di Ottorino Gurgo
Un antico proverbio cinese ammonisce a non commettere mai l’errore di abbandonare “il grande fiume”. Chi s’avventura, nella speranza di arrivar prima, alla ricerca di un percorso più breve per raggiungere la meta, si illude. E’ destinato a perdersi.
Può essere una metafora applicabile alla politica italiana. C’è una lunga serie di scissioni, infatti, a far da contrappunto alla nostra storia nazionale e, a quanto si può constatare, l’unica di queste scissioni che abbia avuto fortuna, è quella compiuta a Livorno, nel 1921, che portò alla fondazione del partito comunista da una costola del partito socialista.
Ma veniamo all’oggi perché di scissioni si fa gran parlare. Se ne parla nel Pd, dove Filippo Civati, gran contestatore di Matteo Renzi che accusa di compiere scelte non in linea con i principi e le tradizioni della sinistra, ha già imboccato la porta d’uscita e naviga verso un velleitario partito dei duri e pur che dovrebbe accorpare la Sel di Niki Vendola e il movimento del segretario della Fiom Landini.
Se ne parla in Forza Italia dove Raffaele Fitto e Denis Verdini, sia pure collocati su opposte sponde, fremono entrambi (Fitto sembra aver già compiuto, addirittura il grande passo). L’uno con l’obiettivo di contendere al vecchio Silvio la leadership del partito, l’altro per non essere riuscito a condizionarne l’operato. Se ne parla persino nella Lega, un tempo esempio di monolitismo, dove il sindaco di Verona Flavio Tosi ha già drasticamente preso le distanze dall’insopportabile Matteo Salvini. Non abbiamo mai creduto al sistema bipartitico ritenendolo inidoneo a un paese come il nostro, restio, per propria natura, ad accettare una rigida divisione in bianco e nero, prediligendo molteplici sfumature di grigio. Meglio, semmai, il bipolarismo, che accorpi, attorno a due nuclei centrali, forze politiche diverse, ma omogenee.
Ma quel che sembra non accettabile e destinato al fallimento è il frantumarsi del sistema politico in miriadi di formazioni politiche che sorgono non tanto e non solo per rappresentare un’idea, un progetto, un programma, ma per una sorta di “fiera delle vanità”.
Ci sono, cioè, per dirla senza peli sulla lingua, uomini politici o sedicenti tali, che non essendo riusciti a “sfondare” nei loro partiti d’origine, s’illudono, “mettendosi in proprio”, di poter per questo trasformarsi in leader. Come il dipendente di una grossa “ditta” (per usare la metafora tanto cara a Pier Luigi Bersani) che apre un proprio negozietto, illudendosi di farle concorrenza.
E’ ben noto che le idee, com’era solito dire Pietro Nenni, camminano sulle gambe degli uomini, ma purtroppo la non positiva impressione che si ricava nell’osservare il panorama politico del nostro paese e i leader o pseudo leader che si propongono di assumerne la guida o di occupare, comunque di occupare un posto di rilievo, è che di uomini ambiziosi ce ne siano molti, ma di idee poche. Anzi, pochissime.










