di Gianpaolo Santoro
“Se prima eravamo in dieci a ballare l’hully gully, adesso sono solo a ballare l’hully gully… “ (Migliacci-Vianello)
Ricordate, il patto del Nazareno, le lezioncine sulla necessità che le leggi come quella elettorale, cioè quelle che stabiliscono le regole del gioco, siano condivise dalla maggior parte del Parlamento, che con certe leggi non si può ragionare in termini di maggioranza e opposizione? Ricordate la nobiltà politica con la quale Renzi giustificava il suo accordo con Berlusconi, l’esigenza primaria di accorpare e non dividere, di condividere e non separare, perché con la democrazia non si scherza? Perché al centro del dibattito politico-istituzionale andava messo il bene del Paese?
Maggioranza più una buona parte dell’opposizione, doveva esserci l’abbraccio di gran parte del Paese. Un consenso a prova di qualsiasi referendum, la coscienza della stragrande maggioranza degli italiani nel nome delle riforme. Ma poi a poco a poco colpo di mano dopo colpo di mano si è sfilata prima Forza Italia (dopo il blitz Mattarella) poi la minoranza Pd (dopo le chiusure su Jobs Act e Italicum). E così se prima erano tre quarti di Parlamento a ballare l’hully gully dell’abolizione del bicameralismo perfetto e della nuova legge elettorale, ora è rimasto solo Renzi e una parte del Partito democratico a ballare le riforme. Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle, Sel lasceranno i renziano a votare da soli.
Segnatevi questi dieci nomi Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo, Rosy Bindi, Andrea Giorgis, Enzo Lattuca, Alfredo D’Attorre, Barbara Pollastrini, Marilena Fabbri, Roberta Agostini, Marco Meloni. Segnateli e metteteli da parte. Dieci piccoli indiani. Proprio come la storia di Agata Christie. Ma questo non è un giallo. E’ la metamorfosi del Pd. Il berlusconismo rosso. Anche se di rosso non è rimasto nulla.
Siamo giunti alla battaglia finale dell’Italicum, alla resa dei conti dopo una serie di penultimatum imbarazzanti di un Pd sull’orlo di una crisi di nervi con un uomo solo al comando. Epurazioni, sostituzioni, un braccio di ferra senza fine. Un braccio di ferro, cominciato con la vergognosa pagina dei franchi tiratori di Marini e di Prodi. Uno squallido gioco di potere, checché si dica.
“Da anni diciamo che è una priorità cambiare la legge elettorale. Fermarsi oggi significherebbe consegnare l’intera classe politica alla palude e dire che anche noi siamo uguali a tutti quelli che in questi anni si sono fermati prima del traguardo. Ma no, noi non siamo così. Avanti su tutto”. L’ordine di Renzi alle truppe cammellate e perentorio. E, vedrete, il cerchio si chiuderà con la fiducia
La realtà è kafkiana, non provate a raccontarla a qualcuno al di fuori dello stivale, nessuno capirebbe. Ricapitoliamo. Renzi non è mai stato eletto in Parlamento, non si è mai sottoposto al voto popolare per la guida del Paese. Ha vinto le elezioni europee delle urne deserte, che sono un’altra cosa, prendendo una valanga di voti percentuali, questo si ma a conti fatti in totale meno di quanti ne presi Veltroni quando era alla guida del partito.
Ebbene colpo di mano dopo colpo di mano è passato prima alla guida del partito (il clamoroso fallimento delle elezioni del presidente della Repubblica, col doppio cecchinaggio a Marini e Prodi, ha sancito la “fine” di Bersani) poi dopo rassicurazioni su rassicurazioni (#enricostaisereno) alla guida del governo pugnalando nel nome che “bisognava fare presto” e serviva una riforma al mese di Enrico Letta, accusato di sucida immobilismo. Ora con i voti conquistati da altri si sente investito dalla volontà popolare di cambiare la Repubblica.
Democrazia, democratura, dittatura. La svolta del Pd si chiama Pensiero dominante, si fa come dice il capo. Zitti e Mosca, rivive il vecchio centralismo democratico. Onestamente a guardare questo Pd c’è da restare sbigottiti. Un andamento ondivago nelle decisioni e nelle scelte politiche fra candidati costretti a rinunciare perché indagati ed altri confermati pur se condannati, fra primarie valide finite in Procura ed altre annullate senza brogli, insomma roba da mettersi le mani nei capelli. Eppoi l’escalation degli ultimi giorni, costretto alle dimissioni il capogruppo alla Camera Speranza (già era stato messo in condizione di dimettersi il presidente del Partito Cuperlo), sostituiti per i membri della commissione Affari costituzionali per sospetta “infedeltà” al Capo. Una situazione paradossale.
Per avere una fotografia che è il Pd oggi, basta prendere in esame Gennaro Migliore (#Vaimò #CampaniaMigliore) l’ex braccio destro di Vendola traghettato alla corte di Renzi, perché tutti teniamo famiglia. Migliore è il relatore di maggioranza dell’Italicum in commissione. Una responsabilità mica da poco. Ebbene se la legge di Calderoli era una porcata, questa di Renzi era per Migliore a marzo dell’anno scorso una Pestilenza. Firmato e sottoscritto in un tweet di quando ancora militava in Sinistra, ecologia e libertà. Ma si sa, poi tutti teniamo famiglia, la conversione al renzismo e la folgorazione sulla via dell’Italicum, ed eccolo qua, petto in fuori e voti della commissione epurata in mano battersi per la legge elettorale. Meno male che è il Migliore













