di Carlo Alberto Paolino
Brucia il Sudamerica. Dopo il Brasile, che ha votato alla Camera la procedura di impeachment per il presidente Dilma Rousseff (304 si, contro 107 no), anche il Venezuela ha dato vita alla prima presentazione delle firme al Consiglio Nazionale Elettorale (Cne) per ottenere l’organizzazione di un referendum per chiedere la destituzione del presidente Maduro. Per questo primo step occorrevano circa 195 mila firme, corrispondenti all’1 per cento dell’elettorato. Ne sono arrivate 1.850.000…
Brucia il Sudamerica, brucia il Venezuela soffocato dai debiti, oscurata dalla crisi energetica, dilaniato dalla violenza. Alejandro Werner, responsabile del Fmi per l’America Latina, senza mezzi termini ha lanciato il suo disperato grido d’allarme. Il Pil nel 2016 dovrebbe patire una contrazione del 10 per cento, la Banca centrale del Venezuela – dopo oltre un anno di mancate comunicazioni ufficiali – ha informato che l’anno scorso l’inflazione è stata del 141,5 per cento e la contrazione del Pil del 7,1.
Fame, ai supermercati cominciano a mancare i generi alimentari, disperazione, mancanza di lavoro, città al buio per alcune ore, uffici chiusi uno giorni si e l’alto pure.
Caracas è diventata la città più violenta del mondo per numero di omicidi commessi in rapporto alla popolazione (119,87 omicidi ogni 100 mila abitanti secondo un recente censimento della Ong messicana Consejo Ciudadano para la Seguridad Publica y Penal). In poco più di dieci anni il numero di persone ammazzate all’anno è raddoppiato, da 14mila arrivando a 27.875.
Ma non è tutto a Caracas, secondo Leopoldo Lopez, leader dell’opposizione in carcere dal febbraio del 2014, forte, fortissimo è anche il rischio delle squadre di paramilitari (colectivos) finanziate dal governo per soffocare ogni forma di opposizione. La democrazia è appesa ad un filo.
Papa Francesco ha scritto due lettere a Maduro chiedendogli di incontrare i suoi avversari politici e di trovare un accordo con loro per fermare la crisi sociale ed economica che sta soffocando il Paese. Il settore pubblico non lavorerà il mercoledì, giovedì’ e venerdì se non in “ in situazione di compiti fondamentali e necessari”. Le scuole, dall’infanzia alle superiore, rimarranno chiuse il venerdì. Alcuni centri commerciali hanno ridotto l’orario di apertura e all’inizio, il governo ha spostato gli orologi in avanti di mezz’ora per ridurre la domanda di energia elettrica in prima serata. Sono stati anche introdotti giorni di blackout elettrici quotidiani di quattro ore in tutto il paese.
Il Venezuela è tra i Paesi più ricco al mondo per riserve di petrolio e gas certificate. L’elemento drammatico è il crollo del prezzo del greggio, sotto i 30 dollari al barile.
Va ricordato che Caracas incassa il 90 per cento di valuta estera dalle esportazioni di petrolio. Negli anni del governo di Hugo Chavez l’obiettivo dichiarato era di arrivare a una produzione giornaliera di 6 milioni di barili di petrolio al giorno, oggi siamo fermi a 2 milioni, vale a dire ai livelli degli anni Cinquanta.
Il problema è anche la raffinazione, operazione troppo cara, mancano infrastrutture e capitali. Così come mancano i capitali per l’ammodernamento di centrali elettriche e idroelettriche e per nuove tratte ferroviarie. Tutte opere annunciate ma mai iniziate.
Si va avanti attuando politiche restrittive dei consumi , si cerca di risparmiare e ridurre in ogni modo il consumo di elettricità. Siamo all’anticamera dell’agonia. E’ cominciata la lotta di liberazione da Maduro.












