Cavallino rampante
Napoli sconcertante

di Franco Meda

Era il simbolo della città. Di una Napoli capitale. Ora il cavallino nero rampante (della Ferrari) è  il marchio più “powerful”, ossia influente al mondo. A stabilirlo è il rapporto annuale di Brand Finance, azienda esperta nel valutare il peso dei loghi.

Nella speciale graduatoria, il cavallino rampante supera colossi mondiali come Google, Coca Cola, PwC, Apple ed Hermes. Eppure Napoli l’ha rinnegato, dimenticato, accantonato. Senza una ragione. Oggi è sulla vetta del mondo.

Ci sono storie che superano le favole. Ci sono storie che diventano delle favole. Questa del cavallo Neapolitano è certamente una di queste. Senza alcun dubbio. Basta leggere “La fabuleuse aventure du cheval napolitain”, scritta da Maria Franchini, napoletana di Parigi per la casa editrice francese Zulma. O, meglio ancora, “La favola del cavallo” scritta da Maria Orsini Natale, l’autrice di “Francesca e Nunziata”, con Sabatino Scia, un racconto che dà voce a tutto ciò che è vivo, dove, soprattutto, parlano i miti, i riti e le leggende di una città impregnata di sacro e di magico. “Saltare nel chiuso della favola, portare il cavallo nel mondo reale, ricreare la vita, smuovere spazi segreti, imporre alle cose di non essere più quelle che sono ma nel divenire farsi ciò che noi vogliamo che siano, era impresa da spaventare …”

neap3In questo viaggio si snoda la storia di Neapolitano, il cavallo che diventa simbolo di Napoli, della sua superba bellezza, perennemente imbizzarrita e imbrigliata, incompresa e fraintesa, una gloria dimenticata, l’ennesima eccellenza perduta che solo il caparbio amore per una terra ha restituito alla vita. Un inno all’amore, alla forza di volontà ed alla caparbietà.  Ma andiamo per ordine, prima di tutto che cos’è il cavallo neapolitano, quello che Giovan Battista Caracciolo descrisse di superba bellezza, capace di seguire la musica e danzare spontaneamente e nello stesso tempo di essere il migliore anche sul fronte della guerra, quello che “al camminare, al passeggio, al trottare, al galoppare, all’armeggiare, al volteggiare e al cacciare hanno eccellenza e sono di buona taglia e di molta bellezza e di gran lena, di molta forza, di mirabile leggerezza di testa e piacevoli di bocca con ubbidienza incredibile della briglia e finalmente così docili e così destri che maneggiati da un buon cavaliere si muovono e quasi ballano.”

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Del resto che a Napoli ci fossero i migliori stalloni d’Europa del tempo lo scrisse anche Boccaccio, che nel Decamerone ha raccontato le disavventure del mercante di cavalli Andreuccio da Perugia venuto nella capitale del Regno proprio perché rinomata per i suoi allevamenti equini. Altezza minima al garrese un metro e mezzo, altero, testa e spalla marcati, collo arcuato, un omero forte e pronunciato che permette slanci in avanti. Baio scuro, ma per capirci meglio, nero. Lucente, magico: bellissimo.

113229470-bbe7dd39-c10c-4f6d-af9e-e269657ed63aPrendete il cavallino rampante della Ferrari, o quello della Ducati.  Praticamente è il cavallo Neapolitano. Simbologie “scippate dal tempo”. Il cavallo rampante attualmente è nello stemma della Provincia di Napoli. Ma tra poco scomparirà insieme alla Provincia… Bisogna sapere che la nostra terra ha sempre avuto un legame forte con i cavalli, qualcosa di più di una semplice passione. La pianura che si estendeva dal Volturno al Sarno, attualmente parte del territorio delle province di Caserta e Napoli, è sempre stata, per le sue caratteristiche climatiche e geo-pedologiche, un’area ideale per l’ippicoltura. Infatti già gli Etruschi scelsero quest’area per impiantare i loro allevamenti di cavalli, a ridosso degli insediamenti greci della costa flegrea, nell’area capuana.

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Lo stemma della Provincia

Successivamente anche i Romani scelsero quei prati per allevare i migliori esemplari per la corte imperiale. L’avvento della Repubblica marinara di Amalfi consentì importazioni di cavalli turchi che insieme ai cavalli campani furono la base per la nascita del cavallo neapolitano, apprezzato prima come popolazione indigena e poi come razza, la migliore di tutte come scrisse ad inizio ‘700 nel suo “Pietra paragone de’ cavalieri “ Giuseppe d’Alessandro duca di Pescolanciano.  Il meglio del meglio in poche parole.

Fin dall’epoca bizantina da noi si cavalcava non solo per utilità ma anche per la ricerca e il culto del bello E Napoli cavalcò questa eccellenza facendo dell’equitazione una forma d’arte: nacquero così nel XVI secolo i balletti equestri (ogni grande festa religiosa o evento, offriva un buon pretesto per allestirne) sfarzosi e spettacolari spettacoli che richiedevano l’opera di un gran numero di maestranze specializzate, di compositori e coreografi.

titolo_grisone_0Federico Grisone, scrittore e maestro di equitazione napoletano. uno dei primi istruttori di dressage e di equitazione pubblicò uno dei primi trattati equestri dell’Europa moderna (dopo quello di Senofonte). Fu così che i cavallerizzi napoletani conquistarono una fama tale che tutte le corti d’Europa li volevano come istruttori.    Ma, come spesso accade da queste parti, l’eccellenza del cavallo neapolitano   andò disperdendosi, un galoppo verso la fine. Un patrimonio dissolto nel nulla. L’Unità d’Italia, fra l’altro, spazzo via anche la razza napoletana ed i suo allevamenti. E la razza fu dichiarata estinta.

E solo un secolo dopo, grazie a ricerche forsennate, cercando negli archivi, recuperando documenti storici e raffigurazioni, visitando allevamenti di mezza Europa che un secolo dopo il cavallo neapoletano è tornato alla luce grazie alla determinazione di Giuseppe Maresca, un imprenditore del caffè, della costiera sorrentina.

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Giuseppe Maresca

Da tre anni, ormai, la rinascita della razza napoletana, ottenuto il riconoscimento dal ministero dell’Agricoltura e l’iscrizione nell’apposito registro, è ufficiale. E con questa una serie di progetti dall’Accademia di Arte Equestre Napoletana al “Grand Tour del cavallo” con il restauro delle antiche cavallerizze (quella all’entrata della città è la più antica d’Europa).  Un rilancio, un ritorno all’antico. Perché per Napoli il cavallo è sempre stato qualcosa di più, il simbolo della città. Quando Napoli era divisa in “sedili” o “seggi”, ognuno dei quali aveva un suo stemma identificativo, lo, stemma del Sedile di Porta Capuana, era un cavallo d’oro mentre quello nero sfrenato rappresentava il Sedile di Nilo. Il primo era il cavallo sacro ad Apollo, simbolo di luce e il secondo incarnava la luna, le tenebre, l’aldilà. I due opposti che si completano, come il sole e la luna, il giorno e la notte, la vita e la morte. A Piazza Riario Sforza, dove ora c’è la guglia di San Gennaro, fino al Medioevo, c’era la statua di un cavallo sfrenato di bronzo che, si dice, fosse stata scolpita dal mago Virgilio.

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Lì si portavano gli animali malati ornati di ghirlande di fiori e tarallini (simbolo del grano e della fertilità) che, per guarire, dovevano girare tre volte intorno alla statua. La statua poi fu fusa perché tali riti pagani erano invisi alla chiesa. Il corpo, si dice, servì per forgiare le campane del Duomo. C’è chi racconta che quando suonano, tendendo l’orecchio si sente il nitrito del cavallo di Virgilio. La testa di epoca incerta, si trova ora nel Museo Nazionale. La copia, ai tempi dei Borbone, quando fu rimosso l’originale, si può,invece, vedere in fondo al cortile del palazzo di Diomede Carafa a Spaccanapoli.

Il cavallo rampante non era solo il simbolo della città, ma anche quello del calcio Napoli. Un simbolo abbandonato dopo la peggiore delle contestazioni, la forza dell’irrisione. L’insostenibile peso di un pernacchio. Dopo un campionato nazionale (allora si chiamava divisione siamo nella stagione 1926/27) conclusosi con diciassette sconfitte ed un pareggio (in casa col Brescia zero a zero) in diciotto partite (ben 61 gol incassati), ed un ripescaggio per evitare la retrocessione, in una delle interminabili discussione di calcio in Galleria, un tempo cuore del tifo azzurro, uno sconfortato e ben conosciuto sostenitore azzurro dell’epoca, don Raffaele Riano fece sentire con forza e veemenza il suo punto di vista. “Ma quale cavallo rampante?! Stà squadra nostra me pare ‘o ciuccio ‘e Fichella: trentatre piaghe e ‘a coda fracida”.

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Il ciuccio fa il giro di campo

Fichella, nelle leggendarie storie di Napoli, era un personaggio che badava ad un vecchio asino con la coda in pessime condizioni, tanto carico di acciacchi da essere pieno di piaghe. L’espressione ironica e rabbiosa di don Raffaele fece  scoppiare tutti in una clamorosa risata che in breve dalla Galeria si propagò in tutta la città. Il settimanale satirico “Vaco ‘e pressa” non si fece scappare la ghiotta occasione e preparò una vignetta con l’asinello incerottato con una inguardabile coda, nuovo simbolo del Napoli. Nacque così il simbolo del Napoli calcio, il ciuccio.

 

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2 pensieri su “Cavallino rampante
Napoli sconcertante

  1. Maria Perna

    fa piacere vedere che qualcuno si interessi a questa storia che sa di favola. Pensavo di essere l’unica, ma nella vita non sia sa mai. questo articolo ne è la prova

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