di Angelo Vaccariello
La Apple investe a Napoli ed è una grande notizia. A volte, però, è necessario anche cercare di sollevare un velo dietro alle manovre che investitori e politica sempre più spesso intrecciano
Che una multinazionale decida di aprire un centro di ricerca a Napoli significa che c’è qualcuno che riesce a guardare al di là dei nostri territori; qualcuno che magari immagina un futuro che a noi tutti sfugge. Questa vicenda sarebbe ancora più bella se dietro, però, non nascondesse qualche dubbio. Il colosso di Cupertino, lo scorso 30 novembre, ha firmato un accordo con il Fisco italiano. Beccato con le mani nella marmellata, fu multato per ben 880 milioni di euro. L’azienda fondata dalla buonanima di Steve Jobs si accorda con l’Agenzia delle Entrate per pagarne solo 318 ottenendo uno sconto di oltre 550 milioni.
L’Italia è l’unica Nazione occidentale ad avere fatto questo “patto” con Apple. Perché? Nessuna risposta. La domanda successiva è: forse Apple investe in Italia per “riconoscenza” verso il Governo? I numeri ci sarebbero tutti. Ottiene uno sconto da mezzo miliardo di euro in tasse che non verserà; utilizzerà tutti gli strumenti del jobs act (sconti fiscali, detrazioni, ecc…).
Ecco dunque che l’investimento a Napoli (che è sempre una grande notizia) diventa anche un ottimo spot per il Governo Renzi. Esecutivo che, fino ad oggi, non aveva fatto nulla per il Sud. Ora si può “vendere” l’arrivo di Apple. Ma non era forse meglio non fare sconti ed investire i 550 milioni per Napoli e per il tessuto industriale della Campania?
A questo punto, comunque, non importa come il colosso sia arrivato ma importa che decida di restare e investire., che il progetto produca sviluppo e occupazione. Che sia qualcosa di duraturo. Che non sia, insomma, una mela marcia.








