Franz Krauspenhaar

Franz Krauspenhaar

Scrittore e poeta milanese di origine tedesca per parte di padre, madre calabrese. Autore poliedrico, attento alla forma e alla varietà delle esperienze letterarie possibili.

La Bella Moglie, pubblici peccati …

Non ci sono peccati privati. Sono tutti pubblici, tutti condividiamo quelli degli altri e tutti gli altri condividono i nostri”. (Jim Thompson.) 

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Quando Rossano Tommei entrò nel bagno sua moglie Daniela era ancora a letto. Era lui che si alzava sempre per primo. Si avvicinò al lavabo e al posto della saponetta trovò il cellulare di lei. Un’accoppiata davvero insolita, un cellulare in un portasapone Lo afferrò. Perché l’aveva lasciato proprio lì, nel bagno? Si, Daniela era distratta, abulica, una bellissima giovane donna senza forze e senza interessi. Dimenticava tutto, era una specialista della dimenticanza. Ma il cellulare nel bagno era troppo. Tommei chiuse la porta e si sedette sulla tazza del water. Si mise a cercare l’ultima chiamata ricevuta, era un numero fisso, lo annotò nella mente. Era lui, dunque, l’amante.  Lo schifoso, l’animale. Un anonimo, ma finalmente con un numero di possibile identificazione. Un numero segnato.

Non sapeva se lasciare il cellulare sul portasapone o riportarlo in salotto dove di solito Daniela effettivamente lo lasciava. Gli venne in mente subito dopo che spesso lo lasciava anche altrove. Era distratta, già. Se l’avesse lasciato dove l’aveva trovato lei avrebbe potuto insospettirsi, e pensare: Rossano è entrato nel bagno e l’ha visto lì, ha trovato strano che fosse proprio lì… E dunque lei avrebbe indagato, perché lasciare un cellulare in un portasapone può voler dire una cosa soltanto: che ci si è chiusi in bagno a parlare per non essere uditi. A quel punto Tommei arrivò alla conclusione che quella telefonata ricevuta quando lui era in casa. E per questo Daniela era stata costretta e chiudersi nel bagno per parlare con il suo amante. Ma allora perché non andare in un’altra stanza?

donna_controluceL’attico era grande. Forse la moglie non ne aveva avuto il tempo. Il bagno di lui – quello in cui si trovava adesso – era il locale più vicino alla stanza da letto. Ricordava: la notte prima era crollato nel sonno non dopo le undici. E Daniela a che ora l’aveva raggiunto nel letto? Questo non poteva ricordarlo: s’era addormentato subito e s’era svegliato pochi minuti prima di arrivare a quella strana scoperta. Decise di non rischiare: uscì dal bagno con il cellulare in mano e lo lasciò sul tavolino di acciaio in mezzo alla sala: quello era il posto, se ben ricordava, dove la moglie lo dimenticava più spesso. Annotò quel numero sul retro di un suo biglietto da visita, il primo pezzo di carta che aveva avuto a portata di mano, cacciando affannosamente la mano libera nel portafoglio. Ritornò nel bagno e cominciò a lavarsi con la saponetta che aveva trovato abbandonata per terra.

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Piazza Cairoli

L’azienda di intermediazione commerciale di Rossano era sistemata dalle parti di Piazza Cairoli, in una palazzina di stile sbadatamente fascista, un bugigattolo ingrandito a dismisura, qualcosa che aveva fatto persino paura a qualche visitatore particolarmente sensibile di nervi: sei o sette stanze con poca luce e arredate vecchio stile per le sue compratrici e le loro segretarie o, come si usava dire da un po’ di tempo per pulizia d’immagine più che di linguaggio, assistenti. L’uomo si sedette alla sua scrivania e chiamò la sua personale assistente Carla per un caffè; in fondo Carla era brava anche in questo: nel prendere l’ordinazione, andare alla macchina automatica del caffè, mettere il gettone nell’apposita fessura, attendere, ritirare il bicchierino e portarlo senza indugi e a testa eretta al suo capo, il quale la pagava abbastanza bene anche per questa assistenziale prestazione. “Novità di rilievo o anche soltanto novità e basta?”. Il grande capo sorrise alla donna, una bella quarantenne che però Tommei s’era sempre guardato bene da invitare da qualche parte dopo il lavoro: prima il dovere e poi ancora il dovere, con Carla, fino alla fine e senza ripensamenti, e badando sempre a non fare passi falsi verso un letto qualsiasi, nel caso ci fosse stato un bicchiere di troppo a scatenare un appetito insospettato.

Una volta che Carla fu uscita dall’ufficio col suo passo felpato galleggiante al di sotto della sua gonna scampanata e il caffè bevuto, lui aveva indugiato chino sulla sua agenda perché prima di cominciare il lavoro indugiava sempre; al fondo era un pigro, e ogni volta, prima di cominciare, doveva forzarsi ad agire, l’azione non gli veniva direttamente dall’animo, perché era piuttosto una reazione alla sua pigrizia di fondo. Una volta scardinata quella porta interna diventava per lui automatico gettarsi nell’azione, e Tommei era uno che, una volta rigettata la sua vera natura profonda, si gettava a corpo morto nell’azione, gli piaceva quel gettarsi a corpo morto nell’azione lo faceva sentire vivo attorno a un mucchio di morti – quasi tutti gli altri, e da un bel po’ di tempo- che perciò disprezzava in quanto, per l’appunto, morti viventi nella sua valutazione; e quest’azione, che era null’altro che una continua reazione, veniva ogni volta a salvarlo dalla pigrizia che gli covava dentro come un ragno in agonia soprattutto al primo caffè in ufficio, quando Carla usciva e lui si trovava a tu per tu col caffè e con l’agenda, e quell’agenda era una specie di montagna rivestita in pelle da scalare all’inizio con molta fatica. Tommei si mise a pensare a quando aveva cominciato, giusto vent’anni prima, nella sua città, la città che ancora amava anche se a malincuore e con una fitta di delusione: pensava che una città in vent’anni cambia in un modo tale che, se ve ne prestassimo la dovuta attenzione, se mettessimo in paragone una foto di allora con una di oggi entrambe scattate nello stesso punto, proveremmo una voraginosa fitta di rimpianto e di sconcerto e addirittura, in alcuni casi, di orrore. Il traffico s’era sconvolto a rotta di collo e le auto erano diventate tutte diverse, e la gente ora si vestiva, si truccava e si pettinava in modo diverso, e anche il suo vecchio ufficio s’era dovuto rinnovare e così buona parte del personale. Soltanto certe compratrici che lavoravano per lui e la sua assistente Carla erano rimaste le stesse ma- beninteso- invecchiate di vent’anni; quelle che quando le aveva assunte erano delle ragazze con poca esperienza del lavoro e anche della vita e ora erano diventate delle signore sposate di mezza età, e le loro figlie assomigliavano a quelle giovani ragazze che erano state loro anche se queste loro figlie, per la maggior parte, avevano meno speranze e meno fiducia nel futuro delle loro madri quando queste avevano avuto la loro stessa età.

Le donne, le donne. Rossano prima: la sua prima moglie. L’aveva amata e qualche anno più tardi l’aveva odiata, e il matrimonio era stato ucciso con un colpo netto di fronte al giudice; e ora, da un paio d’anni e dopo una lunga serie di relazioni mediamente brevi s’era risposato con Daniela, venticinque anni meno di lui e piena di silenzioso fascino e assomigliante in maniera quasi pervertita a Giovanna, una specie di copia disperata del suo vecchio amore, un giovane, struggente ricalco fisico. E ora anche Daniela dimostrava di non amarlo affatto, perlomeno di non amarlo più. O forse non l’aveva mai amato? Era questo che Rossano si chiedeva e richiedeva da un bel po’ di tempo, e la risposta non arrivava mai, forse non sarebbe mai arrivata. Ma ora ne era sicuro, la risposta era stata data, perché aveva quel numero di telefono che la tradiva. Rientrò a casa verso le due del mattino. Era sudato, gli occhi lucidi. Ma non aveva pianto.

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Gino Cervi, Maigret

Si ricordava di aver bevuto ma non dove e chissà cosa. Le luci erano ancora accese ma tenute basse. Daniela guardava la televisione, un canale satellitare: Raisat Album.

“Ti piace quella roba?”, le chiese lui avvicinandosi felpato. Si sfilò l’orologio d’oro dal polso. Pesava come una pietra sul cuore. Lo poggiò sul tavolino d’acciaio.

“Quale roba? Che dici?”, chiese lei, con gli occhi sbarrati in direzione dello schermo, senza muovere un muscolo che non fosse quello della sua bocca non piccola ma dal taglio quasi perfetto. Indossava una vestaglia che sembrava di gomma gialla.

“Quel canale. Le vecchie commedie, i vecchi varietà. Tu non eri neanche nata.”

“Appunto”, disse lei accendendosi una sigaretta. “M’informo. Interessanti. Molto meglio della roba che danno adesso”.

Lui non commentò. Era stanco. Forse stava cedendo. Daniela in quel momento stava apprezzando con tutta sé stessa una puntata del Maigret con Gino Cervi. “Che anno sarà stato?”, chiese lei al marito sempre senza muoversi, sempre ipnotizzata da ciò che stava vedendo. Lui allora le si avvicinò. Vide per alcuni secondi il vecchio commissari. Gino Cervi. Morto e sepolto ma vivo nei ricordi soprattutto di quei nastri registrati.

“A occhio e croce anni sessanta”. Si fermò. Si sedette accanto alla moglie senza nemmeno togliersi la giacca e le accarezzò la testa dai capelli neri e lucidi, rivolta con ostinazione verso il televisore. L’amava alla follia. Lei gli fece un minimo gesto scostante, troppo attratta da quello che stava guardando: Gino Cervi in sorniona azione tra le pieghe di un delitto.

“Signora Maigret…” diceva Cervi dallo schermo, svagatamente rivolto ad Andreina Pagnani.

“Signora Tommei…” disse lui con un tuffo al cuore rivolto a Daniela, che non lo ascoltò. Poi, pianpiano, dopo essersi accasciato sul divano a fianco di Daniela, anche lui si appassionò al programma. Allentò il nodo alla cravatta, si tolse i mocassini. Si dimenticò di tutto il recente passato. Si lasciò andare con gli occhi ancora lucidi tra le strade di una Parigi che non esisteva più. Vecchie auto, ora, trottavano per i Campi Elisi in bianco e nero. Maigret saliva dalla portiera posteriore di una DS nera e le note jazz dissipavano la scena dissolvendosi con essa. Rossano strinse la mano di Daniela con delicatezza. Rivedeva un Maigret di Gino Cervi dopo circa quarant’anni. Una decina di minuti. Finì la puntata.  Calò la sigla.

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Luigi Tenco

“Un giorno dopo l’altro” di Luigi Tenco. (https://www.youtube.com/watch?v=bimNa6VemjA&feature=kp) Daniela sembrava incantata come una bambola rotta con le molle fuori dalle orbite nere.  “Un giorno dopo l’altro, la vita se ne va…” Era affascinata da quella canzone del passato che prediceva il futuro.

E lui andò a versarsi un whisky. Poi si diresse verso la cucina. Aprì lo sportello del frigorifero. Era intasato di ogni cosa commestibile, un supermercato del freddo in miniatura. Pensò che un frigorifero troppo vuoto è una cosa squallida. Subito dopo pensò che un frigorifero troppo pieno lo è ancora di più. Si decise per uno yogurt al miele. Un po’ di dolcezza dopo l’amaro del whisky.

(La Bella moglie, Lite-Editions)

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