Carlotta D'Amato

Carlotta D'Amato

Consulente legale in aziende italiane ed internazionali, ha scritto numerosi articoli in materia di diritto. Le sue passioni sono politica, cultura, moda.

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Italians Brexit

  di Carlotta D’Amato

 Ed ecco l’Inghilterra nuovamente due volte donna. Proprio come ai tempi di Margaret Thatcher, la lady di ferro. Theresa May, è il nuovo primo ministro inglese. In giacca blu, gonna gialla, il suo inchino davanti alla Regina Elisabetta è la foto del dopo Brexit: l’Inghilterra in mano a due donne, un salto indietro nel futuro. E a sancire la scelta dell’addio all’Unione europea il ministero degli esteri è andato a Boris Johnson, il vulcanico ex sindaco di Londra dal ciuffo alla Trump

13664812_10208688059272161_1539548590_nBye bye Europa. Ma che aria si respira a Londra tre settimane dopo il referendum, le paure, i timori, l’ansia, dei cittadini italiani (la seconda comunità nella capitale) e dei lavoratori dell’Ue.

Quali ripercussioni ci saranno per i “neo immigrati” del nostro Paese? Londra è la settima città italiana per abitanti, ma in termini economici pesa molto di più: perché tutti lavorano. Sono italiani il direttore della National Gallery, il curatore della Tate Modern, il maitre di Rules – il ristorante più antico -l’inventore di Candy Crush, un giochino da sei miliardi di sterline e tutti tifavano per il Remain.

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Theresa May, l’inchino davanti ad Elisabetta

Gli italiani a Londra sono ormai dappertutto; gli inglesi mantengono solo il monopolio dei taxi e quei posti di prestigio riservati alla “ruling class”, alla classe dominante formata nelle scuole della tradizione imperiale.

Gli italiani sono negli uffici comunali, nella sanità, pure nei club più esclusivi come Boodles, nella finanza, nel mercato immobiliare ed, ovviamente, nella ristorazione. Un inserimento pieno, niente sacche di emarginazione. E nonostante questo si sentono degli espatriati “expat” che è un modo più figo che dire emigranti, come ci chiamavamo mezzo secolo fa.

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Ma cosa pensano davvero gli Italians a Londra? Il terremoto occupazionale, le sciagure previste, le immagini degli impiegato in giacca e cravatta che con i loro scatoloni lasciavano gli uffici della Lehman Brothers dopo il fallimento? Niente di tutto questo. Anzi a dirla, non sembra che il timore per l’uscita dall’Ue del Regno Unito preoccupi più di tanto i nostri connazionali in terra inglese. Anzi, il sentimento comune è quello di aver più determinazione di prima.

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Alessandro Gallenzi

Sentite Alessandro Gallenzi, editore, Alma Books “Sono più determinato che mai a continuare a lavorare per la promozione della letteratura europea in Gran Bretagna, perché amo questo paese e credo che la Gran Bretagna, storicamente e culturalmente, appartenga all’Europa e ne rappresenti il cuore. Che cosa mi ha colpito di più? Il riemergere forte e determinato del tema dell’identità nazionale in una società iperconnessa e ageografica dove Londra è ormai più vicina a Berlino che a Bristol…”

L’Economia britannica ha bisogno di lavoratori stranieri sia a livello qualificato che a livello meno qualificato; mandarne a casa circa 3 milioni (700 mila dei quali italiani) sarebbe un disastro economico di immane proporzioni. Fatto sta che la “grande fuga” non li spaventa e nemmeno sembrano farlo le conseguenze della Brexit sia di carattere burocratico, tra visti e permessi che fino a ieri erano “garantiti” dagli accordi con la Ce  che economico, prima fra tutte la sanità che potrebbe non essere più gratuita per tutti i cittadini del regno.

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Alessia Affinita

“Noi  espatriati adesso più che mai – ha osservato Alessia Affinita, fondatrice della business directory Italian Community London- abbiamo un valore prezioso: la missione comune per le attività italiane già avviate in Gran Bretagna dovrebbe essere quella di creare sempre più validi strumenti per la creazione di ponti commerciali tra l’Italia e l’Inghilterra . E gli anni incertezza burocratica e commerciale che ci attendono spingeranno gli italiani con mire di internazionalizzazione sul mercato inglese ad avere il bisogno e la necessità di confrontarsi e cercare punti di riferimento con realtà compatriote già radicate nel Regno Unito.”

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La sensazione che nella (fu) paludosa Londinium quelli che si creano meno problemi per il futuro sono proprio gli italiani. Delusi, scoraggiati, feriti, arrabbiati, spaesati? Niente di tutto questo. Consapevolezza di una nuova fase, ma niente di più. Brexit rappresenta un grave fardello per l’Inghilterra? SI ma c’è anche l’altro lato della medaglia e non è che la situazione sia tanto meglio. Anzi secondo alcuni è addirittura peggio.

Si dice sempre che la Gran Bretagna senza Europa faticherà, ma non si dice mai che anche l’Europa dovrà sudare senza la Gran Bretagna – ha sottolineato il direttore LondonOne, la radio degli italiani a Londra Phil Baglini - Ai giovani che scrivono alla nostra redazione dico: non disperatevi per i vostri progetti Erasmus, o per i vostri sogni di venire a Londra, sono convinto che in altri modi sarà ancora possibile godere delle bellezze di questa nazione”.

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 “ Sono venuto a Londra perché è una citta unica, eccentrica, eclettica, multiculturale, disordinata ironica e ospitale che ha un futuro per tutti, basta saperselo conquistare – dice Sergio che lavora alla City e che non vuole dire il suo cognome – Sono venuto nel paese dei Beatles ma anche dei Rolling Stones, di David Bowie ma anche di Sadiq Khan, di Jo Cox, David Hockney e Danny Boyle, Della regina ma anche della democrazia più matura, un paese capace di essere tutto ed il contrario di tutto e nulla potrà cambiarlo perché nulla è cambiato. Prima stavamo in Europa, ma non eravamo in Europa. Ora non stiamo in Europa, ma siamo in Europa…”

 

 

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