di Adolfo Mollichelli
S’è conclusa la quarantaquattresima edizione della Copa America, il più antico torneo per Nazionali: novantanove anni di storia, e di storie infinite. Il Cile s’è laureato campione per la prima volta. Battuta ai rigori (4-1) l’Argentina, quattordici titoli in bacheca, uno in meno dell’Uruguay. Una finale, disputatasi nello stadio Nacional di Santiago tristemente famoso negli anni della dittatura di Pinochet. Per mesi, quello stadio divenne una prigione lager per migliaia di oppositori del regime.
È stata una Copa ricca di vecchie conoscenze per l’elevato numero di giocatori che militano (o hanno militato) nella nostra serie A. E molto “italiana” è stata la finale tra il Cile e l’Argentina. Nella Roja: Vidal ed Isla (Juventus), Medel (Inter), Vargas (Napoli), Mati Fernandez (Fiorentina), Alexis Sanchez (ex Udinese) e in panchina Pinilla (Atalanta) e Pizarro (Fiorentina). Nell’Albiceleste: Romero (Sampdoria), Biglia (Lazio), Pastore (ex Palermo), Lavezzi ed Higuain (Napoli) e in panchina Roncaglia (Genoa), Pereyra (Juve), Tevez (ex Juve), Lamela (ex Roma).
E così, in crisi di astinenza da tifo ci si è schierati per l’una o l’altra delle filaniste perché goderci una partita senza appiccicarci addosso un’etichetta di appartenenza proprio non siamo capaci. A Napoli, in particolare, ci si è schierati anche per l’Uruguay di Cavani e per la Colombia di Zuniga, anche se il colombiano s’è tirato addosso qualche bestemmiuccia (niente di grave!) del tipo: ma chist’ solo a Napule nun s’arreja all’erta! Più incredulità che sospetti, va’.
Anche se la Copa ha consacrato il “napoletano” Vargas capocannoniere del torneo a pari merito con il peruviano Guerrero, il popolo della Rete di fede azzurra s’è schierato per l’Albiceleste che più che di Messi ora, fu di Diego Armando Maradona il pibe di tutti i porompomperi della felicità. E poi, il Pipita è il Pipita e il Pocho è sempre il Pocho, no? Ma accade che Higuain spari al cielo il suo rigore (ancora una volta) e che non ci sia più la Cristoforetti nello spazio a raccogliere quel pallone stellare per rimandarglielo indietro sul dischetto della vergogna.
Ed ecco che si rinnova nel popolo azzurro il disincanto nel ricordo dei rigori “pipitiani” che sono costati punti in campionato e il mancato approdo nella Champions. Consolarsi con Lavezzi che almeno un tiro l’aveva effettuato all’indirizzo della porta di Bravo? Troppo poco, il Pocho in fin dei conti è da tempo un parigino.
E allora, che fare? Guagliù’ consoliamoci con la certezza che Messi la Pulce non sarà mai come Maradona il pibe de oro. Nella Rete a dire il vero si sono intromessi i calciofili di tutt’Italia. Uno spasso. Compreso il perentorio verdetto destinato al colto ed all’inclita: Messi si’ ‘a guallara e Maradona. Torna una canzone antica. Il pretesto per poter stilare una classifica di merito, seppur tra grandi. A questo giochino un po’ perverso non ci sto, limitandomi ad un’osservazione: Diego trascinava i suoi compagni – non sempre eccelsi – come un capopopolo; Leo non sempre ha voglia (e il carisma) di fare altrettanto. Stop.
Restando alla Copa America il destino dei due immensi argentini del futebol è segnato dalla stessa delusione: non l’hanno mai vinta. Come Pelé. E a differenza di Di Stefano. Tanto per ricordare quattro tra i più grandi fuoriclasse di sempre.
L’Argentina è un caso tutto da studiare, analizzare. Nel giro di un anno ha perduto la finale del Mondiale contro la Germania, e ci può stare, e la finale della Copa America contro il miglior Cile di sempre. In entrambe le partite Messi s’è acceso a sprazzi e gli altri grandi bomber a lui vicino (a rotazione) hanno fatto a gara nel fallire conclusioni non proprio difficili. Ricordo il gol letteralmente mangiato da Higuain solo davanti a Neuer nella finale in Brasile; si era sullo zero a zero e quella partita decisa da Goetze molto tempo dopo avrebbe certamente preso una piega diversa. È quanto meno strana la difficoltà dell’Argentina di andare in gol pur avendo un potenziale offensivo da far tremare le vene e i polsi ad ogni avversario: Messi, Aguero, Higuain, Lavezzi ai quali s’è di nuovo aggiunto Tevez; e centrocampisti col vizio del gol come Di Maria e Pastore.
Si finisce col decantare, forse con troppa enfasi, un reparto che nelle partite che contano risulta spesso inferiore al centrocampo governato da Mascherano ed alla stessa difesa, quest’ultima sempre all’altezza della situazione malgrado non abbia più un “direttore” della classe di Passarella. Probabile che il turnover adottato da Tata Martino sia più di convenienza che tecnico: vi convoco sempre tutti e di volta in volta scenderete in campo accanto a Messi. Capita così di sperperare un tesoro che poche altre Nazionali al mondo attualmente possiedono. L’attacco più forte in assoluto è quello del Barcellona, non solo perché è composto da Messi, Suarez e Neymar ma anche perché il trio delle meraviglie gioca sempre insieme, a meno che non siano divisi da squalifiche o infortuni.
La grande delusione della Copa è stato il Brasile, vincitore di otto edizioni l’ultima nel 2007. Un altro “fracaso” dopo quello del mondiale casalingo quando gli eredi di Pelé furono ridicolizzati dalla Germania (7-1). Il Brasile è uscito ai quarti battuto ai rigori dal Paraguay. Senza Neymar squalificato dopo la lite con Zuniga e Bacca il neomilanista in coda al match caldo con la Colombia. Neymar aveva battuto in pratica da solo il Perù, poi il demone che gli corre dietro come un’ombra ha avuto il sopravvento e fuori per squalifica lui, fuori il Brasile. Questo Brasile che non è neppure il pallido ricordo dello squadrone del passato, neppure tanto lontano. Ha pochi uomini di classe e quelli che ne hanno da vendere o sono isterici come Neymar o fragili come Willian ed Oscar. Quanto agli attaccanti puri neanche l’ombra. Tostao, Ronaldo dove siete?
Il Cile, Paese organizzatore, ha meritatamente vinto la prima Copa della sua storia dopo quattro finali perdute (l’ultima nell’87) e cinque terzi posti. Il ct Sampaoli, argentino, ha saputo gestire al meglio la migliore generazione calcistica che il Cile abbia mai avuto. A partire dal portiere Bravo che gioca nel Barcellona fino ad arrivare a Vidal, Sanchez e Vargas (capocannoniere del torneo ma sempre lontano dal Napoli!) per non tacere di Valdivia detto il mago che conosciamo di meno perché gioca in Brasile nel Corinthians.
Ultima riflessione che spiega tutta la grande bellezza e la singolarità del calcio. Sono rimasto impressionato dalle prestazioni di Medel il tracagnotto. Nell’Inter gioca davanti alla difesa e fa il suo bravo compitino, senza errori e senza picchi di classe. Nel suo Cile ha giocato difensore nella linea a tre ed è stato semplicemente mostruoso per tempismo negli interventi (calcione allo stomaco a Messi a parte) ed autore tra l’altro di un gol alla Baggio alla Bolivia. Arrivederci alla prossima Copa America. La preferisco senz’altro agli Europei.















