di Marco Catizone
Le ombre dei padri e le carriere politiche. Le strategie del consenso e il risultato delle elezioni all’Università. Chiacchiere e chiacchierati
Democrazia furente, di prosaica lamentazione civica, di leaderismo bolso e sciatto, di associazionismo partitico a delinquere, di ronzini e renziani, berlusconidi morenti ed alfaniani in discesa, chimere e aspirazioni da viveurs: in definitiva il solito vecchio rum annacquato a brodaglia, alla ricerca della miscela giusta, nell’italietta da pantomima e bordello. E se i padri banchettano sulle spoglie mortali d’un Paese in declino, ombre mannare a spolpare ossa e rimasugli d’uno Stato in decomposizione, vogliamo forse lasciar soli nel botro la loro fiera semenza? Nossignore!
Avanti allor, fiato alle trombe di falloppio, standig ovulation, che il seme non si disperde, la genetica non è opinione, e a sgravar ci pensa la madre con la mano (e non solo) del pater; del resto, “considerate la vostra semenza; fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir politica e conoscenze”, e dunque non disperdete l’impronta primigena, di più primate, ma seguitate nella darwiniana lotta per originar la vostra specie, spandendo il consenso come fosse acquasanta in aspersorio.
Se i senior litigano a colpi d’ascia ed alabarda, recidendo il capo in rivoli a gorgone, pietrificando il Cavaliere disarcionato e bolso, anche ‘e piccerille si sfrantummano all’unisono, per un trono di spade da fendere a comando, et in primis nella fibrillante universitas federiciana; la diaspora dei malamenti cosentiniani dai forzisti campani, o quelche ne resta (Paolo Russo, Mara Carfagna e Luigi Cesaro) con la genesi di “Forza Campania”, trova speculum preciso e netto in ateneo partenopeo e parte napoletano: Giuseppe Fontana e Tommaso Pellegrino vanno alle elezioni d’ateneo forti di scissione, col gruppo “L’aria che tira” (e tiratelo ‘sto sciacquone!), da separati in “ Casa della Libertà” provvisoria, scindendosi come particella di sodio in acqua effervescente, smadonnando contro gli “Studenti per le libertà”, gruppo di Armando Cesaro (figlio di cotal Luigi, detto ‘a Purpetta) finendo per sfasciare il fortino paterno nell’ateneo di legge federiciano, ammainando bandiera e consegnando le chiavi(che) del regno alla corrente destrorsa audacemente avversa: che si cedano le armi, Armando!
Nessuna disfida all’ombra del cesarismo sfumante, l’Armando furioso non corse per il trono, l’onore dei famigli fu calpesto e deriso: non c’è stata storia alle elezioni studentesche, maggioranza bulgara per i cosentiniani d’ateneo, Consiglio d’amministrazione e Senato Accademico approntano il desco per i figliocci di Nicola ‘o Mericano: oltre 11mila preferenze per gli epigoni del pluri-indagato ed imputato Cosentino (di cui ampiamente dicemmo) contro le quasi 2mila della lista “Vivi Unina”, composta Unione degli Universitari (vicina alla Cgil) e Run, (rete Universitaria Nazionale, de sinistra ) costola dei Giovani Democratici piddini, sovente come i Padri trombati e scontenti.
Un vero peccato per il Cesaro junior, ca va sans dire, e basti ripercorrere a ritroso l’excursus honorum dell’avo paterno, un tempo sodale e fraterno amico di Nick ‘o Mericano: negli anni passati il duo alla fratelli Al-Capone scala i vertici di Forza Italia, grazie ad un mecenatismo in olezzo di camurria e menestrellismo in odor di caseo e muzzarella (Cesaro non manca di sottolineare come diuturnamente inondi le stanze di Palazzo Grazioli con trecce, code e zizzone d’Aversa e Battipaglia per Silvito Goebbels da Hardcore, ghiotto di zizza, e non sol di luteo lacte).
Nel 2009, un dì afoso di giugno, il 58,3 per cento di preferenze, 809.621 voti, è tutto per lo Sterminator di congiuntivi nella lotta per le Provinciali; il gaffeur tracagnotto e paonazzo (carica i microfoni sotto al suo grugno in mediatico eloquio, falciando e scalciando lessico ed accenti, senza tema alcuna), genius loci d’un berlusconismo provincialotto e in odor di zuppa del Casal di Principe, sbaraglia i concorrenti e senza congiuntivo che tenga: un bel colpo per uno che a metade anni Ottanta si becca ferale condanna in primo grado, cassata in Cassazione (presidente di sezione all’epoca l’ ammazzasentenze, il festoso Carnevale Corrado), per presunte collusioni, nonché diretto favoreggiamento, verso la Nco de ‘O Prufessore, il Don Raffaè di deandreana memoria; da assessore al bilancio nel suo feudo di Sant’Antimo riesce indi a fuggir, latitando, ad un blitz della Procura partenopea per truffe ai danni dello Stato e reatucoli annessi; uno spettacolo d’uomo, e nessuno che ci faccia pagare dazio o biglietto!
In in una informativa dei carramba si legge difatti: “Cesaro Luigi, nato a Sant’Antimo, avvocato non praticante, (…) risulta di cattiva condotta morale e civile (…) in pubblico gode di scarsa stima e considerazione. È solito associarsi a pregiudicati di spicco della malavita organizzata operante a Sant’Antimo e dintorni”. Curriculum perfetto, avrà pensato ‘o Mericano Nick, e via di candida candidatura per la tornata provinciale dello ’09, risultato lasso (e) vincente; salda l’amicizia, saldo il consesso ed il legame, al voto non si comanda, o forse sì, e le salme sinistrorse finiscono in gloria: il duo mannaro regge le fila forzaitaliote fino a pochi mesi orsono, quando scandali e scandaletti giudiziari travolgono i due compari; Cosentino per le note zuppe del Casalese, Cesaro idem con patate, e nel 2011 un’apposita deroga firmata Angelino Jolie Alfano spalanca pe porte della Camera per ‘a Pupetta, mentre si spalancano quelle di Poggioreale per ‘o Mericano, come si dice? “Arcore, nun si comanda”.
“I padri non sanno nulla dei loro figli. Né i figli dei loro padri”, diceva qualcuno, e giammai che le colpe dei padri ricadan sui figli, il precetto biblico sia di conto e giusta guida; non vorremmo che le colpe degli avi diventassero pietre da scagliar in viso a maddalene imberbi e senza macchia, se non quella d’esser figli di cotali padri, di seme e spirito, plasmati all’abbisogna per futuro in pompa magna-magna, summa cum laude e 110 e lode, con bacio accademico finale, come fece il corleonese Riina col belfaor gobbuto, in arte Divin Giulio, al secolo Andreotti.










