Angelo Vaccariello

Giornalista esperto di economia e Mezzogiorno Ora si occupa di marketing e comunicazione.

La grande guerra del petrolio

di Angelo Vaccariello

Il prezzo del petrolio in calo non entra nel dibattito italiano. Eppure il valore è vicinissimo a scendere al di sotto dei 30 dollari al barile (sia per la qualità Brent che per il Wti), considerata una soglia psicologica invalicabile. Il calo del petrolio fa bene o male all’economia. La domanda, come sempre, ha risposte piuttosto complesse. Cerchiamo di capire

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Le cause Il calo del prezzo dell’oro nero ha due  cause principali. La prima è di natura macroeconomica: la grande crisi dell’economia reale seguita a quella finanziaria del 2008 ha ridotto di moltissimo la produzione. Se cala la produzione, si consuma meno petrolio per produrre e quindi la domanda scende. La diminuzione della richiesta comporta una riduzione dei prezzi: se la mia merce non la compra nessuno, io abbasso il prezzo per renderla più “appetibile”.

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La seconda causa, invece, è di natura politica (ma fa sempre capo all’economia,  sia chiaro). Da qualche anno gli Stati Uniti hanno individuato (e successivamente estratto) nuovi giacimenti di petrolio sul proprio territorio. Grazie al fracking (un sistema di estrazione innovativo che prevede una sorta di “bombardamento” delle falde per consentire al petrolio di risalire) in poco tempo gli Usa sono diventati tra i primi estrattori di greggio al mondo. Ciò ha consentito loro di diventare autonomi dall’importazione alla fine del 2015. Questa nuova offerta di materia prima ha “invaso” il mercato facendo scendere i prezzi. Non solo.

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L’Opec (l’Organizzazione che unisce le principali nazioni che estraggono petrolio) ha deciso di avviare una vera e propria guerra commerciale con gli Usa aumentando la propria produzione. In pochissimo tempo, dunque, il prezzo del greggio è passato dai 120 dollari al barile di tre anni fa ai 30 di oggi. Perché questa guerra? Perché gli Arabi, il Venezuela e le altre nazioni temono di perdere il monopolio mondiale.

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Conseguenze La guerra del petrolio ha alcune conseguenze. Vediamole. Le aziende produttrici (in gran parte americane, inglesi e russe e le italiane Eni e Saras) non risentono molto di questo crollo. Si dirà: ma come? Devono vendere a prezzi più bassi. Vero, ma la finanza è corsa in loro aiuto. Tutte le principali corporation hanno fatto ricorso ad alcuni tipi di derivati come assicurazioni. Il sistema è semplice: si sono assicurate contro il calo del prezzo del greggio. Scende il prezzo? Le banche le pagano per questo calo. Perdono, dunque, dal mercato reale ma guadagnano su quello finanziario. Mica stupide le aziende occidentali.

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Cosa ben diversa per le Nazioni produttrici le quali non sono state furbe come le multinazionali e si sono accanite in una ridicola guerra ideologica che le sta portando al fallimento. Caso emblematico sono Venezuela e Arabia Saudita. Lo Stato sudamericano è quasi alla rivolta popolare. Il prezzo bassissimo del barile fa crollare le entrate del Governo: lì il bilancio dello Stato si regge per oltre il 70 per cento sui ricavi del petrolio. Se calano le vendite, non si può far fronte alle spese dello Stato. Ancora peggio in Arabia dove a non risentirne sono solo gli sceicchi mentre la popolazione sta passando un periodo nerissimo.

Si dirà: ma perché si ostinano a tenere il prezzo cosi basso? Secondo gli arabi, con il prezzo basso agli Usa non converrà più produrre: i costi per estrarre il petrolio diventeranno più alti del prezzo di vendita. E anche in questo caso si sbagliano. Le nuove tecnologie individuate dagli Stati Uniti consentono di estrarre anche quando il prezzo del barile crolla.

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Italia E i cittadini? Il calo del prezzo del greggio fa bene, nel breve termine, alla ripresa economica. Il petrolio costa meno, le aziende hanno interesse a produrre con una materia prima bassa. E’ evidente che il vantaggio si trasferisce anche ai cittadini. Almeno teoricamente. In Italia, infatti, i vantaggi sono molto minori a causa delle enormi accise che il Governo mette sul prezzo della benzina. Basti pensare che ora negli Usa un pieno costa 20 dollari. Da noi ne servono almeno 70. Nel medio e lungo periodo, però, il calo del greggio potrebbe alimentare la “deflazione” cioè allentare i consumi. Come? Quando calano i prezzi, si ingenera una aspettativa per la quale essi continueranno a scendere.

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Chi deve comprare, allora, rimanda al futuro alimentando proprio questo perverso meccanismo che è la deflazione. Non dimentichiamo le conseguenze politiche. Se il valore del barile resterà basso per il lungo termine (ad esempio fino al 2020) anche i Paesi più solidi avranno problemi. Pensiamo alla Russia. Il petrolio e il gas sono la fonte principale del bilancio di Putin. Se calano i prezzi, Mosca avrà seri problemi a finanziare le proprie spese. Ora non è cosi, perché il Cremlino usa le riserve interne per far fronte alla situazione, ma se lo stallo dovesse prolungarsi si può immaginare una strategia aggressiva all’estero da parte della Russia. Sembrerà strano, ma auguriamoci che il prezzo del petrolio torni a salire. Tanto a noi italiani non cambia nulla.

 

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