di Angelo Vaccariello
Descrivere cosa è successo all’indomani della crisi del 2007 è complicato. Saranno gli storici, grazie ai documenti ufficiali, a disegnare un quadro credibile e gli economisti (cioè coloro che il giorno dopo sanno sempre cosa è successo prima) a spiegarci i motivi di un cambiamento di sistema che dura ancora
In questo articolo non vogliamo parlare di sesso degli angeli o di domande sul senso della vita. Vogliamo solo affrontare con numeri il disastro che è stato fatto alla già malata economia italiana. Per fare questo, però, dobbiamo ripercorrere alcuni eventi salienti e vedere come i “governi di salvezza nazionale” abbiamo miseramente e maldestramente fallito nel loro intento di risollevare il Belpaese.
La storia Il 15 settembre del 2008 era un lunedì e il mondo finanziario credette che su di esso stesse per abbattersi l’Armageddon. La banca di affari Lehman Brothers dichiarò di volersi avvalere del capitolo 11 (una istanza di fallimento) perché aveva accumulato debiti per oltre 613 miliardi di dollari. Per capire di che cifra stiamo parlando, basti pensare che è un po’ meno della metà del debito pubblico italiano. Wall Street andò in crisi e, come avviene dal ‘900, il panico si spostò rapidamente dalla giungla monetaria al mondo reale. Il fallimento di Lehman comportò il crollo di diversi istituti bancari che si trascinarono dietro tantissime, migliaia di imprese. I fallimenti delle aziende causarono (e ne vediamo ancora oggi le conseguenze) licenziamenti di massa. La crisi, in poco tempo, arrivò al suo apice.
Debiti sovrani Come ogni studente di macro economia sa, quando il sistema va in crisi i primi ad essere colpiti sono gli Stati con debiti pubblici alti. Senza entrare nel merito della questione (ma si tratta di un mix di speculazione, mancate riforme e insostenibilità del debito stesso), gli Stati come l’Italia furono nel mirino dei più grandi istituti finanziaria. Tutto ciò culminò nella gravissima crisi dell’estate del 2011. Dopo la Grecia, l’Islanda, l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna, lo spread dei titoli di Stato italiano cominciò a salire vertiginosamente. Tanto che, nell’agosto del 2011, la Banca Centrale Europea (allora guidata da Jean Claude Trichet) promise un suo intervento solo in cambio di riforme sostanziali. A guidare l’Esecutivo c’era Silvio Berlusconi. Secondo alcuni la lettera fu esplicitamente chiesta dal Governo; secondo altri fu solo una manovra volta ad attentare alla sovranità dell’Italia. In ogni caso cominciò il periodo di Austerity.
Il sistema finanziario internazionale, però, non fu soddisfatto delle riforme promesse e iniziate dal Governo del Pdl. Tanto che agli inizi di novembre, il Cavaliere si dimise.
L’esecutivo Monti
Per cercare di frenare il crollo del nostro Paese fu chiamato Mario Monti. Già commissario europeo per la concorrenza, Monti era rettore emerito della Bocconi e riconosciuto in tutto il mondo per la sua capacità economica, per la sua serietà e soprattutto per essere un grigio burocrate in grado di rimettere in riga l’Italia.
Ma anche per essere il capo della divisione europea della Commissione Trilaterale, membro del Gruppo Bilderberg e advisor di Goldman Sachs. I poteri forti dei poteri forti. Un gioco da bambini, per alcuni, agganciare la nascita del suo governo all’influenza del gruppo Bildenberg ( Monti è nel direttivo insieme a Franco Bernabè) che in questo fine settimana, tra l’altro, si riunisce per la sessantatreesima volta a Telfs-Buchen, cuore del Tirolo, distretto di Innsbruck, Austria da sogno.
Monti si portò dietro una squadra di professori (di quelli con la P maiuscola). Tra questi, Elsa Fornero, la massima autorità accademica italiana in fatto di diritto del lavoro e Corrado Passera.
Su quest’ultimo personaggio dobbiamo spendere qualche riga. Numero uno di Banca Intesa, le cronache economiche lo ricordano per aver contribuito al “salvataggio” di Alitalia insieme ad alcuni imprenditori poi definiti “capitani coraggiosi”. La manovra perorata dal sommo Passera fu semplice: i debiti della compagnia di bandiera furono scaricati sugli italiani con una bad company con circa 2 miliardi di passivo; gli imprenditori, con pochi spiccioli, si presero la società buona (poi venduta ad Ethiad in prossima di un secondo fallimento). E non solo Passera e Fornero, ma anche il ministro per il Mezzogiorno tal Fabrizio Barca (professore figlio d’arte che al Sud non si è mai fatto vedere se non per qualche convegno).
Ritornando a Monti, obiettivo primario dell’Esecutivo era quello di contenere il debito pubblico. Qualche giorno fa, il fondo monetario internazionale ha reso noto alcuni dati. Con il tipico scarno stile anglosassone, l’Fmi fa sapere una cosa davvero incredibile. Il rapporto tra il Debito pubblico italiano e il Pil è passato dal 103,1 per cento del 2007 al 120 del 2011, fino al 132,1 per cento del 2014, vanificando oltre un ventennio di sacrifici compiuti accumulando saldi primari a partire dal 1994, quando era stato toccato il picco del 121,2 per cento.
Per intenderci: dal Governo Monti in poi il debito pubblico italiano è salito di ben 13 punti percentuali.
Bocciatura Come mai un disastro simile? Il professor Monti ha commesso un errore grossolano. Se una cosa del genere lo avesse fatto il nostro studente di macro economia sarebbe stato bocciato all’esame. Che errore? I danni più rilevanti sono derivati dalle misure di risanamento strutturale, quelle che avrebbero dovuto ridurre il debito ed invece lo hanno fatto aumentare a dismisura per via del calo del Pil, della produzione industriale, dell’attività nel settore edilizio e dell’abbattimento dei valori immobiliari. Non si è trattato di semplici errori di previsione, ma di scelte radicalmente sbagliate: si è cercato il pareggio strutturale del bilancio pubblico aumentando le imposte correnti, incidendo sugli investimenti finanziari e sul patrimonio immobiliare che è di per sé infruttifero, come la casa di abitazione, e su cui magari ancora si paga un mutuo.
Se a questo errore aggiungiamo gli esodati (figli di una riforma delle pensioni da dilettanti), la riforma del lavoro che ha distrutto l’articolo 18 (e come molti pensano erroneamente non è stato Renzi ad abolire l’articolo 18 ma fu la Fornero nel silenzio dei sindacati) e gli errori nell’affrontare le crisi industriali (il ministro delle attività produttive era Passera, un banchiere che con i fallimenti faceva soldi) ne viene fuori che il “miglior governo possibile dell’Italia” è stato il peggiore della storia repubblicana. Un vero tsunami di incompetenze e spocchia che ha distrutto l’Italia catapultandola nell’inferno di una crisi che sembra ancora senza uscita.










