di Gianpaolo Santoro
La Fiat è americana, l’Alitalia degli emirati arabi uniti. La birra Peroni sudafricana, Galbani francese. La Bianchi, quella della biciclette di Girardengo, Coppi e Gimondi svedese, la Ducati e la Lamborghini tedesche. Gancia è sovietica, Cinzano americana. Krizia cinese, Fendi, Gucci e Pomellato francesi. Valentino è della famiglia araba reale del Qatar.
Sergio Tacchini è diventata cinese, Ferrè francese, Fila sudcoreana così come Mandarina Duck e Coccinelle. Safilo è olandese, Miss Sixty-Energie e Lumberjack singaporiane.
Ar Alimentari Spa, primo produttore italiano di pomodori pelati è giapponese. Buitoni, Perugina, Motta, l’Antica Gelateria del Corso e pure la Valle degli Orti sono svizzere. Algida è olandese, gli oli Carapelli, Bertolli e Sasso spagnoli. I cioccolatini Pernigotti sono turchi, Caffarel svizzera. Le confetture Santa Rosa e il riso Flora anglo-olandesi, Invernizzi francese. Star, quella “del doppio brodo Star” (e i marchi Pummarò, Sogni d’oro, GranRagù Star, Orzo Bimbo, Risochef, Mellin) spagnola, Italpizza inglese.
Simmenthal e il Gruppo Fini, (quello dei salumi e della pasta ripiena) americani. Antica Gelateria del Corso, il Gruppo Dolciario Italiano, Sanpellegrino e le acqua minerali e bibite analcoliche, Levissima, Panna, Recoaro, Pejo, San Bernardo, la Claudia sono svizzere. Stock, quelli che “se la tua squadra del cuore ha vinto brinda con Stock 84, se la squadra del cuore ha perso consolati con Stock 84”, americana. Zanussi svedese, Indesit, proprio da questi giorni, americana. I supermercati Gs francesi, la Rinascente thailandese. Bnl e Cariparma francesi, l’assicurazione Ras tedesca.
La Roma è americana, l’Inter indonesiana. E quando ho visto il club nerazzurro passare dalla famiglia Moratti alla famiglia Thohir, ho avuto la percezione esatta che il made in Italy, ormai, è solo una suggestione. Niente è quello che appare. Siamo un paese di aziende travestite da italiani.
Outlet Italia. E’ tutto in vendita. E molta parte delle aziende più appetibili sono già andate via. Comprate, alcune svendute, altre quasi “regalate”. Sono le regole del mercato, la globalizzazione. Ma, soprattutto, le conseguenze di un Paese che affoga nelle tasse, nella burocrazia, nella mancanza della certezza del diritto.
E le aziende schiacciate dalla congiuntura economica negativa, dalla mancanza di aiuti e di tutele e dall’impossibilità di accesso al credito bancario si sono fatalmente ritrovate in un mercato “malato” all’interno del quale la vendita finisce con l’essere l’unica strada realmente percorribile. E la conseguenza è chiara: le aziende finiscono col doversi piegare ad una vendita “sottocosto” rispetto al loro valore reale. Ed anche un’altra cosa appare chiara: nulla viene concretamente fatto per contrastare e sovvertire lo stato delle cose. Siamo avvolti misticamente nell’ineluttabilità.
Il risultato è che la svendita della nostra rete produttiva ci impoverisce sia dal lato economico – poiché siamo costretti giocoforza a vendere a un prezzo inferiore rispetto a quello reale – sia per la perdita di asset immateriali, a volte di difficile quantificazione economica, perché vengono meno la tradizione, l’esperienza e la storia insita in ciascuna delle aziende di cui ci priviamo.
L’Italia è un Paese il cui appeal è frutto in gran parte delle suggestioni della sua storia, della sua arte, della sua cultura e del fascino delle sue terre. Il sigillo d’origine che contraddistingue un prodotto italiano è molto di più della semplice indicazione geografica. Un vestito di Armani, un Brunello di Montalcino, una macchina disegnata da Pininfarina, giusto per nominare tre eccellenze a caso, hanno un forte senso evocativo, una marcata qualità ed una grande valenza estetica. Non è difficile capire che il depauperamento di questo tessuto produttivo (che vuol dire anche fuga di cervelli e di creatività) è un colpo mortale.
La svendita dal made in Italy riguarda tutti i comparti economici, non esiste settore che non sia stato toccato dalle mani delle ricche holding straniere. Negli ultimi 4 anni sono stati comprati quasi 500 marchi italiani. I gruppi stranieri hanno speso circa 55 miliardi di euro per portarli a casa, ma sono soldi che non hanno portato un valore aggiunto, anzi. Spesso è stato pagato un alto prezzo occupazionale.
Ed appare evidente che l’opportunità di crescita delle esportazioni viene ridotta al minimo dall’esternalizzazione della proprietà e, molto spesso, anche della produzione. Certo, fortunatamente, ci sono ancora aziende italiane che riescono a crescere, ad espandersi, a conquistare nuove fette di mercato. Ma il saldo è terribilmente negativo. Se Barilla compra la francese Harry’s o la svedese Wasa o se Luxottica compra l’americana Ray Ban, almeno sei importanti marchi italiani nel contempo vengono acquisiti da holding straniere. Il rapporto è di una azienda a tre, a voler essere positivi. Ed è così queste aziende riescono ad andare avanti, che il made in Italy continua a vivere. Ma è un made in Italy che non parla italiano.












