Obtorto Colle

di Gianpaolo Santoro

Mancano a noi le nere foreste del Nord, le nere foreste degli abeti, cui l’uragano fa torcere i rami come braccia di colossi disperati; mancano a noi le bianchezze immacolate della neve che danno la vertigine del candore; mancano le rocce aspre, brulle, dai profili duri ed energici; manca il mare livido e tempestoso. Sui nostri prati molli di rugiada non vengono gli elfi a danzare la ridda magica; non discendono dalle colline le peccatrici walkirie, innamorate degli uomini; non compaiono al limitare dei boschi le rusalke bellissime; qui non battono i panni umidi le maledette lavandaie, perfide allettatrici del viandante; il folletto imprevedibile non salta in groppa al cavaliere smarrito. Lassù una natura quasi ideale, nebulosa, malinconica, ispiratrice agli uomini di strani deliri della fantasia, quaggiù una natura reale, aperta, senza nebbie, ardente, secca, eternamente lucida, eternamente bella che fa vivere l’uomo nella gioia o nel dolore della realtà. Lassù si sogna nella vita; qui si vive in un sogno che è vita. Lassù i solitari e tristi piaceri dell’immaginazione che crea un mondo sovrasensibile, quaggiù la festa completa di un mondo creato.

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E le nostre leggende hanno un carattere profondamente umano, profondamente sensibile che fa loro superare lo spazio e il tempo. Soltanto, per ascendere ad una suprema idealità, hanno bisogno del misticismo: di quel misticismo che è la follia dell’anima, di quel misticismo che è fede, pensiero, amore, arte, attraverso tutti i secoli, in ogni paese; di quel misticismo che è il massimo punto divino a cui può giungere un’esistenza eccessivamente umana. Ma a questo dramma, a questa vittoria cruenta dello spirito sul corpo, vien dietro un altro dramma, più umano, più potente, dove il pensiero e il sentimento non vincono la vita, ma vi si compenetrano e vi si fondono; dove l’uomo non uccide una parte di sé per la esaltazione dell’altra, ma dove tutto è esistenza, tutto è esaltazione, tutto è trionfo: dove esplode il dramma dell’amore.

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Eh già. Aveva ragione Matilde Serao, Il dramma di Napoli è l’amore. Di quel sentimento sconfinato che i napoletani continuano a professare come e più di una religione per la loro città, senza riuscire mai, ma davvero mai, a trasformarlo però in sviluppo, crescita, futuro. Un sentimento ai confini dell’autolesionismo, se non proprio un alibi. Siamo la città più invivibile del Paese, ogni anno ci vengono sbattute in faccia classifiche e graduatorie, statistiche e fallimenti. Una città che stata capace di anticipare il futuro oggi è, ormai, incapace di costruire anche una semplice speranza.
Disperdiamo le nostre energie fra Nutella, nuove Piedigrotte e feste di piazza, sbandieriamo il nostro orgoglio da stadio, celando le vergogne, mettendo una maglia anche al sangue che scorre. E la città muore. Isolati sussulti certificano un’eutanasia sileziosa. Una città disgraziata, come diceva Salvatore Di Giacomo, sempre in mano a gente senza ingegno, senza cuore e senza iniziativa.
E, naturalmente, sul banco degli accusati troviamo la nostra classe politica, inconsistente e incapace che da destra a sinistra, non ha saputo mai tirare fuori la città dalle sabbie mobili dell’arretratezza e del sottosviluppo. Ferite endemiche mai realmente affrontate.
E qui esplode la contraddizione eclatante che, poi, finisce con l’essere la parabola della città. E qui viene fuori il destino dei napoletani, capaci di cavare l’arte dal sole, ma condannati, a vivere nel buio.

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Enrico De Nicola firma la costituzione

Ma siamo davvero certi che il nostro problema sia stato la mancanza di uomini guida? L’Italia democratica ha eletto dodici Presidenti della Repubblica. E per ben 4 volte è stato eletto un napoletano. Roma, Milano, Firenze, Bologna, Palermo capitali politiche, culturali, economiche e storiche del Paese non hanno mai dato i natali ad un solo Presidente. A Napoli invece, accade mediamente una volta su tre: ogni quindici anni gli italiani individuano un napoletano per il gradino più alto, quello del Colle. E viviamo ora con Napolitano un mandato lungo 14 anni sotto il segno del Vesuvio. Caso, combinazione, coincidenze? Non si può liquidare superficialmente il discorso che fa di Napoli la città dei Presidenti. Tenendo anche conto del fatto che, Napoli a parte, soltanto Torino (con Giuseppe Saragat) fra i capoluoghi di Regione, ha dato vita ad un uomo del Colle.

Enrico De Nicola, Giovanni Leone, Giorgio Napolitano, i tre presidenti (per quattro elezioni, Napolitano è stato eletto due volte). Un presidente liberale, di area centro destra, un presidente di centro, democristiano, e un presidente di sinistra, comunista. Tre napoletani, tre storie, tre culture e tre ideologie profondamente diverse, a testimonianza che l’anima della città, nonostante le dominazioni e contaminazioni di greci, romani, bizantini, normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli e francesi, è rimasta libera e volubile, imprevedibile e disincantata. Napoletana, in poche parole.

Il Presidente della Repubblica Giovanni Leone con Mohamed Reza Pahlevi, Scià di Persia, con la presenza delle relative consorti

Giovanni Leone con Reza Pahlevi, Scià di Persia,

C’è chi dice che l’identità napoletana stratificatasi con forza nei secoli, irrobustita da una grande tradizione culturale, puntellata da una lingua ricchissima, da una copiosa letteratura e da un’eccezionale risorsa di straordinarie melodie e canzoni, capace di reggere alle contaminazioni più disparate nel tempo si sia sfaldata nell’urto con la modernità. Probabilmente è vero.
Quello che di certo aleggia evidente è un paradosso, una sorta di suicidio collettivo. Come è possibile che la metropoli più difficile, quella sicuramente più sofferente e meno vivibile del Paese, quasi sempre, decisamente, mal governata, sia riuscita a formare una classe di politici destinati allo scranno più alto, prestigioso ed importante della Repubblica per guidare il Paese in momenti delicati e complicati, come quelli del dopoguerra e della ricostruzione (una guerra persa con tutto quello che significava) e questi giorni del terzo millennio soffocati dalla più grande crisi economica dell’era moderna, come è possibile, dicevamo, che nel frattempo non ci sia stato nessun napoletano, Presidenti compresi, obtorto Colle, che sia stato in grado di tirare su le sorti della sua città, soffocata da mali endemici quali la disoccupazione, il sottosviluppo e la malavita organizzata, di strappare,cioè, Napoli da una eutanasia straziante e struggente?

Obama e Napolitano

Obama e Napolitano

Capaci di guidare l’Italia ma incapaci di salvare la propria città? Napoli così come ti da la vita te la toglie. “Per chi ha un po’ d’onore e di sangue nelle vene – scrisse Carlo Filangieri, principe di Satriano e primo ministro del Regno delle due Sicilie- nascere napoletano è una gran calamità”. Già…

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