Marco Catizone

Marco Catizone

Avvocato, scrittore satirico e giornalista pubblicista. Scrive di politica, teatro e cultura su blog, siti e riviste on line.

E’ tornato il Marchese del Grillo

 “Ah… me dispiace, ma io so’ io… e voi non siete un cazzo!”
(Marchese Del Grillo a dei popolani arrestati, citazione di “Li soprani der monno vecchio” di Giuseppe Gioacchino Belli)

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 “Roma è tutta un vespasiano”. Come vetusto Sordi, Marchese Grillesco. Oppure novello anfitrione di Sorrentiniana nemesi da Oscar, e quanti i balocchi decadenti sulla scena, sul proscenio, ad inseguire refoli di venti a ritroso, quando la Bellezza era Grande, e senza tema d’apparir retorica; ma la decadenza, si sa, in Italia più che tragica è grottesca: e allora avanti col Comico, sissignore!
Massi sulla scesa, come prole, spacciata al novello Cronos, fiero pasto-ne mediale, per il Grillo Grande Twittatore, passando per i gorghi del Casaleggio come fosse Timoniere, guizzando come otaria in quel di Scilla speculum di Cariddi: grande è la confusione sotto i Renzi, con partitocrazia alla deriva ricompattatasi ex novo, in cerca di refugium certo per trombati e trombatori impenitenti, e cosa accadrà dopo la fine dei Maya, di più del Maiale di Ardcore, nel prossimo venturo medioevo italico 2.0, declinato verso altro ventennio stavolta in salsa para-democratic? Bruciante lo scatto, il capo dà di matto, ardente e scaltro, col militante five stars che si fa sempre lu mazzo: i territori son rade e lande da conquista, Movimento in resta, e non ci resta che ridere, ché di Comico appunto parliamo, o piangere, che di strali para-bellici trattiamo: quali le regole, ove posa la corona, sua Maestà Democrazia?
Di certo, non sul Capo, tricoricciuto del marchese grillesco a nido di hirundo rustica, al più è duello rusticano, tra dissidenti, discernenti, discepoli e jedi, guru e mentore: e la mentula, dove la mettiamo, che di scrotar l’orizzonte mai siam sazi? Fosche nubi a presagio, con diaspora da bar, ieratico scazzo da blog, vulcano eruttò sententia: ” E su, da bravi fuori dalle balle!”, disse illo tempore il Grillo, come bulla fulminante, scarlatto marchio, di meglio logo, con le cinque stellette precluse a chi alla tempia del guru puntò il fuoco sacro dei rovelli: Voltaire è fuori gioco, fuori onda, oscurato a giorno, col Genovese pronto al pesto, pur di non rovinare il giocattolo a pochi giorni dall’elezioni europee; e dunque via all’Epuration Day, con vaffanculo ad personam al dissidente-deputato-senatore di turno.
E se un tempo toccò a Tavolazzi, Salsi e Favia mangiarsi il fegato e senza contorno, ora è il turno di Orelliana et company, subire gli strali di vendetta, come slogan e refrain a ritornello: “Non venite a rompermi i coglioni (a me!) sulla democrazia. Abbiamo una battaglia, abbiamo una guerra da qui alle elezioni. Finché la guerra me la fanno i giornali, le televisioni, i nemici quelli veri va bene, ma guerre dentro non ne voglio più”. Questo il conto di massima di ciò che il Guitto Mediale disse, tuonò e volle fortissimamente volle. Ergo, verde e genovese, pronto al pestello, sbatacchiando i bastian contrari, sbarrando la sua fortezza fin dai bastioni: un ligure pesto e “via! fuori, e andate a scocciare qualcun altro, che qui si va à la guerre comme à la guerre!”; sebbene lo scudo non sia crociato, la ma la crociata è già partita, sicuri d’incornare la partitocrazia smerdata sull’uscio, incrociandone il passo in quel di Montecitorio, come fosse un Montecristo, pronto alla pugna, con “V” di Vendetta e Vaffanculo. Cosa buona e giusta , eppur non basta barba a vestire il filosofo, ed il Grillo rischia di perdere la cappa per un sol punto: “porta patens esto nulli claudatur onesto “, e basta segnare il “.com” nel verso in-giusto per cambiar seme e segno a destino e parole. Si spera che il passo sia segnato, e non sia marziale, che di guerre in testa già troppe qui ne abbiamo. Ma di regole, e democrazia reale, e di rispetto, di ciò siam ancora bisognevoli, et a iosa. Chè se il Marchese addiventa del Grullo, forse saran pochi i voti a segnare la sua scheda, al massimo una croce; da metter sopra, e definitiva, senza titubanza o tema alcuna di beccarsi l’ultimo, definitivo e sonoro, “vaffanculo”.

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