di Gianpaolo Santoro
Eccoli qua due anni dopo i nostri ragazzi, i bafana bafana del Pd nel giorno della befana, la meglio gioventù di sinistra col cuore di destra, i bulletti del parlamentino, arroganti, decisi, spietati, quelli che smacchierebbero anche la mamma, e senza pensarci due volte. I papà no, quello no: dalla bancarotta della Chil Post di Tiziano Renzi alla bancastrarotta Etruria di Pier Luigi Boschi, c’è Carbone per tutti nel sacco della Befana. E meno male che non è Ernesto, perché quello è un altro che moltiplica i guai…
Eccoli qua, giravano in bicicletta, si facevano prestare la Smart per il primo giorno di scuola, oggi si sono ordinati un gigante (A340), per intenderci qualcosa come un Boing 747, un enorme aereo super accessoriato, come quello usato dal presidente degli Stati Uniti, capace di imbarcare più di trecento persone, altro che nani e ballerine, tutto il Giglio magico volendo. E quando non sa dove parcheggiare il Premier che voleva mandare al rogo le auto blu, prende l’elicottero, (un HH-139 capace di atterrare ovunque) anche per poco più di 200 chilometri, chissà forse gli danno fastidio i lampeggianti e le sirene delle 24 auto che, solitamente, compongono la sua scorta (auto civetta a parte, ovvio).
Gioventù e sobrietà. Scrisse Gramsci, colui che fondò il giornale che lui ha rifondato “tutti i più ridicoli fantasticatori che nei loro nascondigli di geni incompresi fanno scoperte strabilianti e definitive, si precipitano su ogni movimento nuovo persuasi di poter spacciare le loro fanfaluche. D’altronde ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale. Bisogna creare uomini sobri, pazienti, che non disperino dinanzi ai peggiori orrori. e non si esaltino a ogni sciocchezza. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà…” Ora abbiamo l’ottimismo del renzismo e il pessimismo dei gufi.
Eccoli qua due anni e poco più dalla presa del Nazareno: c’era chi parlava di rivoluzione civile, la rivoluzione del rottamatore che prometteva di mandare a casa la vecchia classe politica e dirigente, l’ambizione di voler imporre un nuovo corso al Paese. Per realizzare il suo progetto politico Renzi ha adottato però il sistema più vecchio che si conosca, ha “pugnalato” alle spalle il “capo del momento”, le idi di marzo anticipate solo di qualche giorno: invece di 23 coltellate è bastato un solo hastag #enricostaisereno, altrettanto assassino e sanguinario però.
Matteo Renzi non solo è il più giovane presidente del Consiglio della storia d’Italia, ma anche il quarto non essendo parlamentare (Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini e Giuliano Amato) e, comunque la si pensi, non è la stessa cosa poter guidare un governo dopo essere stato governatore o direttore generale della Banca d’Italia, più volte ministro o vicepresidente del Consiglio o essere stato soltanto sindaco. Ma questo ci fa capire meglio cos’è questa Italia del terzo millennio e della seconda Repubblica.
Viviamo il Matteo nel Paese delle meraviglie, la continua narrazione dell’orgoglio tricolore, buono per tutte le occasioni dalla inaugurazione dell’autostrada all’Expo: anche se arriva solo per il taglio del nastro si sente padre del progetto. Come ha osservato Michel Feher, il filosofo francese fondatore della pubblicazione Zone Books, “Renzi si sforza di raccontare ai cittadini quanto meraviglioso sia il loro Paese, quante risorse e possibilità immense abbia, ma sottolinea, rimarca sempre che ci sono dei blocchi, delle serrature che bisogna scardinare per liberare la gioventù, l’energia, l’innovazione, la fiducia. La retorica è sempre la stessa: è la retorica della “serratura” che giustifica quello che non si riesce a fare. Renzi e come Valls hanno le loro prigionie…”
La Guantánamo del renzismo sono le bugie, valanghe di promesse al vento, lo storytelling del boy scout è l’elogio delle slide, dei gufi e delle balle. La madre di tutte le promesse: “cambierò l’Italia in cento giorni al ritmo di una riforma al mese”, ricordate? I tre mesi sono diventi tre anni di governo, poi si vedrà dopo le elezioni, “ io non mi muovo da qua”. E la fandonia della velocità, il “processo politico” alla mancanza di incisività e tempestività del governo Letta? Dall’ansia di velocità e delle riunioni all’alba, si è passati alla strategia del #passodopopasso, quasi quasi il vecchio “chi va piano va sano e va lontano…”
Post democristiano, post moderno Renzi, come ha scritto Ilvo Diamanti, “interpreta un modello di post democrazia personalizzata e mediatizzata. Leader dei tempi liquidi, al tempo della democrazia liquida” perché come ci ha raccontato il sociologo polacco Zygmunt Bauman “La virtù non può “più risiedere nel rispetto delle regole ma nella flessibilità: l’attitudine a cambiare tattica rapidamente, a modificare lo stile, ad abbandonare senza rimpianti impegni e lealtà, ad approfittare delle occasioni secondo una valutazione tutta individuale delle proprie ambizioni.”
E così il tutto ed il contrario di tutto: dalla demonizzazione della cancellazione dell’Imu alla scoperta del valore della prima casa, dal “faremo la riforma delle pensioni” al mancato adeguamento delle pensioni così come aveva stabilito la Consulta; dalla solenne scommessa in tv con Vespa ( “chi perde va da Firenze a piedi al Santuario di Monte Senario…”) del pagamento a ore dei debiti commerciali delle amministrazioni pubbliche italiane alla infinita black list esistente ancora oggi; dal “basta finanziamento pubblico ai giornali” e la “pubblicità legale” solo on line, ai 107 milioni di euro stanziati per salvare l’Unità e la proroga dei bandi sui giornali, che vuol dire 120 milioni di euro l’anno.
L’elenco delle bugie è lungo, noioso e imbarazzante, citiamone allora solo due. Quella sul pagamento del riscatto per le due cooperanti Greta Ramelli e Vanessa Marzullo (11 milioni di euro, ma è da tempo che l’Italia è il bancomat dei terroristi….) e quella della spending review, l’ennesima spocchiosa sfida (con il vicedirettore di Libero Franco Bechis) lanciata nella tradizionale conferenza di fine d’anno del presidente del Consiglio “…e ti cedo Yoram Gutgeld (il commissario di governo per ridurre gli sprechi ndr) così ci passi insieme tutto il Capodanno e controllate i numeri“. Una sfida finita in vacca al fact checking per il Premier visto che, cifre alla mano, invece della spending review, c’è stata “una spending de più” come ha scritto lo stesso Bechis. Complessivamente il governo da una parte ha tagliato 51 miliardi e 845 milioni di euro di spesa pubblica e dall’altra l’ha aumentata di 164 miliardi e 535 milioni di euro. Quindi fra il 2014 e il 2018 la spesa è aumentata di 112,7 miliardi di euro.
E vogliamo parlare dei raggianti proclami dello zero virgola, della ripresa più volte annunciata e del silenzio, invece, degli ultimi dati dell’Eurostat che rileva che il livello della produzione industriale italiana è ancora di oltre il 31 per cento inferiore rispetto alla precrisi con un misero recupero del 3 per cento rispetto al 5,4 della Gran Bretagna, il 7,5 della Spagna, l’8 per cento della Francia e il 27, 8 della Germania? Eurogufi, altro che Eurostat, non c’è dubbio.
Davide Vecchi, uno che l’ha sempre seguito da vicino, l’autore de “L’intoccabile. Matteo Renzi. La vera storia” sostiene che “ Renzi sembra non sapere più dove vuole andare. Un marinaio smarrito che ha perduto la sua rotta”. Chissà. Aspetto la prossima slide, “Quo vado?”…









