Il comune dissenso del pudore

di Gianpaolo Santoro

Com’è triste Venezia soltanto un anno dopo con quella piazza San Marco a volto nudo,  com’è triste il Carnevale senza le maschere, tutti quegli occhi anonimi che ti scrutano, facce impietosamente al vento che non nascondono nulla, identità rivelate, la fine del mistero, della curiosità. L’eterno gioco della vita si infrange fra controlli e verifiche, non è qui la festa: questo è il Carnevale della paura, il tempo dei califfi ci ha tolto anche questa innocente illusione. Ed allora scaviamo nel passato, quando Napoli era Napoli e Venezia era Venezia, il magico gemellaggio di due città meravigliose che hanno a poco a poco perso il loro fascino, la loro anima. Magie perdute

carniv12Quel 1982 era stato un anno complicato, giorni intensi e difficili, dal cadavere sgozzato del criminologo Semerari, all’uccisione della piccola Simonetta Lamberti, appena dieci anni, figlia del giudice procuratore di Sala Consilina Alfonso Lamberti, all’omicidio di mafia di Pio La Torre, al drammatico ritrovamento del cadavere di Roberto Calvi sotto il ponte dei Frati Neri sul Tamigi a Londra. Ma non solo morti ammazzati gangster e misteri. C’era stato il terribile volo di Gilles Villenueve, il pilota dalla faccia da bambino, sul circuito di Zolder in formula uno e la fine di un sogno collettivo, la morte di Grace Kelly, la principessa ghiaccio bollente da qui all’eternità di Montecarlo.

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Arlecchino e Pulcinella

Ma quel 1982 sporcato da tanto dolore e da tanto sangue, lo ricordo anche perché Napoli di colpo si riversò a Venezia per il Carnevale, il fantastico incontro fra Pulcinella e Arlecchino, le due maschere della Commedia dell’Arte, un happening speciale.

E che freddo, come faceva freddo ricordo, in quei giorni in laguna, eppure avevamo l’animo caldo di quando si è giovani e l’entusiasmo delle prime esperienze da inviato, perché è una sfida affascinante, come soleva dire Leo Longanesi, “spiegare bene quello che non si sa…”.

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Mimmo Paladino

Di quella intensa settimana di manifestazioni, incontri, spettacoli e pièce, di quella grande, interminabile, pazza e solenne festa di piazza parlerà il collega Mino Cucciniello in un altro articolo. Io ricordo che si respirava tanta Napoli fra calli, canali, ponti e campi, e non solo per la grande, festosa invasione azzurra, ma perché la Biennale, l’anima culturale della città galleggiante, era diretta da Giuseppe Galasso che con Maurizio Scaparro e Paolo Portoghesi aveva impresso una svolta nella ricerca e nella promozione delle nuove tendenze artistiche. Quell’anno il tema era Arte per Arte, l’esplosione della creatività, l’avvento della Transavanguardia teorizzata e curata da Achille Bonito Oliva, con le opere di Mimmo Paladino, beneventano di Paduli. E poi, ancora, la mostra in omaggio allo scultore rumeno Costantin Brancusi, quello delle sculture primitive e quella dedicata a Egon Schiele, il pupillo di Klimt.

Gianni e Cesare de Michelis

Gianni e Cesare De Michelis e la festa di Carnevale

Il sindaco era il socialista Mario Rigo ma il Doge , neanche a dirlo, era Gianni De Magistris a quei tempi ministro delle Partecipazioni statali, il politico con i riccioli che amava fare tardi la notte, andare a ballare, scatenarsi in pista, immancabilmente circondato da belle donne. Quello che Enzo Biagi, col suo proverbiale cinismo anticraxiano definì “Avanzo di balera”. E la madre di tutte le feste del Carnevale veneziano era quella che Gianni, insieme al fratello Cesare, teneva a casa sua a Campo san Samuele a due passi dalla Fenice, un “evento” al quale non si poteva mancare. E nessuno mancava.

011Eppure la festa vera, spontanea, genuina era quella popolare di piazza San Marco, una piazza gioiosa, festante, insaziabile. L’apice della liturgia carnascialesca vuole che due siano i giorni clou, il martedì e il giovedì grasso. E fu proprio la sera di Zioba (giovedì) Grasso mentre in ogni calle impazzava il Carnevale, che mi imbattetti in un giovane alto, quasi due metri, che indossava un costume particolare, quanto meno singolare: un vestito, che venne descritto in tribunale “ di colori pastello dai toni bianchi e rosa, slanciato dai tacchi settecenteschi e allungato considerevolmente dal rilucente glande plasmato in gomma siliconica e dalla sommità del quale usciva, a comando, un gettito di liquido biancastro…”

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Giorgio Spiller

Insomma non giriamoci intorno, un pene. Quel gigantesco fallo con le gambe era Giorgio Spiller, all’epoca professore di discipline pittoriche al liceo artistico e, soprattutto, giovane, imprevedibile performer comportamentale.

Esplose un piccolo grande caso, che sembrava uno scherzo di Carnevale. Due guardie municipale prelevarono Spiller, tolsero la “maschera oscena” e lo portarono in Questura dove venne denunciato per aver urtato il comune senso del pudore. Sembrava di essere catapultati nel film di Alberto Soldi che, del resto, era soltanto di sei anni prima. Ricordo che la Stampa titolò “Il professore colto in fallo” alimentando ancor più l’atmosfera di grande boutade che si era generata. Un clima che andò avanti per mesi, che divise intellettuali e opinione pubblica, un dibattito che attraversò convegni, tavole rotonde e iniziative (clamorosa la commemorazione di Zorzi Alvise Baffo, scanzonato poeta veneziano che tanto piaceva a Pasolini, nella quale Spiller declamò col costume “incriminato la notissima “L’autor vorria esser tutto Cazzo”) fin quando non arrivò la sentenza assolutoria del pretore Pietro Pisani “perché il fatto non sussiste”. Scrisse il pretore: “nel costume dello Spiller non sono ravvisabili quegli estremi idonei a ritenere violato il comune senso della decenza. Non solo perché indossato durante il Carnevale, ma anche e soprattutto per le sue caratteristiche obiettive del tutto apprezzabili sotto l’aspetto estetico: la gigantizzazione del glande il frenulo ottenuto col prolungamento del naso di una bauta, i testicoli identificati negli sbuffi dei pantaloni. Un esilarante e gioioso simulacro fallico di indubbio effetto scenico”.  Un successo. Al punto che il Giorno di Guglielmo Zucconi arrivò a scrivere che “quel pene era diventato quasi il simbolo del Carnevale” veneziano”.

carniv1Ma non è finita. La cosa più bella è che dopo il processo si venne a sapere che Spiller l’anno prima a Carnevale si era vestito da Mona (vagina) in uno splendido manufatto bivalve di pelliccia fuori e morbide pieghe di raso rosso e rosa dentro. Schiudendolo e chiudendolo, il barbutissimo artista realizzava piccole, riuscitissime performance fra la folla in maschera.

Soltanto che quella volta non si era scandalizzato nessuno, evidentemente non era stato urtato il comune senso del pudore. Il pene si, la vagina no: antropologicamente ci sarà un perché? Preferiamo credere nel comune dissenso del pudore…

 

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