Figli & figliastri

di Gianpaolo Santoro

L’indignazione maggiore? Il posto di lavoro al figlio del ministro. I bandi su misura, gli appalti addomesticati, la compagnia di giro delle grandi opere, Ercolino sempre in piedi al ministero, il metano che da una mano solo agli amici ed agli amici degli amici, quel Michelangelo di ruberie del Mose, il come si è mangiato bene all’Expo prima ancora che aprisse: niente di tutto questo. Il lavoro al figlio di Lupi.

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Questo è rimbalzato nell’anima e nella coscienza di un Paese dove l’ascensore sociale è fermo da sempre, e dove i figli di nessuno non possono fare altro che andare a trovare lavoro da quale altra parte. Fuga dei cervelli, dicono. Ma scappano anche quelli che di cervello ne hanno poco, perché da noi il lavoro non c’è per nessuno. E nonostante quanto si dica, le prospettive appaiono sempre più fragili, il futuro sempre più nero. Ad un anno dall’avvio del grande piano contro la disoccupazione under 30 cofinanziato dall’Unione Europea e dall’Italia c’è da mettersi le mai nei capelli. Solo l’1 per cento dei potenziali 2,4 milioni di beneficiari ha avuto un’opportunità di lavoro. E a gennaio il governo ha anche dimezzato l’obiettivo.

Fate quello che vi pare, ma non toccateci i figli (e poi la casa). Solo per questo siamo disposti a cacciare gli artigli. Una famiglia su due ha un ragazzo disoccupato e tutte ritengono di essere vittime di una ingiustizia. Perché il figlio loro è bello, bravo, intelligente, volenteroso e sfortunato.

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Maurizio e Luca Lupi, padre e figlio

Quello che colpisce l’opinione pubblica, quando viene a galla il destino fortunato di un figlio famoso, è l’immancabile concetto di meritocrazia. “Luca è laureato al Politecnico con 110 e lode ed io spesso gli ho fatto questa battuta: purtroppo hai fatto Ingegneria civile e ti sei ritrovato un padre ministro delle Infrastrutture” è andato ripetendo Maurizio Lupi nelle ore delle dimissioni.

Del resto il destino è beffardo, ed i cognomi possono pesare più di un macigno, si sa. Però, sarebbe interessante fare una indagine per scoprire, quanti sono i figli famosi mammalucchi, perché non saranno tutti geni, ma di certo è molto difficile trovarne in quel cinquanta per cento di senza lavoro. Perché che i figli dei potenti siano quasi tutti talentuosi e cervelloni, tanto da meritare ruoli e poltrone importanti, carriere formidabili e posti prestigiosi, spesso in settori affini a quelli di mamma e papà, è pressoché, scontato, basta guardarsi intorno. E per carità, che non si parli di raccomandazioni, pressioni, “imposizioni” di nessun genere, ma che stiamo scherzando?

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Michael Young, si deve a lui il termine meritocrazia

Esiste una versione molto italiota della meritocrazia, ben lontana da quella coniata, ormai quasi sessanta anni fa dallo studioso inglese Michael Young,  quella che da sempre ha rappresentato la base dell’American Dream, il sogno americano che consentiva a tutti una opportunità. Certo a condizione di lavorare molto e, soprattutto, bene. E se ora, anche in America, le cose non stanno più così, se la mobilità sociale è pressoché bloccata e chi nasce povero muore quasi sempre povero, figuriamoci in Italia dove, in pratica, non è mai esistita.

Inutile comparare situazioni, fare paragoni. Non esiste azienda italiana che non si sia tramandata da padre in figlio. Bravi, intelligenti, stupidi, incapaci che siano. La dinastia del sangue, l’anticamera del fallimento. La provocazione tanto banale quanto calzante è quello di Bill Gates. “Lasciare le imprese ai figli è una follia. La squadra americana di basket alle Olimpiadi, non viene selezionata scegliendo i figli degli ex-olimpionici ma scegliendo quelli più bravi.”

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Bill Gates, lasciare le imprese ai figli è una follia

La grandi aziende americane sono public company guidate da manager selezionati scrupolosamente sul mercato. E’ la prima legge del capitalismo. Bisogna essere preparati, essere capaci di creare sviluppo, soldi e profitti. Le dinastie, le grandi famiglie in America contano poco sul mercato. Hanno, invece, grande peso in politica, dove è un continuo alternarsi delle stesse famiglie. Ted e Franklin Roosevelt, John, Bob e Ted Kennedy, George senior, George e Jebb Bush, Bill e Hilary Clinton, Mario e Andrew Cuomo, per citare le più famose.

E’ l’esplosione dilagante della parentocrazia. La prossima sfida per la Casa Bianca dell’anno prossimo, può portarci indietro di 14 anni, ancora una volta BushClinton, solo che questa volta i duellanti saranno probabilmente Jeb ed Hilary invece di George senior contro Bil. Alcuni in America parlano di società “estrattiva”: grandi oligarchie che bloccano la mobilità verso l’alto. L’ultimo saggio di Robert Putnam, sociologo di Harvard, s’intitola “Our Kids”, i nostri figli affronta proprio il decadimento della società americana che lentamente è sempre meno la culla della meritocrazia generalizzata e sta diventando, nonostante tutto, sempre più familistica. In quell’America che aveva avuto il grande pregio di dare vita all’università di massa, serbatoio d’eccellenza di una vasta middle class benestante il divario tra ricchi e poveri nel finire l’università era il 39 per cento. Oggi è salito al 51 per cento. Un dato per capire come funzionano le cose, da subito sin dalla scuola materna. I genitori assumono degli allenatori-istruttori per preparare i bambini di neanche tre anni per prepararli a superare ai test d’ingresso alla scuola materna. A Manhattan i bambini fanno corsi di matematica avanzata, quarantamila dollari l’anno e via saranno pronti per l’asilo…

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Lapo, Jhon Elkan e nonno Gianni agnelli

Se poi quest’ultima “follia” la parametriamo alla dispersione scolastica che a Napoli in alcuni quartieri di frontiera sfiora quasi il 40 per cento, difficile non essere presi da una sorta di sconforto, che si tramuta in sgomento se rimbalzano alla mente le affermazioni di Jhon Elkan, poco più di un anno fa, ad una scuola di Sondrio. Una vera provocazione. “Molti giovani non colgono le tante possibilità di lavoro che ci sono o perché stanno bene a casa o perché non hanno ambizione”.

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Papa Francesco edizione pasquale

Se Elkan avesse dato uno sguardo al rapporto sulla diseguaglianza dell’Ocse “Growing Unequal” avrebbe scoperto che l’elasticità intergenerazionale dei redditi (una misura di quanto il reddito dei padri “spieghi” quello dei figli, e che tanto più è alta quanto meno un paese è mobile) è bassissima in paesi come Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia ed è massima al contrario in Italia, si sarebbe risparmiato una figuraccia macroscopica. Ancora più imbarazzante essendo lui un Agnelli. E’ Pasqua, seguiamo l’esempio di Papa Francesco, salviamolo…

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