di Gerardo Mazziotti
Giuseppe Garibaldi a 43 anni emigrò in America a cercare fortuna. Andò a New York ospite di Meucci a Staten Island. Per sbarcare il lunario aprì una fabbrica di salsicce e macaroni e, successivamente, lavorò in una fabbrica di candele. Ma fu un fiasco. E allora tornò nel 1860 in Italia per mettersi alla testa dei Mille, che, in pochi mesi, conquistarono il Regno delle Due Sicilie e posero le basi dell’Unità d’Italia.
Per rendere convincente “ il nostro dovere dell’accoglienza dei migranti” viene ricordata la storia secondo la quale “anche noi siamo stati un popolo di emigranti”. Politici, giornalisti e vescovi ne scrivono sulla stampa e ne parlano nei talkshow televisivi ogni giorno che Dio manda in Terra. E lo fa anche il Papa, che, nipote di emigranti in Argentina, dovrebbe conoscerla bene. Si tratta di una “omologazione” inaccettabile perché si tratta di due accadimenti completamente diversi. Dal porto di Genova e dall’Immacolatella di Napoli “ partivano i bastimenti pe’ terre assai lontane” con a bordo i veneti, i bergamaschi, i napoletani, i calabresi e i siciliani ( a volte con le loro famiglie ) che non andavano alla ventura ma avevano un contratto di lavoro oppure la prospettiva di trovarlo nelle Americhe, che erano poco popolate e che avevano bisogno di gente disposta a lavorare.
Ci andarono due fratelli di mio padre nel 1932. E a NY ho tantissimi cugini. La Mostra d’Oltremare e del Lavoro Italiano nel Mondo, ricostruita a Napoli dopo i danneggiamenti bellici del complesso architettonico degli anni ‘40 e inaugurata dal presidente Luigi Einaudi il 7 luglio del 1952, dedicò i suoi padiglioni agli italiani che erano emigrati nei cinque continenti. Giovane architetto mi occupai del padiglione del NordAmerica. Dedicammo una sala a Filippo Mazzei, un fiorentino che vi sbarcò verso la fine del settecento e che, diventato amico di Thomas Jefferson, ispirò e firmò la Costituzione degli Stati Uniti d’America del 1776. “ Tutti gli uomini sono per natura liberi ed indipendenti (….) e hanno il diritto di perseguire la felicità” (ma Benigni non la conosce ).
Un’altra sala la dedicammo ad Antonio Meucci, al quale non esitammo ad attribuire il merito di avere inventato il telefono quando gli americani erano convinti che l’aveva inventato Graham Bell. Documentammo che nel luglio del 1850, dopo la caduta della Repubblica Romana e la morte di Anita, Giuseppe Garibaldi arrivò a New York ospite di Meucci a Staten Island. Per sbarcare il lunario aprì una fabbrica di salsicce e, successivamente, di candele. Vi esposi una mia noticina “La storia non si fa con i se” E non intendo infrangere questa regola. Tuttavia considero probabile (starei per dire, certo) che se la fabbrica avesse avuto successo Garibaldi sarebbe rimasto a New York.E non sarebbe tornato nel 1860 in Italia per mettersi alla testa dei Mille, che, in pochi mesi, conquistarono il Regno delle Due Sicilie e posero le basi dell’Unità d’Italia. Invece la fabbrica fallì. E la Storia ebbe il corso che conosciamo. E fu così che la fabbrica garibaldina delle salsicce ebbe lo stesso peso storico della lunghezza del naso di Cleopatra.”
Documentammo il contributo allo sviluppo americano degli italiani diventati famosi nella politica, nello sport e nel cinema. Fiorello La Guardia, Vincent Impelliteri, Frank Capra, Jimmy Durante, Joe Di Maggio, Rocky Marciano, Frank Sinatra, Tony Bennett, Franckie Laine, Vincent Minnelli, Ida Lupino e tantissimi altri..
Nella sala dedicata a Rodolfo Valentino esponemmo i costumi di scena di alcuni dei suoi films più famosi. Ci sembrò doveroso ricordare Giovanni Martini, ex tamburino garibaldino, che, emigrato in America, si arruolò col nome di John Martin come trombettiere nel VII Cavalleria del generale George Armstrong Custer. Lui e il tenente Carlo Di Rudio furono gli unici sopravvissuti della strage di Little Bighorn del 1876. E, ovviamente, ricordammo Piero Maroncelli che vi sbarcò nel 1883 e i fuoriusciti antifascisti Salvemini, Toscanini, Garosci, Lussu e tantissimi altri. Purtroppo questa Mostra è andata distrutta per l’insipienza degli amministratori comunali. Però una documentazione, ancor più dettagliata della nostra sulla emigrazione italiana, si trova nel Museo Narrante dell’Emigrazione, allestito nel 2005 da Mirella Barracco e da Gianantonio Stella a Camigliatello Silano nel Parco Old Calabria. Consiglio vivamente di visitarlo. Si potrà apprendere, tra l’altro, che nessun bambino italiano è morto riverso sulla spiaggia di Ellis Island e che l’Atlantico non ha ingoiato nessun nostro emigrante.











