciare in mano a Corradino Mineo”, “io non discuto le leggi con il sindacato..”, “La terna di nomi non esiste Mattarella è l’unico candidato per il Quirinale”. Deciso sì, ma anche sprezzante, un modo di fare che va ben al di là del decisionismo e che tende a ridurre non solo il dissenso, ma anche ogni diritto di critica, di riflessione, quasi quasi di parola. Un dittatore? Probabilmente no. Ma,come acutamente ha osservato Adriano Celentano, il leader di una “Dittatura Democratica” certamente si.
Ricordate quando Craxi dal “discussionismo” tentò di passare al decisionismo, ricordate le vignette con il leader socialista raffigurato come Mussolini ed i soliti noti a denunciare la deriva autoritaria, a ritenere che in gioco c’era la democrazia, ricordate quando il sociologo Giuseppe De Rita scrisse “che Craxi era un decisionista una tantum e questo, alla fine, lo ha lasciato nudo: il Parlamento non lo ascoltava, il Csm neanche lo considerava, la Magistratura lo inseguiva. Era un uomo senza istituzioni, perché non era stato capace di trasformarsi da politico a statista, da politico a uomo delle istituzioni…”? E De Rita fornì anche la sua lettura del decisionismo: “Per decidere, bisogna concentrare il potere, bisogna verticalizzare il potere. Per farlo, bisogna personalizzarlo. Per personalizzarlo, bisogna mediatizzarlo, cioè renderlo pubblico, e per fare tutto questo ci vogliono un sacco di soldi…” Chiaro, no?
E ricordate quando con 308 voti il governo Berlusconi mille giorni fa ottenne il via libera al rendiconto di bilancio alla Camera, sotto quota 316, che è la metà più uno dell’aula di Montecitorio? Quel giorno tutti sentenziarono la morte della maggioranza, cosi non si può governare, il risveglio dei girotondini, il popolo viola, i patrioti della costituzione, li ricordate che gridavano al golpe, al regime? Il governo Renzi per la legge di Riforma del Senato e del titolo V della Costituzione ha votato e approvato gli articoli uno a uno ottenendo sempre meno di 300 consensi. E allora?
E ricordate la vergogna del trasformismo, lo scilipotismo, i Razzi voltagabbana: che fine hanno fatto tutti quelli che gridavano alla scandalo, all’etica della politica, ai voti comprati, alla campagna acquisti? Sono 173 i parlamentari che eletti in un partito si ritrovano oggi in un altro partito, e stiamo cambiando la Costituzione non le regole di un condominio. Che aspetta la solerte magistratura ad intervenire, indagare sull’episodio documentato con un filmato dei 50 mila euro promessi a grillini “scontenti” per rafforzare la maggioranza?
E ancora. L’avesse fatto non dico Berlusconi ma quell’anima semplice di Bersani, di levare da una commissione un senatore sgradito per l’iter di una legge avremmo sentito pochi sussurri e molte grida, e si sarebbe parlato di attentato alla democrazia, metodi fascisti, soppressione del dissenso. E’ successo, ma tutti hanno girato la faccia dall’altra parte. Lui può. Circondato da fedeli soldatini, fedelissimi pasdaran, colonelli-guardiani della rivoluzione rottamatrice e dai componenti del giglio magico, tutti impegnatissimi e a sgomitare per farsi notare dal capo, è difficile mantenere un reale dibattitto all’interno del Partito. Ed infatti non c’è. La minoranza dem del partito viene appena appena sopportata, chissà fino a quando. Probabilmente fino a quando non si risolve la questione delle 57 Fondazioni che detengono i beni dell’ex Pci, la resistenza rosa guidata da Sposetti.











