Adolfo Mollichelli

Adolfo Mollichelli

Giornalista. Ha lavorato con il Roma ed il Mattino. Ha seguito, tra l'altro, come inviato speciale cinque Mondiali, altrettanti Europei, nove finali di Campioni-Champions e l'Olimpiade di Sydney

La leggenda del caprese
dai piedi d’oro

di Adolfo Mollichelli

 Addio Alfredo Di Stefano, addio saeta rubia, il mondo del calcio perde uno dei suoi campionissimi, senz’altro il primo giocatore universale di tutti i tempi. Cruijff verrà molto tempo dopo. Argentino di Barrancas, barrio di Buenos Aires, origini italiane (parenti a Capri), naturalizzato spagnolo. Aveva compiuto 88 anni il 4 luglio scorso.

Una vita piena, di trionfi, di gol e d’amore per le donne. L’ho visto giocare. Che fortuna! Io ragazzino, lui già saeta rubia. E l’ho conosciuto di persona. Che incontro meraviglioso! In una giornata dolce di settembre del 2009, ad Anacapri. Il Comune dell’isola gli aveva conferito la cittadinanza: ad un figlio
illustre. Io inviato del Mattino (ancora per poco!), lui arzillo e scattante, gambe arcuate che si muovevano più veloci del bastone che impugnava.

imagesCAA3VCAZ“Sientase cerca de mi”. Sedetti accanto a lui. E davanti mi passarono immagini in bianco e nero, nitide. Il tempo non aveva sbiadito i miei ricordi. La saetta bionda che domina il campo, che difende, imposta e segna, spesso nella stessa azione. Tecnica sublime, corsa continua, visione di gioco sublime.

“Digame!” Mi svegliai dal sogno. Balbettai, da dove cominciare? Semplice: qual è il ricordo più significativo che un immenso campione serba dentro negli
anni… Mi guardò fisso negli occhi, poggiò il bastone su una sedia accanto, sganciò dalla cintura dei pantaloni una catenina con una medaglia, entrambe usurate dal tempo, e me la porse. Lessi: una data ed una formazione. La prima partita da titolare nel River Plate. “Devo tutto a loro, ai miei compagni, se sono diventato Alfredo Di Stefano”.

Di Stefano e Ronaldo

Di Stefano e Ronaldo

 

Certo. Gli restituii la medaglietta, la guardò ancora una volta, come si può guardare la foto di una persona cara, prima di sistemarla nel taschino, come una reliquia. “Erano tutti dei formidabili campioni, quel River era una squadra da sogno”. Capisco, ma poi lei ci ha messo del suo… “Avevo tecnica e fiato, ma fondamentale fue la cabeza” mi disse puntando l’indice all’altezza della tempia. Già, la testa. E aggiunse: “Ogni volta che scendevo in campo, pensavo di dover giocare meglio dell’ultima volta, claro?”.

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Certamente. Parlammo un po’ d’Italia, si era alla vigilia del mondiale sudafricano. Nominò Totti e Del Piero, benedisse Lavezzi. Ricordò Sivori. E qui mi lanciai. Perché Omar è stato e sarà finché vivo il campione dei miei sogni. Anche Omar era nato nel River Plate. “Sana rivalità, la nostra, un grande campione, forse un po’ bizzoso”. Ma grande, vero don Alfredo? E insieme ricordammo: quelle sfide in coppa Campioni (’62), tra Real e Juve. Il Real sbancò Torino “segnai un bel gol”. Al ritorno, al Bernabeu, la Juve si vendicò con una stoccata di Sivori “fece un gol velenoso”. Poi si andò alla bella di Parigi e “fu una battaglia”. Parlammo ancora, poi Di Stefano mi salutò e si avviò nella sala della premiazione. Si fermò, mi fece cenno di avvicinarmi, mi sussurrò :”Usted es un hombre vertical”. Gracias, porque? “Perché mi ha intervistato col cuore”.
La testa, il cuore, la volontà, l’abnegazione, la voglia di essere migliore dell’ultima volta, la medaglietta con la prima partita disputata, custodita gelosamente, portata addosso in ogni passo che è seguito lungo una vita di successi sportivi e di grande semplicità.
Per il palmares, rimando agli almanacchi sportivi. Ricorderò che don Alfredo, posso chiamarti così?, contribuì a farmi amare il calcio. Le prime cinque coppe dei Campioni, una di seguito all’altra. La tv in bianco e nero e dovevi immaginarlo il rubio dei capelli della saeta. Un gol in ogni finale, tra gli altri. Perché il fuoriclasse c’è sempre quando deve esserci. Lui e gli altri. Tejada, Del Sol, Di Stefano, Puskas e Gento. E ricordo Santamaria, lo stopper delle meraviglie. Don Alfredo ha giocato con tre Nazionali diverse (Argentina, Colombia e Spagna), lo volevano ed amavano tutti.

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DI Stefano e Mourinho

 

Due volte pallone d’oro, tanti gol, otto campionati vinti. E una guerra civile tra Barcellona – che aveva il cartellino del giocatore – e Real sventata dal Caudillo in persona. Fu Francisco Franco a decidere che don Alfredo dovesse giocare nel Real del quale era tifoso. Dopo una serie infinita di mosse e contromosse, la federazione decise che Di Stefano dovesse giocare un anno nel Barcellona e l’altro nel Real, per quattro anni, finché non prevalse l’orgoglio catalano del Barcellona che rinunciò definitivamente all’acquisto della saeta rubia dai Millonarios di Bogotà. Era il 1953.

Di-stefano

 

Allora di Di Stefano si diceva: dove gioca? Ovunque, perché lui è dovunque. Il Barcellona aveva già Kubala, se avesse tenuto duro e avesse preso anche Di Stefano, sarebbero cambiati i rapporti di forze del calcio spagnolo.
Un’ultima considerazione, pensando alle meravigliate esclamazioni dei cronisti di oggi per giocate più che normali. Non avete visto don Alfredo, vero? Rispondo io, alla napoletana: e che vi siete perso!
Ti sia lieve la terra, saeta rubia. E grazie ancora per quell’hombre vertical.

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