Adolfo Mollichelli

Adolfo Mollichelli

Giornalista. Ha lavorato con il Roma ed il Mattino. Ha seguito, tra l'altro, come inviato speciale cinque Mondiali, altrettanti Europei, nove finali di Campioni-Champions e l'Olimpiade di Sydney

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La solitudine del Magnifico

 di Adolfo Mollichelli

Nomen omen: Insigne. E che cosa volete di più? E poi quel Lorenzo al quale viene facile aggiungere l’appellativo di Magnifico. Un predestinato. Che però ha dovuto sottostare alle Forche Caudine (a proposito: auguri Benevento) di critiche anche abbastanza feroci. Perché Napoli è bella e cara ma da sempre nemica dei suoi figli migliori. Scettica, ama molto di più quelli che vivono extra moenia. In tutti i campi. Un giorno all’improvviso tutti ad osannare little big man, il frattese petisso, ‘o piccirillo. Mi vien da ridere pensando alle stoccatine a ripetizione che gli rivolgevano i criticonzi di tv e carta stampata: bravo, però non incide; molto tecnico ma si ostina con quel tiro a giro; un campioncino ma segna poco e fatica in copertura. Me la ridevo, perché ho sempre creduto nelle virtù del piccoletto (per chi non ci credesse, prego consultare i miei articoli in emeroteca o sul sito che con tanta pazienza mi ospita).

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Ibra e Lorenzino, il gigante e il nano

Il calcio è bello perché è vario. Nel senso che tutti ne parlano, anche quelli che non conoscono la differenza tra una ruleta e una rabona e forse mi sono già spinto oltre. Lo sport più seguito dagli italiani è come l’aforisma sulla democrazia: la forma di governo che consente di parlare anche agli imbecilli. Come potrete constatare in questi tempi politicamente grami.

image_book.phpLa solitudine dell’ala destra è un meraviglioso libro di Fernando Acitelli. Ho pensato a lungo a questo capolavoro, poesia e letteratura insieme, dopo aver visto Insigne ‘o piccirillo giganteggiare ad Udine, terra che si addice ai napoletani: provate a dire male di Totò Di Natale sotto i portici di Via Mercatovecchio (stupenda) ed i furlani vi guarderanno torvi. La solitudine di Lorenzo il Magnifico, già.

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Ci ha impiegato un po’ di tempo Lorenzinho a calarsi nella parte di direttore d’orchestra sul palcoscenico di Udine. Perché ripeteva movimenti e giocate sarriane. E però, quando cercava l’imbucata improvvisa sul fronte destro, niente da fare, palla nel vuoto. Callejon non c’era! Immobile non lo capiva. Per non parlare di Candreva che sembra abbia perduto il senso dei tempi: crossa quando dovrebbe tirare e viceversa.

La solitudine di Lorenzinho, che cosa volete: non c’è rosa senza spine e allora ha capito, da scugnizzo intelligente, che la catena di sinistra era da preferire, come nel Napoli. E tra lui e Spinazzola è nata l’intesa naturale che ha deciso la disfida con i figli di Vaduz, i semiprofessionisti del Principato.

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Da Spina (è il soprannome dell’atalantjuventino) allo scugnizzo che siglava in meravigliosa bellezza il gol apriscatola. Il terzo sigillo in Nazionale dopo i due in amichevole ad Argentina e Spagna.

E poi, tutto il resto della gioielleria con la gemma dell’imbucata per Belotti che, altrimenti, sarebbe rimasto un gallo senza cresta e la delizia di un sombrero che solo Paco Taibo sarebbe stato in grado di apprezzare appieno. Un consiglio a Ventura mi sento in dovere di darlo. Ha lanciato un bel po’ di fresca (e beata) gioventù e allora insista con Insigne a sinistra e Bernardeschi a destra, talenti dai piedi “incrociati” pronti a convergere ed a colpire con quello giusto. Con Belotti al centro Ventura potrebbe rendere sarriana la Nazionale, con la possibilità di attaccare a quattro stringendo Lorenzinho verso il centro e lasciando libero il corridoio di sinistra a Spinazzola. Stop.

Speciosa la querelle sulla “dieci”: Ventura gliel’ha data approfittando anche dell’assenza di Verratti. Ma è il Napoli tutto a dover consegnare a ‘o piccirillo – che ha smesso i panni del Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere – la maglia che fu di Maradona. Ritirare la maglia dei “grandi” è una moda che non ho mai seguito. E’ come ammettere che non ci potrà mai essere un futuro degno del passato.

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Tempo di calcio parlato, storie di mercato, tanto bla-bla-bla vuoto. Eppur qualcosa si muove. A parte i sempre-buoni per tutte le stagioni (prendete Capello e come lui tanti altri che passano dal campo agli studi televisivi al campo, non si saziano mai!), mi ha colpito l’inversione di tendenza dei cinesi che operano nella Milano da bere. I ricchissimi mandarini che sovrintendono alle sorti dei bauscia (Inter) sono ancora fermi. Mentre quelli che hanno rilevato i casciavit (Milan) – dati per i parenti poveri – stanno allestendo una squadra niente male. La Cina più che vicina è dentro Milano. Ma resta pur sempre un mistero.

Si muoverà tra i banchi del mercato anche Aurelio Primo, ma non prima di aver ceduto i “pacchi” ricevuti in misteriosa coscienza. Anche dal cielo di Los Angeles le stelle stanno a guardare.

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