Una donna al Quirinale
Bianca Scheda

di Gianpaolo Santoro

Una donna al Quirinale. Renzi, si sa, ama apparire come l’uomo del cambiamento e della rottamazione. E, si sa anche questo, per lui il colore della politica è rosa. Ha affidato il delicatissimo ministero per le Riforme Costituzionali ( l’architrave che regge il Patto del Nazareno) a Maria Elena Boschi, la Penelope del Parlamento. E si è giocato un bel po’ di credibilità per imporre Federica Mogherini alla guida de delicatissimo ministero degli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione, proprio ai tempi in cui l’Europa è ferita morte dalla jihad, dalla guerra santa.

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Una donna sulla poltrona più alta, come la cancelliera Angela Merkel per la Germania, come Dilma Rousseff, presidente del Brasile, come Christina Kirchner che guida l’Argentina o come il premio nobel Ellen Johnson Sirleaf presidentessa della Liberia. Beh si, questa si, sarebbe una svolta.

Nella politica italiana le donne al massimo sono arrivate a ricoprire la terza carica dello Stato, la presidenze della Camera. La prima fu Nilde Iotti, che tenne l’incarico per un periodo che rappresenta tuttora un record, ben tre legislature (dal 1979 al 1992). La seconda fu la leghista Irene Pivetti, che vanta ad oggi il record di presidente più giovane di tutti i tempi. Nel 1994, quando il primo governo Berlusconi la scelse per la guida di Montecitorio, aveva appena 31 anni. Ed infine Laura Boldrini, l’attuale presidente della Camera.

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Nilde Jotti e Tina Anselmi

E sino alla metà degli anni settanta neanche erano mai entrate in governo. Fu Andreotti, nella sua terza esperienza da presidente del consiglio a chiamare al Lavoro Tina Anselmi, ex staffetta partigiana, la donna che successivamente diventata ministro della Sanità fu tra le maggiori fautrici Servizio sanitario nazionale, tuttora considerato fra i migliori dall’Organizzazione mondiale della Sanità.

Anna Finocchiaro e Melchiorre Fidelbo

Anna Finocchiaro e Melchiorre Fidelbo

Una donna al Quirinale, quindi. Il primo nome che salta all’occhio è Anna Finocchiaro, già ministro del governo Prodi e attualmente capogruppo del Pd al Senato. La lady di ferro della politica italiana, diventata poi lady Ikea dopo le famose foto della scorta che spingeva i carrelli della spesa ha però un problema, e non di certo di poco conto, suo marito.  Mettendo da parte il suo celebre giro all’Ikea con tanto di scorta al seguito, c’è un altro punto su cui la lady di ferro del Pd è debole: suo marito Melchiorre Fildelbo, un imprenditore che lavora in Sicilia feudo politico di sua moglie. Fidelbo è stato rinviato a giudizio per truffa aggravata e abuso d’ufficio. L’inchiesta riguarda la procedura amministrativa che avrebbe portato  all’affidamento senza gara dell’appalto per l’informatizzazione del Presidio territoriale di assistenza (Pta) di Giarre. Al momento una brutta storia.

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Paola Severini

Ed allora ci sarebbe Paola Severino, napoletana, giurista, ministro della Giustizia del governo Monti, a suo nome la legge-terremoto sull’incandidabilità e il divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo come conseguenza a sentenze definitive di condanna ( i casi Berlusconi, De Magistris, De Luca, per citare il più famoso ed i più recenti) di cui tanto si è discusso e si continua a discutere. Ma si vuole, pare, un Presidente politico, non tecnico.

Laura Boldrini

Laura Boldrini

Ed allora ci sarebbe Laura Boldrini, che dopo anni in cui si è occupata di Rifugiati (portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, responsabile dell’ufficio stampa italiano, capo redattore della rivista trimestrale “Rifugiati”) si è rifugiata a Montecitorio, troppo spesso dimenticando il delicato ruolo che ricopre. La sua elezione alla Camera, fu una sorta di Lotteria. Non si possono vincere due lotterie in due anni.

Quirinale: Bonino, una donna al Colle, forse ci siamo

Emma Bonino

Ed infine c’è poi Emma Bonino, la piccola grande radicale protagonista di mille battaglie che in tanti, troppi hanno cinicamente cassato dai quirinabili quando la Bonino ha raccontato pubblicamente della sua malattia (tumore) e dell’impegno che questa (a cominciare dai cicli di chemioterapia) richiede. “L’italia è un paese assurdo da molti punti di vista, da oltre vent’anni prevale il pregiudizio  che per fare politica (e anche altro) bisogna essere giovani e sani. Ma io non sono handicappata” ha amaramente commentato a Radio Radicale la Bonino, mettendo impietosamente a nudo ancora una volta la società italiana.

Una donna al Quirinale? Il progetto del rottamatore è andato mano mano sfumando, sacrificando il sogno sull’altare di equilibri interni ed esterni, il prezzo della mediazione. E nonostante l’ultimo lungo incontro a Palazzo Chigi con Berlusconi sia andato male (fallito l’accordo sul nome di Mattarella proposto da Renzi) sembra che l’ipotesi di una donna al Colle sia accantonata, difficile, se non proprio sfumata, a meno che…

Francesco Cossiga

Francesco Cossiga

Era il 1992, anno bisestile, ma quello fu veramente un anno speciale. Dopo aver esaurito tutte le riserve della Banca d’Italia, in un’ostinata difesa di un’insostenibile parità monetaria, la lira ebbe un vero tracollo. Il marco tedesco, sempre lui, passò da 750 a quasi 1300 lire in cento giorni, una waterloo per la vecchia lira, con una svalutazione del 40 per cento. Ma a quei tempo non sapevamo che cosa fosse lo spread.  Il presidente della Repubblica picconatore Francesco Cossiga che seguivamo da vicino a quei tempi, lo sciamano con la K, decise di assestare l’ultimo colpo a sorpresa, il 25 aprile, non a caso il giorno della liberazione. Con un lungo messaggio televisivo, annunciò le sue dimissioni con sei mesi d’anticipo.

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Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti

Fu tormentata e tragica quella primavera del ’92. Si mischiarono quirinale e sangue, voti e minacce. Era da poco calato il sipario sul maxi processo a Cosa Nostra: una sentenza delle sezioni unite della Cassazione condannava un esercito di 360 mafiosi (19 ergastoli) con pene da espiare in carceri di massima sicurezza e con relativo sequestro delle ricchezze accumulate. I candidati al Colle erano Forlani ed Andreotti e come sempre, era lotta all’ultimo sangue. Carlo Donat Cattin (il partigiano bianco, l’ex sindacalista capo della corrente Forze nuove) diceva che esistono solo tre modi per chiudere la strada al Quirinale. “Il pugnale, il veleno e i franchi tiratori”. Eppure in quella primavera romana del 1992 accusarono gli andreottiani. “Per Salvo Lima è stata fatta un’eccezione: venne usata una pistola mitraglietta. Una esecuzione per far fuori Andreotti”. Era questo il clima.

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“Scheda bianca”, “scheda bianca”, “ scheda bianca” lo spoglio era una litania. Il giornale radio scovò una anziana contadina della campagna emiliana, la signora Bianca Scheda, 72 anni, che nulla sapeva di politica. “Ma ha capito signora che la stanno votando alla Presidenza della Repubblica?  “Mo sorbole, mo cosa mi dice…” rise di gusto donna Bianca. “Ho sempre fatto la contadina, ma se diventassi veramente presidente della Repubblica due o tre cosine avrei anch’io da dirle a quei signori della politica”. In pratica una grottesca situazione riproposta recentemente dal film “Benvenuto Presidente” dove tal Peppino Garibaldi  è eletto per omonimia presidente della Repubblica…

Ma tornado alla triste realtà quelle drammatiche elezioni di ventitré anni fa vennero decise sull’autostrada Punta Raisi-Palermo: quello che non riuscirono a fare mille grandi elettori riuscirono a fare mille chili di tritolo sintetizzò Montanelli. A Capaci, una tremenda esplosione: morirono Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, gli agenti Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo. Si salvò l’autista Giuseppe Costanza. L’agguato fece eleggere Oscar Luigi Scalfaro. Che Dio ci scansi e liberi.

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