di Adolfo Mollcihelli
Gli scacchi aprono la mente, consolidano il carattere, consentono di prevedere un risultato in un tempo definito e insegnano a riconoscere la sconfitta. Hanno riscoperto gli scacchi, evviva! Con notevole e colpevole ritardo. Come accade sempre nel nostro Bel Paese quando si tratta di coniugare sport e cultura, quest’ultima svilita e offesa perché con essa non si mangia.
Il ministero dell’Istruzione ha preso atto che l’insegnamento del gioco degli scacchi nelle scuole è cosa buona e giusta. Dopo il voto quasi unanime dell’Unione Europea. Si partirà con una fase sperimentale in 350 scuole medie: gli studenti potranno collegarsi ad una piattaforma online e sfidare compagni di classe o coetanei di altre scuole.
La Fis, cioè la Federazione italiana scacchi – ebbene sì, anche gli scacchisti hanno un organismo di riferimento – metterà a disposizione delle scuole propri maestri e per quei ragazzi che avranno dimostrato particolari inclinazioni anche allenatori specializzati. Si comincia con le medie, poi l’anno prossimo saranno coinvolte le elementari e quindi le superiori. Va detto che la Fis già da un po’ di anni aveva cercato di entrare nelle scuole ma s’era dovuta arrendere per l’impossibilità di seguire un’enorme massa di studenti.
Prima le medie. Poi le elementari. Infine le superiori. Personalmente, avrei cominciato dalle elementari. Memoria ed immaginazione sono i tesori racchiusi nella mente degli under-dieci. Credo che il percorso ideale sia questo: apprendo, sviluppo, approfondisco. Immagino che l’esperimento sarà preceduto da una adeguata campagna pubblicitaria (pubblicità anima del commercio!) perché una vera cultura scacchistica in Italia non l’abbiamo mai avuta. Ma grandi scuole sì. Nate nei circoli, visti dai più come sedi di incontri tra appartenenti ad una setta massonica. Una delle più grandi scuole scacchistiche nacque a Napoli: l’Accademia napoletana, aveva sede in uno dei saloni del Circolo Artistico Politecnico, in piazza Tieste e Trento. Il deus ex machina era il maestro Dario Cecaro.
Erano i favolosi anni ottanta dello scacchismo partenopeo. Era lì che si andava ad apprendere i segreti dell’arte di Caissa. Era lì che s’incrociavano Maestri come Giorgio Porreca, per sette volte campione italiano per corrispondenza e tre volte olimpico (tra l’altro) e Francesco Scafarelli, ingegnere fiorentino spesso a Napoli per ragioni di lavoro, giocatori di assoluto valore internazionale. Il Manuale delle aperture, scritto da Porreca insieme con Chicco, è tuttora il testo più completo che ci sia sulla materia.
Dall’Accademia – più volte campione d’Italia a squadre – sono usciti “laureati” numerosi campioni napoletani, tutti affermatisi negli anni in campo nazionale ed internazionale: i fratelli Giacomo e Giovanni Vallifuoco, Ernesto Iannaccone (un fuoriclasse del gioco alla cieca: dava le spalle agli sfidanti, perlomeno tre, tenendo a mente le posizioni e gli sviluppi del gioco senza poter vedere le scacchiere), Mario Cocozza, Antonio Martorelli, Umberto Sodano, Carlo Castrogiovanni, Luca Sergio, Corrado Ficco e ancora Lupo, Soprano, Della Ragione, Supino, Albarella, Marcacci.Tutte punte di diamante di una schiera nutrita di altri ottimi giocatori che sarebbe impossibile elencare.
Ma non era solo l’Accademia il punto di raccolta degli scacchisti napoletani. I circoli erano numerosi, sia in città che in provincia. C’era il Gruppo Scacchistico Napoletano – che per alcuni anni ho avuto l’onore di presiedere – che aveva sede in via Tribunali, guidato da Roberto Cerrato; il Dopolavoro della Bnl; il Cral Porto animato da Aldo Rossi che spesso organizzava sfide a squadre con i marinai statunitensi; il Bianco e Nero di Sergio Pagano; l’Otto X Otto di Luigi Amalfi, arbitro internazionale; il Circolo del Matto di Domenico Supino; il Gruppo Città di Portici animato da Vittorio Pappaianni; il Vomero di Guido Locatelli; l’Acerrana ed altri ancora.
Attualmente, a Napoli, resiste un unico importante circolo: la Scacchistica Partenopea che ha sede in via Niutta, al Vomero. Erano così tanti i circoli tra Napoli e dintorni che erano numerosi i derby in occasione dei campionati regionali a squadre. Da quattro a sei i giocatori per ciascuna squadra. Fecero epoca alcune vittorie riportate dal Gsn che schierava in penultima ed ultima scacchiera due undicenni terribili: Giorgio Marcacci e Giovanni Mollichelli. Erano i rampolli della scuola napoletana. Gli avversari, adulti, li guardavano con
nonchalance, si sedevano, muovevano e, spesso e volentieri, perdevano!
Se appassionati e ben preparati, i ragazzini sono tutti potenziali forti giocatori (a ragion veduta e per esperienza confermo che l’insegnamento degli scacchi possa e debba cominciare dalle elementari).
Per indurre ad amare una disciplina come gli scacchi – ritenuta astrusa e noiosa, ingiustamente – bisogna farla conoscere su larga scala. Nei Paesi dell’Est gli scacchi sono considerati da sempre elemento formativo della sfera personale. Una cultura radicatasi in maniera naturale. Dicono: il clima rigido di gran parte dei Paesi dell’Est ha favorito la passione per re, regine, alfieri, cavalli, torri e
pedoni; un bel bicchiere di vodka, un tavolino accanto al camino, una scacchiera sopra e due contendenti e se fuori nevica chi se ne frega! Può anche starci.
Ma la ragione per cui la diffusione è stata capillare in alcuni Paesi è da ricercare altrove: il bisogno di alcuni popoli di tenere viva la mente innanzitutto. Perché gli scacchi sono, insieme, fantasia e forza, strategia e tattica, inventiva e calcolo.
La tradizione e la passione per gli scacchi della Russia zarista furono alimentate e disciplinate dalle grandi scuole sorte dovunque in quella che fu l’Unione Sovietica. Naturale che da quelle terre venissero numerosi campioni del mondo. Da Tal a Karpov, da Korcnoj a Spasskij fino a Kasparov. Il mondo dominato su una scacchiera finché dall’altra parte del mondo non nacque un genio assoluto: l’americano Bob Fischer. E la guerra fredda si riscaldò.
Il primo settembre 1972 è la data da ricordare. Perché Fischer l’americano, anche se sui generis, sconfisse l’allora sovietico Boris Spasskij e divenne campione del mondo. Il match fu disputato nel salone della Casa Bianca di Reykjavik e fu seguito in tutto il mondo con spasmodico interesse. Anche in Italia che scopriva così il fenomeno scacchi. Durante e dopo il match furono vendute nel nostro Paese milioni di scacchiere e di pubblicazioni tecniche. Qualcosa rimase di quella sfida ma certo non fu sufficiente per far diventare gli italiani “tifosi” scacchisti. Tant’è vero che soltanto ora, dopo 43 anni, si comincerà ad introdurre gli scacchi nelle scuole.
Quella sfida tra Fischer e Spasskij fu presto ostaggio delle ideologie. Gli Stati Uniti che avevano trionfato sull’Unione Sovietica. E fu per ragioni politiche, non certo per interesse scacchistico, che l’allora direttore del Mattino, Roberto Ciuni, mi inviò a Merano nell’ottobre del 1981. Si disputava il secondo incontro mondiale tra Anatoly Karpov l’ortodosso e Viktor Korcnoj il dissidente. “Sei il nostro esperto di scacchi – mi disse – ma devi scrivermi soprattutto pezzi d’ambiente, d’atmosfera“. Fu quello il mio servizio da inviato più distensivo ed istruttivo. Accontentai il direttore Ciuni con i pezzi di colore ed atmosfera. Mi divertii a seguire le analisi dei grandi campioni del presente e del passato ed a giocare con alcuni di loro. Inviavo anche il commento alle partite giocate dagli sfidanti corredate dal diagramma della posizione dei pezzi nella fase cruciale della partita.
Sull’onda emotiva del momento, il collega Riccardo Capece all’epoca responsabile delle iniziative speciali del Mattino, mi chiese di aiutarlo ad organizzare un evento speciale. Gli proposi una simultanea gigante. La simultanea consiste nella sfida di un solo giocatore contro più avversari.
Conoscevo Sergio Mariotti, il primo e per lungo tempo unico Gran Maestro italiano. Accettò di giocare contro 100 avversari contemporaneamente. Attraverso tornei di selezione scegliemmo 80 avversari, gli altri 20 erano scacchisti dei circoli campani. Si giocò sul parquet della palestra dei Cavalli di Bronzo. Fu un successo memorabile. Mariotti impiegò sei ore per concludere tutte le partite, ne vinse 87, ne perse solo 2, ne pareggiò 11. Fu quella la più importante simultanea mai giocata al mondo. Napoli era su tutti i giornali. Altri tempi, scacchistici. Una curiosità: in quei giorni Sergio Mariotti e signora furono ospiti a casa mia e giocavamo a tressette!
Da tempo, quasi tutti i giornali hanno rinunciato alla rubrica sugli scacchi. Questione di cultura, appunto. Ad un ragazzino che smanetta ore ed ore su internet e telefonino, preferisco un ragazzino che impari a muovere re e regine. Ma devi metterlo in condizione di potersi appassionare a quello che è stato definito “gioco dei re, re dei giochi”, l’arte di Caissa.
Piero Pasini, valente collega e scacchista bolognese, mi diceva spesso: “Pensa un po’ se gli scugnizzi con la loro intelligenza imparassero a giocare a scacchi, sono sicuro che i futuri campioni del mondo sarebbero napoletani!”.











