di Gianpaolo Santoro
Proprio come temevo ci siamo ritrovati tutti francesi, Je suis Paris, Liberté, Égalité, Fraternité , il bianco, rosso e blu, i fiori, i lumini, lo sdegno, le veglie; e oddio, potete scommetterci, arriveranno i cortei, le marce, le manifestazioni, i presìdi, canteremo certamente la marsigliese (come hanno fatto i francesi lasciando lo stadio rievocando il finale di Fuga per la vittoria), ci divideremo fra buonisti ed interventisti, qualcuno darà del razzista, qualcun altro chiederà conto dei migranti, ponendo i soliti interrogativi senza risposta. E poi l’Occidente e l’Oriente: c’è chi aspetterà Obama ed avrà voglia di aspettare, c’è chi invocherà Putin che, invece, pare le idee le abbia anche fin troppo chiare. Rituali vuoti. Inutili. La verità è che siamo in guerra. Dobbiamo ancora capirlo davvero. A fatica siamo riusciti ad individuare chi sono i nemici ( e non tutti ancora la pensano così) ma questo non basta. Perché non basta sapere contro chi si fa una guerra, serve sapere anche perché si fa una guerra…
Una scuola elementare, la Matteotti di Firenze, ha annullato una visita già programmata alla mostra “Bellezza Divina” in corso a Palazzo Strozzi dove c’erano opere di Van Gogh, Chagall, Fontana, Picasso, Matisse e Munch “Per venire incontro alla sensibilità delle famiglie non cattoliche visto il tema religioso della mostra”. Al Photolux festival di Lucca, che si svolge col patrocinio della Regione Toscana verrà esposta “Piss Chirst”, una fotografia realizzata da Andres Serrano che ha immortalato un crocifisso immerso in un bicchiere pieno della sua urina. Siamo certi che questo è il prezzo da pagare per essere un Paese multiculturale, multirazziale e multireligioso? Demagogia? Si può anche pensarla così ma è cronaca.
Così come è cronaca sottolineare che la Francia di “Soumission” di Michel Houellebecq, due volte colpita a morte in meno di un anno, con i suoi sei milioni di arabi (la più grande comunità mussulmana europea), Eurabia, è il Paese europeo che ha fornito più aspiranti jihadisti partiti alla volta della Siria e dell’Iraq per unirsi alle file dello Stato islamico, almeno 1.200, e non è dato di sapere quanti ne sono rientrati.
Il presidente francese Francois Hollande ha decretato, per la terza volta nella storia in Francia, lo stato d’emergenza. La prima volta fu nel 1955 al tempo della guerra d’indipendenza dell’Algeria. La seconda è più recente e risale al 2005, nei giorni delle rivolte delle “banlieu” tre settimane di sommosse, la più grande rivolta della storia francese dopo il Sessantotto. Uno dei terroristi del Bataclan era un francese nato a Courcouronnes nella banlieue parigina.
Inutile girarci intorno, un nodo fondamentale resta, ad esempio, nonostante si sia sbandierato spesso il contrario, il modello d’integrazione francese che non si è mai realmente compiuto. Anzi. I giovani francesi provenienti dall’immigrazione, di seconda e terza generazione, continuano a sentirsi socialmente respinti, la questione post coloniale è uno degli aspetti più preoccupanti della questione sociale e l’abbracciare l’islamismo radicale può rivelarsi un appiglio identitario. E da questo stato al jihadismo, al culto estremo della violenza il passo è breve. E non solo un discorso delle “banlieu”. Siamo in guerra con noi stessi. Altri tre terroristi sono belgi. Uno addirittura un rifugiato politico siriano. Siamo in guerra contro noi stessi, con le nostre politiche. E’ difficile ammetterlo.






