di Gianpaolo Santoro
Il Napoli torna a Mosca per la terza volta nella sua storia. C’è già stato ai tempi di Leonid Breznev, l’uomo della burocrazia e della nomenklatura, che si circondava solo di parenti e di fedelissimi, roba che i cerchi magici dei politici di oggi, sono giochetti da asilo. Una politica che insieme ad una forte repressione di regime, finì con l’acuire la distanza tra il partito e la società civile. Ma, nonostante tutto questo, Breznev è passato alla storia per il bacio, questo vero, altro che Andreotti, in bocca al segretario del partito socialista della Germania Est Erich Honecker. Comunismi.
La seconda volta del Napoli, era la Russia di Mikhail Gorbaciov, l’uomo con la voglia in testa che si commoveva con le canzoni napoletane, l’ultimo segretario generale del Partito comunista dell’Unione sovietica, il grande propugnatore dei processi di riforma legati alla perestrojka e alla glasnost’, l’artefice della fine della guerra fredda e Nobel per la pace.
C’ero in entrambe quelle due avventure del Napoli a Mosca, più con un occhio al socialismo reale che a Savoldi e Maradona (il Napoli perse entrambe le volte: 4-1 con la Torpedo, 5-3 ai rigori con lo Spartak). Furono per me due esperienze importanti. Una grande matrioska d’emozioni.
I rubli dello zar Eravamo al bar del vecchio, austero albergo che ci ospitava, un casermone senz’anima, triste e imponente, là nella zona della Piazza Rossa, dove sorgevano le famose sette sorelle, i grattacieli monumentali, in stile neoclassico voluti da Stalin che fanno da perimetro al cuore della città e che ricordano una fortezza, tutti accomunati dalla stessa concezione stilistica: al centro si trova la torre principale, somigliante a una piramide azteca, che si innalza a gradini restringendosi verso la vetta e tutto intorno di tutto e di più.
Il Napoli a quei tempi, metteva poco il muso fuori dall’Italia e per la prima volta giocava a Mosca. Un piccolo evento. Il barman che è sempre il miglior amico dei viaggiatori solitari, dispensava consigli e notizie utili, come sempre accade in queste situazioni. Tra l’altro ci confidò dove andare a cambiare i soldi, i dollari erano un miraggio, la borsa nera era frequente e fiorente, un mercato libero ma col batticuore, ci si guardava intorno, si temeva, non a torto, di essere sotto l’occhio vigile del Komitet gosudarstvennoj bezopasnosti, si il vecchio, caro mitico Kgb.
Il posto per cambiare dollari in rubli era la fermata “Ohotnyj Rjad” della metropolitana, quella dove si scende per andare vedere la piazza rossa e il Cremlino, o per andare al Kitaj-gorod il grande quartiere di mercanti. Non bisognava fare nulla di speciale, bastava andare lì ed aspettare. Dopo poco si sarebbe avvicinato qualcuno…
La sorpresa la sera al ristorante Arlecchino, dove si mangiava italiano e si ballava russo, visto che annesso c’era un bar aperto tutta la notte che alternava Casatchok e rudimentali strip-tease.
Al momento del conto, mi accorsi che i miei rubli sembravano i soldi del Monopoli rispetto a quelli di Guido Prestisimone, il più breriano dei giornalisti napoletani, corrispondente del Giorno, mezzo sigaro perennemente fra le labbra e sempre la battuta pronta. Un momento di sconcerto, qualcosa non quadrava. Quelli di Guido, erano quattro volti più grandi, sembravano dei lenzuoli, il doppio delle nostre diecimila lire di una volta. “Ma che ti hanno dato mi disse…” La verità è che gli avevano rifilato i rubli dello zar, fu la sentenzia del cameriere. Tutto il mondo è paese, le truffe all’ “Ohotnyj Rjad” erano all’ordine del giorno, scoprimmo dopo. Al ritorno in molte valigie c’era gelosamente nascosta una icona. Un sogno costa poco. E scugnizzi moscoviti lo regalavano a tutti. Io comprai solo una balalaika, tre corde di suggestione.
Cremlino & Colbacchi Era la prima volta che il Napoli andava a Mosca, allora si viaggiava tutti insieme giornalisti e calciatori, il capo-comitiva era Luis Vinicio, un sergente di ferro, ma col sorriso sulle labbra. La stella era Savoldi, mister miliardo, l’anima un biondino timido e silenzioso di nome Boccolini, di diritto nella storia della Napoli che rotola appresso ad un pallone, un suo gol su punizione alla Lazio Olimpico scatenò d’incanto quel “Oj vita oj vita mia”, divenuto il leitmotiv di chi ha il cuore azzurro.
Era un autunno dolce, ma l’arrivo della comitiva azzurra, assomigliava molto a quello di Totò e Peppino a Milano, i colbacchi si sprecavano. Quell’anno, il 1975, Andrej Dmitrievič Sakharov vinse il premio Nobel per la Pace, ma non potette ritirarlo. Contrario all’entrata delle truppe sovietiche in Afghanistan venne arrestato e sbattuto in galera, veniva represso così il dissenso nei venti lunghi anni dell’era Breznev.
Mosca era fascinosa, seducente, un altro mondo. Totalmente, un altro mondo. Al di là dell’informazione di regime, la città dei nuovo zar era quella raccontata clandestinamente da Venedikt Erofeev, un genio che si realizzava solo bevendo e scrivendo, a metà strada fra Bukowski e Joyce, il più eversivo scrittore del tempo, raccontava i bassifondi del socialismo reale, di quella società sovietica non redenta dalla rivoluzione marxista. Editò in samizdat (cioè in proprio) il suo “Mosca e Petuskì” servendosi di carta carbone: l’autore scriveva in più copie la sua opera e la distribuiva agli amici, i quali, tra i mille rischi che possiamo immaginare, allargavano il cerchio producendo altre minute o addirittura mandando a memoria il testo. Un artigianale metodo di condivisione per nulla privo di efficacia, tanto che il samizdat contava più lettori di quell’editoria ufficiale.
Conquistò milioni di elettori, il viaggio in treno di quei centotrenta chilometri che dividono Mosca e Petuskì, divenne un monologo interiore sull’alienazione del lavoro (nel paradiso dei lavoratori al potere), il male di vivere, la solitudine e l’amore per il mondo che ci ha imposto Dio morendo in croce. “Tutti dicono: il Cremlino, il Cremlino. Con tutto quello che ne ho sentito dire, non l’ho mai visto. Quante volte ormai (mille volte), con addosso il ciclone o l’anticiclone, ubriaco o ancora non ubriaco, ho attraversato Mosca da nord a sud, da occidente a oriente, dall’inizio alla fine, da una parte all’altra e a casaccio, non l’ho mai visto neanche una volta”.
Vivere in fila Per cercare di capire qualcosa di più di Mosca, andai a trovare Piero Ostellino, allora corrispondente per il Corriere della Sera (scrisse poi neanche tre anni dopo “Vivere in Russia”, premio Campione d’Italia 1978). I giornalisti occidentali, abitavano tutti nello stesso palazzone, lì c’erano le case assegnate, non si poteva scegliere dove abitare. Un domicilio coatto, insomma.
Ed anche la traduttrice, angelo custode indispensabile per poter lavorare, non poteva essere liberamente scelta. Veniva assegnata. Al posto di una normale portineria, c’era una garitta con un militare: bisognava lasciare i documenti all’entrata, e ritirarli quando si andava via. Mancava l’aria.Parlammo di vita quotidiana, in modo semplice, così come sa fare magistralmente Ostellino. Mi colpì il fatto che più o meno una volta al mese lui ed altri stranieri per lavoro a Mosca, prendevano un aereo peri Paesi bassi, e andavano a fare la spesa, così come si va al supermercato per le provviste. Mi disse che i russi, secondo le cifre ufficiali del tempo, certamente calcolate per difetto, impiegavano nove miliardi di ore all’anno a fare la coda, qualcosa pari al lavoro di quattro milioni e mezzo di persone.
Una vita in coda. In fila per comprare il pane, la frutta, la verdura, qualsiasi cosa. Una affannosa continua ricerca. “Se davanti ad un negozio non c’è una coda, significa che in quel negozio non c’è più niente da vendere…”Sul piano dei consumi e dei servizi privati l’unione Sovietica era un Paese fortemente sottosviluppato, rispetto alla grande parte dei Paesi occidentali con analogo livello di sviluppo economico, i consumi pro capite sovietici erano un terzo di quelli americani, la metà di quelli inglesi, francesi e tedesco –occidentali, molto ad sotto di quelli italiani. Altri tempi. I grandi magazzini Gum, quelli dove potevano comprare solo gli stranieri, erano un monumento al nulla: ricordo grandi sterminate vetrine, dove c’era solo una bomboletta spray per la barba ed un rasoio. Il deserto dei tartari. Anzi del tartaro. Non si trovava un dentifricio degno di tal nome neanche a strapagandolo.
Il confine di betulle I russi hanno quaranta verbi per dire “ubriacarsi”. E capì presto perché Majakovskij diceva “meglio morire di vodka che di noia”. Ricordate la leggenda che con un paio di calze di naylon all’est potevi sedurre chiunque? Di certo la voglia d’occidente era prorompente. Molte ragazze parlavano sorprendentemente italiano, la loro scuola era il festival di Sanremo, conoscevano i testi di moltissime canzoni, e si meravigliavano molto se tu non conoscevi le parole. Io e Lino Zaccaria, un collega del Mattino, una sera ci sganciammo dalla comitiva azzurra, avevamo conosciuto vicino alla “Lobnoe mesto” (una piattaforma elevata utilizzata per manifestazioni solenni, davanti al monumento agli eroi nazionali Kuz’ma Minin e Dmitrij Pozarskij) due ragazze che si erano offerte di farci scoprire la Mosca by night, fuori dal solito circuito turistico.
Finimmo in un grande locale del centro, canzoni (le byliny, i canti della Russia contadina) e danze popolari, dove l’unica cosa che si fa è bere vodka, che tradotto sarebbe “l’acqua”, forse meglio sarebbe dire acquavite. Vodka a temperatura ambiente da versare non in bicchieri come piccoli cilindri ai quali siamo abituati, quelli da tutto un sorso e via dei cow boy del Far West, ma in piccoli calici che impediscono proprio il tutto di un fiato. E questo perché ad ogni sorso di distillato deve essere alternato un sorso d’acqua, un’altalena incontenibile. Non sfidate mai una russa a chi riesce a bere più vodka, potreste trovarvi sotto il tavolo senza neanche sapere il perché.Le ragazze russe non potevano andare negli alberghi dei turisti. La hall dell’albergo-caserma era sorvegliata da cerberi, inflessibili individui della sicurezza. Ma non è tutto un ulteriore servizio di sorveglianza c’era anche ad ogni piano: segnavano tutto, entrate ed uscite dalla camera, orario. Una prigione.
I giornalisti, poi avevano, neanche a dirlo, un’attenzione particolare. All’autista di una delle macchine messe a disposizione dall’albergo, chiesi di portarmi a fare un giro fuori da Mosca, ero curioso di vedere che cosa c’era al di fuori di quella cintura della circonvallazione che divide implacabilmente il mondo tra Mosca e la Russia. Una volta superato questo stretto nastro d’asfalto, le foreste di betulle che circondano la metropoli raffiguravano l’inizio di un altro mondo. Ma un mondo che potetti vedere poco: dopo pochi chilometri un filo spinato ed un posto della polizia militare interruppero la mia “gita”. Ci volevo un lasciapassare per addentrarsi nelle campagne popolate dagli zombi di periferia, i limiticiki, i contadini con un solo desiderio, lasciare la campagna, lasciare la Russia, e andare a vivere a Mosca.
Spari alla piazza Rossa Quindici anni, sono passati dalla prima alla seconda avventura del Napoli a Mosca. Ma era come se fosse passata una vita. Ed in effetti era così. Non c’era più il partito unico, cominciava il vento dell’indipendenza e della autonomie. Era tutto diverso. Anche nelle cose più semplici. Se volevi pagare un taxi o il conto di un ristorante con i rubli ti lasciavano a terra o non ti facevano mangiare. “Niet, dollari solo dollari”. Non esisteva altro…
Il giornale mi aveva mandato per raccontare il giorno della celebrazione della rivoluzione d’ottobre, la maestosa sfilata di truppe e cannoni dell’Armata Rossa del 7 novembre (secondo il calendario giuliano il 25 ottobre) che ricordava che poco più di settanta anni prima a Pietrogrado (San Pietroburgo) i bolscevichi capitanati da Lenin prendevano definitivamente il potere: l’ultimo atto del processo rivoluzionario che spodestò i Romanov dal trono imperiale e diede inizio alla creazione dello stato comunista. Ma quell’anno era tutto diverso, non doveva essere una celebrazione come le altre. I radicali di Eltsin avevano chiesto di non celebrarla, e le repubbliche più ribelli, come quelle del Baltico, si rifiutavano di partecipare al rito della santificazione della nascita del primo stato socialista. Ed infatti successe di tutto. A Minsk, un corteo di madri fermò i carri armati con le carrozzine, a Kiev, gli studenti bloccarono la parata militare con una tendopoli piantata sulla via principale della città, a Tblisi la parata venne fatta nel cortile di una base dell’ Esercito, per evitare incidenti con la popolazione. A Mosca, si tenne una contro-parata organizzata dall’opposizione radicale, ma passò in secondo luogo. Un operaio di Leningrado, Alexander Shmonov, marxista ortodosso, tentò di uccidere Mikhail Gorbaciov, due colpi di fucile davanti Mausoleo. Spari nella Piazza rossa, incredibile solo ad immaginarlo. Pochi giorni prima c’era stato addirittura un appello alla eliminazione fisica del rinnegato Gorbaciov, da parte di alcuni gruppi.
Fu una giornata incredibile ma entusiasmante, le notizie erano schermate, censurate, controllate. Il Napoli dal canto suo venne eliminato ai rigori dallo Spartak: Maradona, giunto a Mosca da solo con un volo privato, gioco appena una mezzora. Ma già non era più un atleta.






















