di Adolfo Mollichelli –
Eccoli, sono pronti per sbarcare a Madrid ed a Baku. Quelli del Liverpool e del Tottenham verso il Wanda (non è la moglie di Icardi) Metroplitano, quelli del Chelsea e dell’Arsenal verso la capitale azerbaigiana. Eccoli, i reds e gli spurs, i blues ed i gunners. I signori che vivono la Premier ed hanno deciso di esportarla nella finale della coppa con le orecchie ed in quella dell’ex Uefa, figlia di un dio minore. Gli epigoni dei Beatles contro quelli degli speroni. I sarriani contro i discendenti dei gunners, per uno dei derby di Londra sul palcoscenico continentale. Altro che Brexit.
I figli di Albione hanno cacciato via dall’Europa tutti gli altri. Pratichi il soccer? no? allora non c’è posto per te. Neppure se ti chiami Ajax e vivi ad Amsterdam e però ti sei fatto fregare dal filosofo di Rotterdam ed hai riscritto l’elogio della follia. E pure De Ligt che chiamano De lift è dovuto uscire dall’ascensore col faccione da bambino rigato di lacrime. Dopo che anche Rocambole s’era divertito a rubare i sogni già coltivati di una finale impossibile da perdere.
Col malloppo in un sacco sulle spalle, era passato un ladro gentiluomo venuto dal Brasile, di nome Lucas e pure Moura. Un-due-tre et voilà e così i lancieri finivano presi a calci da una scarpetta munita di speroni. E però, così non vale.
Piangete, ragazzi biondi e olivastri, ha sorriso soltanto il ragazzo di Ipanema. Elogio della pazzia pure nell’Anfield dei sogni, dove non c’è più puzzo di piscio (forse) nella Kop che non ti canta solo l’ouverture dei sentimenti, quel magico You’ll never walke alone, ma ti segue e ti incita e ti guarda e ti sorregge.
E ci crede sempre, anche se non hai nella sfida della storia il riccioluto Salah venuto dalle Piramidi e il suo fido scudiero Firmino. Tanto, chi è in campo non sarà mai solo. E Origi e Vaijnaldum gridano all’intero mondo pallonaro: signori, it’s Anfield.
E lo gridano in faccia per primo alla pulga sconsolata, non volevi crescere, sei cresciuto, sei un fuoriclasse e però caro Messi, fatti più in là, riprovaci l’anno prossimo. Noi abbiamo Jurgen: alto, bello, biondo, simpatico, sempre sorridente – che vinca o perda – e voi vi portate appreso quel Valverde, triste, solitario y final.
Quel Klop che ci ha convinti che nessuna impresa è impossibile: pensiamo a vincere prima, a qualificarci poi, e ricordate che anche in cinque minuti, magari quelli finali, si possono segnare tre gol. Che filosofìa, grande Jurgen ma poco vincente secondo l’urlatore skysta spalleggiato da sopracciglia folta che quando era giovane e giocava chiamavano già lo zio.
Oh capitano, mio capitano. Ora te la vedrai con il maghetto dell’Europa League, quell’Emery che tre volte tre la vinse alla guida del Siviglia, olé.
Certo saprai, uomo delle ottanta sigarette al giorno, che in panca ci vai con una tuta dal colore triste, come un operaio metalmeccanico, saprai che il tuo primo trofeo dovrai sudartelo nella città di Baku, gemellata con Napoli. La mano del destino.
Già sono tutto un fremito di passione antica i tuoi orfani riuniti nel soviet sarrista della nostalgìa. Brutto il tuo Chelsea al cospetto dei tedescotti di Francoforte. Brutto e slegato. Brutto e fortunato. Ma finalista, con sudore. Ci sarà pure una delegazione del soviet, immagino, che ti seguirà nel derby di Londra formato europeo. Oh capitano, mio capitano. Quelli dell’Arsenal hanno Lacazette. Dimostra che non sei ‘na meza cazetta. M’è venuta così.
Scusa Maurizio e se puoi, tra un appunto e un altro, preso con gli occhiali sollevati sulla fronte, salutami Zolino. Europa, a voi. Figli d’Albione











