di Adolfo Mollichelli –
Ed ora chi glielo dice a Collovati dalla erre blesa, due turni di squalifica da mamma Rai (perché la mamma è sempre la mamma) che le donne ci sanno fare anche con la palla ovale? Discutere e non solo, oltre a questo ci sanno anche fare. Tant’è che al Sei Nazioni per il gentil sesso vanno in meta con distinta leggerezza. Da dodici anni tra le grandi, tradizionali squadre europee. Forse in pochi lo sanno, ma il rugby si coniuga anche al femminile nella nostra Italietta machista, maschilista, dei celoduro di vecchia e nuova estrazione e poveri noi.
Le hanno suonate alle irlandesi più grosse e lentigginose e sono al settimo risultato utile consecutivo e la brunetta Giada Franco, terza linea, ha ricevuto pure il trofeo che si assegna alla migliore in assoluto: woman of the match, vuoi mettere che soddisfazione mentre i maschietti sono ancora a zero punti nel Sei Nazioni.
Contro l’Irlanda, more solito, sono durati un tempo e poi crac e il ct O’Shea che continua a dire “i risultati arriveranno”. Come no. Prima o poi, più poi che prima.
E chi lo dice a Collovati che sono ottomila le rugbyste tesserate e che c’è la serie A con 19 squadre? Che belle le rappresentanti del vero sesso forte che sorpassano col rossetto sulle labbra i maschietti italici e che andranno al mondiale di calcio e loro no, che l’anno scorso sono arrivate in finale nel mondiale del volley e loro a guardare, come le stelle di Cronin.
Amo il rugby (in realtà, seguo tutti gli sport tranne il curling naturalmente) e nello scorso weekend mi sono preparato all’ennesima sconfitta bell’immigrata con beata rassegnazione e mi sono rifatto gli occhi ed emozionato vedendo il Galles suonarle all’Inghilterra, storia antica di miniere e padroni, di indomiti Braveheart quando c’è la Scozia di mezzo. Insomma mi sono riconciliato con uno sport vero (il Genovesi, il mio liceo, aveva uno squadrone e primeggiava negli studenteschi, grazie a Perrino, Gelormini, Rubino), autentico inno al concetto di squadra che si snocciola attraverso la prima linea (pilone, tallonatore, pilone), la seconda linea, la terza linea, il mediano di mischia e quello d’apertura, le ali, i trequarti centro, l’estremo.
Il rugby, sport bestiale giocato da gentiluomini; il calcio, uno sport per gentiluomini giocato da bestie. Un po’ forte, ma rende l’idea. In campo, sugli spalti, nel cosiddetto terzo tempo che accomuna in bevute storiche vincitori e vinti. E poi, vuoi mettere il silenzio degli innocenti e i bla-bla-bla nauseabondi delle trasmissioni e dei social che trasudano calcio o meglio: arsenico e vecchi merletti. Guelfi e ghibellini, odiatori seriali, cori vergognosi, pro e contro los huevos mostrati a mezzo mondo.
Non mi ci ritrovo più in questo calcio dell’odio e dei sospetti. In questo calcio che accetta tutto, perfino il rifiuto con tanto di vaffa come è capitato di subire al povero Sarri da parte del portiere che s’è rifiutato di essere sostituito. Spira come un piccolo vento di freschezza il consiglio ancelottiano che a Parma ha chiamato Koulibaly e gli ha detto: corri da Milik e digli di tirare la punizione sotto la barriera e gol e Sopracciglio Alzato ha confessato che il trucchetto gliel’aveva insegnato Cristiano Ronaldo ai tempi del Real.
Quel campionissimo che il non gioco del conte Max sta addirittura inciuchendo. Sì, l’Allegri finto inglese (humour) che a Carpi gettò via il cappotto che costava tanto e gliel’aveva regalato Ambra. I bambini (e non solo) vi guardano. Ricchi e stupidi, gran parte dei calciatori e degli addetti ai lavori.
E le tribune che dicono e non dicono e che fanno rimpiangere le tribune politiche di una volta. E le seconde voci che s’attorcigliano in una sfilza di banalità. E quelli che dopo un’ora giustificano la stanchezza dei pedatori. E chi vuole capirci qualcosa sul Var resta sempre più perplesso. E comunque, tanto per rifarci all’ultima giornata di campionato meno allenante del mondo una cosa va detta: non c’era il rigore contro l’Inter. Punto.
E facciamoci una risatina: come si potrebbe fare per convincere un giocatore a cambiare cognome, insomma il parmense Schiappacasse addò s’avvia. Viva il rugby, viva le donne, viva il calcio di una volta.












